CESARE DEVE MORIRE (2012)

A mio avviso… tre sono gli scrittori antichi le cui opere appartengono all’”eterno presente”, fuori dal tempo, la cui scrittura è sorprendentemente sintetica ricca di informazioni continue, di vicende dinamiche, di travolgenti descrizioni, al punto da sembrare quelle di una sceneggiatura cinematografica. Scrittori che oltre al fatto storico fanno rivivere nella mente del lettore l’architettura della scena, qualunque sia il tema di cui parlano, dalla marcia infinita tra combattimenti alla costruzione di un ponte o di una fortificazione o alle mutilazioni delle erme ad Atene. Parlo di Senofonte (430-354 a.C.), di Gaio Giulio Cesare (101-44 a.C.), di Plutarco (48-125 d.C.) da cui sicuramente William Shakespeare (1564-1616) ha appreso la tecnica della comunicazione, della costruzione dei personaggi: nello spirito, nel pensiero, nel corpo. Tutti gli altri dopo di loro, pur grandissimi, devono molto a questi grandi della storia dell’occidente, ma non so dire, oltre al bardo dell’Avon, se qualcuno sia riuscito ad essere loro pari, forse solamente l’amato Edward Gibbon (1737-1794). Tutti tra l’altro iniziati, chi nel Santuario di Eleusi (1550 a.C.-351 d.C.) chi nelle Logge dei Maestri d’arte di Londra.

Cesare deve morire (2012) è un film documento diretto da Paolo e Vittorio Taviani. La pellicola, narra la messa in scena del Giulio Cesare (1959) di William Shakespeare nel Carcere di Rebibbia da parte dei detenuti diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli. Il film ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2012.

Non è questo il luogo dove parlare delle nostre carceri, magari rapportandole ad altre “architettonicamente” più virtuose presenti all’estero. In Italia come altrove, dovunque le carceri soffrono del problema (mai risolto) del sovraffollamento, che inficia ogni reale possibilità di vita umana e dignitosa. L’edificio carcerario – come la funzione che ospita – rimane una questione marginale nella nostra società, anche per logiche di convenienza elettorale. L’edificio più “indegno” e disprezzato tra gli edifici pubblici è anche il più costoso. Eppure, a partire dalla  nostra Costituzione – che da tempo ammonisce che la pena deve essere umana e riabilitativa –, abbiamo strumenti giuridici e normativi che ci consentono, come architetti, di desumere il programma architettonico per un edificio carcerario coerente con le finalità ed i principi penali che ci appartengono e che sono internazionalmente  condivisi.

In questa direzione si sono mossi e si muovono alcuni architetti italiani; tra i più impegnati troviamo nel passato Sergio Lenci, Giovanni Michelucci e oggi Cesare Burdese.   

Il Carcere di Rebibbia (1972), dove si svolge film, è dell’architetto urbanista docente Sergio Lenci (1927-2011). Lenci va ricordato non solo per essere stato progettista di numerose opere pubbliche che hanno segnato il settore a partire dagli anni ’50, ma anche come autore innovativo della tipologia dell’edificio carcerario nel nostro paese attraverso scritti e progetti. Le carceri di Rebibbia, di Spoleto, di Rimini e di Livorno portano la sua firma; per l’impegno profuso in questo settore fu definito dai terroristi di Prima Linea “architetto della controrivoluzione” e fatto oggetto, nel suo studio professionale (proprio come il compianto architetto torinese Mario Deorsola) di un grave attentato terroristico, gli conficcarono un proiettile in testa con cui convisse per il resto della vita. Di Lenci ricordo il Quartiere Ina-Casa Tiburtino (1954) a Roma con Ludovico Quaroni, Mario Ridolfi e Carlo Aymonino, i Palazzi di Giustizia di Brindisi e di Lecce con Carlo Aymonino.

Giovanni Michelucci è stato interprete, negli ultimi venti anni della sua quasi centenaria esistenza, del dibattito nazionale sul tema del rapporto carcere-città; l’ultima sua opera realizzata è quella nel carcere di Sollicciano Il giardino degli incontri, (2007) un’architettura priva di connotazioni carcerarie per l’incontro delle persone detenute con i loro famigliari ed il “mondo esterno”. Considerato il Brunelleschi del XX sec., Michelucci, ha realizzato importanti edifici civili e religiosi, tra cui in stile Organico La chiesa dell’autostrada (1960) e in stile Brutalista la chiesa di Santa Maria Immacolata (1983) a Longarone.

Cesare Burdese è da decenni protagonista indiscusso del dibattito sulla architettura penitenziaria e l’autore tra il resto della Struttura detentiva per donne con prole a Torino e del progetto del Nuovo Carcere (2017) di San Marino.

Cesare deve morire narra della presa di coscienza da parte di un gruppo di detenuti attori — Cosimo Rega (Cassio), Salvatore Striano (Bruto), Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Marcantonio), Juan Dario Bonetti (Decio) e altri — della casa di reclusione di Roma Rebibbia. Essi, attraverso la recitazione del Giulio Cesare di Shakespeare, apprendono che le passioni, i legami e i tradimenti, non sono mai cambiate nei secoli e che più di tutto le vicende della storia riproducono, solo in scala raccontata, quelle delle vite di ognuno e ulteriormente, che noi umani poco possiamo fare al fine di evitare sofferenze e dolori che si alternano al piacere e alla gioia. Nel film si vedono i detenuti che fanno le prove, nell’arco di sei mesi, prima della rappresentazione che avviene con successo.

