Futurismo (L’inhumaine)

Futurismo (L’inhumaine) del 1924 regia di Marcel L’Herbier è un film muto che racconta di Claire Lescot, una donna fatale, inumana, ma desiderata da tutti. Una pellicola costruita su una sceneggiatura banale che, se non fosse per i grandi architetti e artisti che hanno creato le scene, sarebbe caduta nell’oblio. Da Wikipedia: “…Marcel L’Herbier è forse stato fra i primi a decretare che il cinema è veicolo di nuovi linguaggi, proprio agli esordi della Settima Arte… Nel film c’è tutta la modernità estetica futurista del connubio dicotomico fra arte e tecnica, progresso e sentimenti, cinema e architettura…”. Alle scenografie parteciparono grandi artisti e architetti, tra i quali Robert Mallet-Stevens (1886-1945) che si occupò dell’architettura della villa di Claire e anche dell’esterno del laboratorio di Einar – uno dei tanti spasimanti con cui l’inhumaine tiene rapporti – mentre Fernand Léger (1881-1955) – autore del cortometraggio Ballet Mécanique (1924) – ne disegnò gli interni in stile cubista. Dal punto di vista scenografico è l’avanguardia che travolge lo spettatore, difficile da spiegare, solamente da vedere. Nuovi stili che tra polemiche e dibattiti stavano rivoluzionando i gusti del mondo intero. Cosa che accadde in architettura anche grazie alla tecnologia del cemento armato, vedi Der Stijl e il Neoplasticismo in Olanda.

L’architettura diventa l’arte della luce, dove non esiste più la facciata principale, ogni prospetto è importante e tridimensionale, come nel quadro cubista, con gli interni, liberi da muri portanti, fatti di setti, pareti mobili, suddivisioni degli spazi, geometrie di colori e trasparenze create da ampie finestre perimetrali. Alla realizzazione della pellicola parteciparono: Claude Autant-Lara (1901-2000) che fece i costumi con Paul Poiret, Pierre Chareau l’autore della Maison de Verre (1932), Alberto Cavalcanti, Michel Dufel e Georges Specht direttore della  fotografia.

Per capire il valore di Mallet-Stevens architetto è facilissimo, basta andare a Parigi in rue Mallet-Stevens ad ammirare la sequenza dei sei hotel particulier da lui progettati, un frammento urbanistico della città ideale, della città giardino. Ma quello che più mi piace di lui è la creatività senza pregiudizi formali espressa ad esempio nell’iconica idea dei viali alberati cubisti in cemento armato realizzati per la mostra di Art Deco del 1925 o il tri-banco di scuola del figlio a forma di aeroplano. Un architetto a 360° gradi, designer, saggista, scenografo, urbanista, disegnatore di grande talento. Un genio del quale si è sempre parlato poco ma che ha lasciato molti capolavori come la villa per Paul Poiret (1923) a Mézy e la villa Noailles (1928) a Hyères.

Mallet-Stevens fu in intellettuale animatore della cultura del suo tempo, creò importanti esposizioni dove invitava colleghi architetti artisti, presentando ciò che accadeva nel mondo dell’architettura e dell’arte contemporanea, in particolare sul fronte delle avanguardie.

Invitò spesso a collaborare nei propri progetti artisti come Louis Barillet, Jean Prouvè, Gorge Henrì Pingusson, Jan e Joel Martel, Francis Jourdaine, Gabriel Guevrekian, Pierre Chareau,  Djo Bourgeois, Fernand Léger, Robert e Sonia Delaunay, Henri Laurens, Man Ray.

Mallet-Stevens lavorò nel cinema come architetto scenografo dal 1921 al 1928; un periodo che utilizzò come momento di ricerca, sperimentazione e riflessione sul modo di progettare. La sua prima realizzazione scenografica fu per il film Le secret de Rosette Lambert (1920) diretto da Raymond Bernard, mentre l’ultima del 1928 fu per Le tournoi (dans la cité) diretto da Jean Renoir. Collaborò a circa venti film. Fu proprio il mondo del cinema che gli permise di frequentare molti artisti, intellettuali e cineasti che si incrociavano intorno al Club des Amis du Septième Art: Abel Gange, Jean Cocteau, Tristan Bernard, Jean Epstein: l’associazione culturale – il cui spirito riprendemmo nel Movie Club di Torino (1974-1984) – aveva l’obiettivo di proclamare la natura artistica dell’opera cinematografica ed elevarla allo stesso grado delle altre arti e integrandosi con esse in un reciproco scambio. Nel 1922 il Club cominciò a pubblicare una rivista La Gazette des Sept Arts nella quale ciascuna arte aveva un rappresentante e Mallet-Stevens venne coinvolto come responsabile della sezione architettura…  nel 1929 scrisse anche sulla rivista Decor alcuni articoli su cinema e architettura.

Solo in tempi recenti, negli anni ’80, ci si è accorti della grandezza di Mallet-Stevens, decine di anni dopo la morte avvenuta nel 1945 quando ormai la maggior parte delle sue opere erano state lasciate in totale abbandono, semi demolite. Alla sua morte, nel suo testamento, chiese che i suoi archivi e disegni venissero distrutti. Una grande perdita.

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