INTERNI TORINESI

Martedì 12 e 19 maggio 2026 ore 17.00 | Casa del Pingone Via della Basilica n. 13, Torino

Sono stati richiesta al CNAPPC 3 crediti formativi per gli architetti di tutta Italia PER CIASCUN INCONTRO

La partecipazione è totalmente gratuita per i soci IN/Arch, mentre gli altri partecipanti dovranno versare € 6 di diritti di segreteria per le pratiche di accreditamento.

PER ISCRIVERSI scegli la data  e clicca 12 MAGGIO e 26 MAGGIO

Pur essendo formalmente inclusa tra le discipline che compongono la formazione dell’architetto, l’architettura di interni non si è mai completamente liberata dal sospetto di una certa “frivolezza”, intesa come deviazione dal rigore etico e metodologico imposto dalla tradizione razionalista.

Infatti, nonostante la maggior parte dell’attività progettuale degli architetti riguardi l’allestimento di spazi interni, pubblici e privati, l’architettura di interni pare godere di minore dignità nei programmi accademici, nella storiografia e nelle più paludate riviste di settore. Talvolta il riconoscimento disciplinare emerge con minore incertezza, quando il progetto di interni si traduce nella produzione industriale di oggetti di design o quando riguarda musei, edifici istituzionali, spazi ed eventi cui sia attribuito forte impatto mediatico.

Un pregiudizio rappresentato dall’idea di una necessaria unità stilistica tra edificio, spazio interno e oggetti domestici, sintetizzata nello slogan “dal cucchiaio alla città”. Questa formula, pur sottolineando la continuità delle scale del progetto, rischia di semplificare eccessivamente la complessità dei rapporti tra interior design, architettura e fatto urbano, quasi che le qualità formali, simboliche e funzionali dello spazio interno fossero estranee alla più generale “questione dell’abitare”.

Come osserva Andrea Branzi (Enc. Treccani alla voce “Interni”), si tratta di una gerarchia accademica consolidata, in parte ereditata dal Movimento Moderno, secondo cui la città rappresenta il luogo delle decisioni fondamentali, l’architettura il campo della realizzazione formale e l’interior design un’attività minore, priva di reale autonomia culturale. Il fallimento di questa visione rigidamente unitaria ci restituisce una realtà più articolata e flessibile: la forma della città e quella degli spazi interni sono connesse da sequenze eterogenee di norme, procedure e azioni progettuali affidate spesso ad attori diversi. Il rapporto instabile tra continuità e autonomia dei progetti non dipende tanto da sequenze razionali preordinate, quanto piuttosto dalla sensibilità interpretativa dei progettisti e dall’identità degli utilizzatori.

Questa dimensione più autonoma e “sartoriale” del progetto costituisce allora una indispensabile cerniera tra la dimensione collettiva e istituzionale della città e quella individuale dell’abitare. Riporta l’architettura alla scala del quotidiano e consente di adattarsi con maggiore flessibilità ai mutamenti sociali, tecnologici ed economici di una società instabile, molteplice e fluida.

In questa società, appunto, costretta a rielaborare continuamente le proprie categorie, ulteriormente segnata dalla recente, tragica esperienza del lockdown, che ha modificato profondamente la percezione personale e diretta degli spazi privati e pubblici, si assiste a processi di trasformazione diffusa del patrimonio edilizio. Tali trasformazioni non dipendono tanto dal mutamento del mercato o delle dinamiche sociali, quanto dalla crisi delle tradizionali categorie funzionali dell’architettura. Fabbriche, uffici, residenze, scuole o teatri ecc. hanno smesso di funzionare come riferimenti stabili, riproducibili e rigorosamente distinti, imponendo di rielaborare in continuazione le funzioni e il senso di quei gusci, ormai inutilizzabili, che la città tradizionale ha abbandonato dietro di se. In questo scenario, il confine tra progettare e ri-progettare diventa sempre più incerto, mentre il progetto di interni assume progressivamente su di sé un ruolo baricentrico nei processi di innovazione e riuso dello spazio costruito.

Si tratta per la maggior parte dei casi della messa in scena di una specifica vita borghese e domestica, fortemente caratterizzata dal contesto operativo e dalla qualità dei rapporti con la committenza privata. Gli oggetti di design che ne derivano sono spesso prodotti artigianali concepiti per un luogo e una circostanza, solo raramente destinati in seguito alla produzione industriale.

In questo ambito l’architettura di interni torinese offre una tradizione particolarmente significativa. A partire dalla figura di Carlo Mollino, prosegue con architetti come Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Giorgio Raineri, Lorenzo Prando, Riccardo Rosso, Pietro Derossi, Giorgio Ceretti, Elio Luzi, Sergio Jaretti, Toni Cordero, Gianfranco Cavaglià, Franco Audrito e Giorgio Deferrari. Si tratta di un approccio spesso distinto e riconoscibile rispetto alla tradizione milanese: un design più attento alla dimensione temporale dell’allestimento domestico, capace di una certa flessibilità e talvolta attraversato da una sottile vena ironica, sempre legata a una lettura intimista delle microstorie dell’abitare. Queste caratteristiche emergono anche negli allestimenti espositivi, pubblici e privati, contraddistinti da una grande attenzione al dettaglio e da un uso talvolta marcato del colore. Si va dalle reinterpretazioni wrightiane di Gabetti e Isola al rigore sobrio, declinato in chiave neoliberty, di Raineri, fino alle citazioni pop di Audrito e Deferrari. In tutti i casi si tratta di progetti che dialogano costantemente con la storia del design e con la specificità dei luoghi.

Con l’obiettivo di riportare l’attenzione su questo ambito disciplinare e di riallacciare il filo della tradizione torinese, è stata organizzata una prima ricognizione sullo stato attuale della professione. Secondo la consuetudine di Inarch, l’iniziativa non intende limitarsi all’analisi dei progetti realizzati, ma affrontare anche le modalità operative della professione e i rapporti con la committenza e con le imprese.

Il primo incontro vedrà la partecipazione dello studio Jeannot Cerutti e dello studio Marcante/Testa, con una riflessione sugli interni dell’abitare privato, ambito in cui entrambi gli studi mantengono un legame diretto con la tradizione torinese sia nel metodo di lavoro sia nel rapporto con la committenza. Il secondo incontro coinvolgerà invece  Studio Fludd e MindTheGap, orientati soprattutto alla progettazione di allestimenti per spazi espositivi e di lavoro e caratterizzati da una struttura quasi collettiva, oltre che da un approccio interdisciplinare che include anche il brand design, il digital design e la progettazione di contenuti multimediali.

Ogni studio presenterà due progetti, seguiti da una discussione finale aperta al pubblico. Il primo incontro sarà moderato da Davide Derossi, il secondo da Federico De Giuli. Gli incontri, della durata di tre ore, si terranno presso la Casa del Pingone, in via della Basilica 13, il 12 e il 26 maggio dalle ore 17 alle 20.

MARTEDI’ 12 Maggio  ore 17-20

Studio Jeannot  Cerutti – Studio Marcante/Testa (Andrea Marcante – Adelaide Testa)

Modera : Davide Derossi

Dibattito pubblico

MARTEDI’ 26 Maggio  – ore 17-20

Studio Fludd (Sara Maragotto) – Studio Mind The Gap  (Roberta Minici)

Modera : Federico De Giuli 

Dibattito pubblico