Sul Corriere della Sera Paolo Meregatti scrive che il film: “…è un magnifico affresco di infelicità umane che risalgono da Shakespeare alla camorra, che l’arte potrebbe curare quando gli uomini d’onore lo sono davvero…”

Quanti film della storia del cinema si sono svolti in un carcere? sicuramente più di 100. Primo tra tutti fu Il metodo dell’onore (The Honor System, 1917) con la regia e la sceneggiatura di Raoul Walsh. Un film muto distribuito dalla Fox Film Corporation. La pellicola uscì nelle sale cinematografiche statunitensi dopo essere stato presentato in prima al Lyric Theatre di New York il 6 febbraio 1917 e in Europa nel 1919. Le scene in carcere furono girate nella ex Prigione di Stato a Yuma nell’Arizona. Da Wikipedia: “…Accusato di omicidio, Joseph Stanton viene condannato all’ergastolo. In prigione, l’uomo si batte per migliorare le condizioni dei carcerati chiedendo anche l’intervento del governatore per un’indagine sulle condizioni deplorevoli in cui versano. Le sue richieste però non piacciono al senatore Harrington, un politico di pochi scrupoli…”. (ricordo il bellissimo film di Delmer Daves Quel treno per Yuma (1957) dove uno sceriffo deve scortare proprio nel carcere di Yuma un detenuto).

The Honor System, purtroppo oggi irreparabilmente andato perduto, all’epoca fu considerato da alcuni critici, compreso il regista John Ford, migliore di Nascita di una nazione (The Birth of a Nation, 1915) del regista David Wark Griffith. Da giovane Intorno al 1913, Walsh, iniziò a lavorare per D.W.Griffith alla Biograph, prima come attore e poi come assistente alla regia.

La Territorial Prison State di Yuma negli Stati Uniti. Fu inaugurata nel 1876 e chiusa 1909. È uno dei siti associati al Registro Nazionale dei Luoghi Storici nell’area del patrimonio nazionale di Yuma Crossing. Il luogo è ora gestito come Museo storico dall’Arizona State Parks.

La prigione, costruita secondo il sistema Auburn, accettò il suo primo detenuto il 1° luglio 1876. Per i successivi 33 anni vi vissero 3.069 prigionieri, tra cui 29 donne, per crimini che andavano dall’omicidio alla poligamia. La prigione funzionava grazie al lavoro fornito dai carcerati, dai campi alla cucina. Nel 1909 quando l’ultimo prigioniero lasciò la prigione fu trasformata nella Yuma Union High School dopo averne ristrutturato gli edifici dal 1910 al 1914. Un aneddoto: quando la squadra di football della scuola giocò contro la Phoenix e vinse inaspettatamente, la squadra di Phoenix chiamò la squadra della Yuma “criminali”. Da allora la Yuma Union High School adottò il soprannome con orgoglio, a volte abbreviato in “Crims”. Il simbolo della scuola è il volto di un criminale incallito e il negozio di articoli per studenti si chiama Cell Block.

Ecco, per saperne di più, un po’ di storia raccontata recentemente in una lectio magistralis da Cesare Burdese: “…nelle scuole di architettura, da anni nel nostro paese, al tema del carcere, salvo rarissime eccezioni, non si presta attenzione e gli architetti non se ne occupano. Eppure in passato non fu così; quando, sulla spinta del pensiero illuminista l’imprigionamento divenne la principale pena, per proteggere la società, ma anche per farsi carico del prigioniero e della sua rigenerazione, gli architetti scesero in campo per elaborare i modelli architettonici degli edifici dove scontare la pena… Fu negli Stati Uniti che i nuovi principi penali e la formulazione di programmi architettonici conseguenti trovarono la loro formulazione più netta: Filadelfia e Auburn danno il nome a due sistemi entro i quali non cessarono di dividersi nel XIX secolo i penalisti e con essi gli architetti… Quello Filadelfia si fonda sulla separazione rigorosa ed in solitario dei detenuti, chiusi giorno e notte in celle sufficientemente spaziose perché essi possano dormirci, lavorare e deambulare; i muri diventano la punizione del crimine. L’idea che la solitudine assoluta sia contraria alla giustizia e all’umanità ed inoltre l’elevato costo delle prigioni secondo il sistema filadelfiano, hanno portato a immaginare un nuovo sistema messo a punto nella prigione di Auburn, eponimo del sistema del 1832. Alla base del sistema vi è la vita in comune ed in silenzio assoluto dei detenuti. Di giorno essi sono riuniti nei laboratori, nel refettorio, nelle aule scolastiche, nella cappella; ma di notte, essi dormono separatamente in piccole celle…”

Il carcere torinese Le Nuove fu edificato nel 1870 secondo il sistema di Auburn su progetto dell’architetto Giuseppe Polani; esso è stato dismesso sulla fine degli anni ’80 e attualmente, a seguito di una sua rifunzionalizzazione, ospita la sede del Giudice di pace e del Museo del Carcere.  

FOTO Il giardino degli incontri Carcere di Sollicciano (FI) progetto di Giovanni Michelucci – Fondazione Michelucci