Black Panther (2018) del regista statunitense Ryan Coogler. Un film ove il regista, gli attori, la scenografa, la costumista, lo staff intero, sono neri. Finalmente un progetto tutto nero significativamente orgogliosamente razzista.
Black Panther in parte si svolge a Wakanda, una specie di Atlantide/Shangri-La africana, una futuristica metropoli nera, posta al centro di un’isola in una ampia valle circondata da alte montagne, che rimanda all’architettura delle antiche città e castelli del Marocco, di Timbuktu e alle piramidi del Mali, anche alle tradizionali capanne Rondavel, con il tetto di paglia poste come coronamenti dei grattacieli: rivisitate, con grande ironia, in modo contemporaneo espressionista verticalista a diversi piani. Si tratta della prima pellicola in cui si vede Black Panther, un supereroe di colore in azione, molto simile a Batman.
Una mitologica epica civiltà nera — forse ispirata alle teorie di successione razziale del filosofo Frithjof Schuon (1907-1998) — però simboleggiata, da un monumentale castello (a detta di alcuni critici a imitazione all’architettura Decostruttivista di Zaha Hadid) posto sulla vetta di una montagna, che da una guglia organica, gotico arabesca, con pista d’atterraggio per auto volanti, si trasforma alla base in una bellissima aggressiva architettura in stile Mimetico, con le sembianze di una realistica pantera posta a difendere l’ingresso di una grande caverna. Un castello, montagna, con all’interno sale ipogee: quella del consiglio di stato e la reggia del principe T’Challa (Chadwick Boseman) alias Black Panther (futuro re di Wakanda) e di sua madre Ramonda (Angela Basset). Per intenderci scenografie molto vicine, dal punto di vista ideale fantastico, all’ingresso del tempio del film Cabiria (1914) di Pastrone e D’Annunzio o per altri versi alla città di Metropolis (1927) di Lang quando si vede Wakanda a volo d’uccello; però più simile a un suk arabo quando si percorrono in soggettiva le vie cittadine. Quindi, molte citazioni del cinema passato, attraverso forme molto creative e nuove. Ma a parte il Mali — il territorio è stato al centro di tre imperi africani (XIV sec.) ai tempi dell’imperatore Manda Munsa — di architettonico originale nero, da cui sono scaturite le scenografie del film, c’è poco.
Le civiltà sub sahariane che si sono succedute nei millenni in Africa non basavano il loro sviluppo, la loro egemonia, ricchezza, difesa, sull’infrastrutture, le abitazioni e le fortificazioni. I neri erano liberi e sereni? Non sappiamo… Hic sunt leones.
Ai critici che parlano di ispirazione hadidiana, come se l’architetto designer matematico irachena Zaha Hadid (1950-2016) sia stata la voce architettonica del riscatto etnico femminista, ricordo che era, bianca, di scuola anglo-statunitense, allieva di Rem Koolhaas e Elia Zenghelis, perfettamente integrata nel mondo occidentale che le ha dato ogni possibile riconoscimento. I suoi edifici Decostruttivisti non hanno nulla a che fare con le architetture etniche, o del passato, sono unici, tecnologicamente innovativi, originali; non esistono nella storia dell’architettura millenaria esempi simili.
Perché sono nuovi e unici? Semplicemente perché la grande creatività artistica della Haidid è stata resa possibile dall’utilizzo di evoluti programmi di Personal Computer che prima del 1973 non esistevano; ai quali Zaha era avvezza quanto Paganini con il violino. Quella del film Black Panther, concepita in CGI, si rifà comunque all’International Style del XX/XXI sec.
Questo non significa che la città, il territorio, i palazzi inventati dall’architetto scenografa nera del film, Hannah Beachler, non siano degni di nota, la mia non è una critica negativa, tutt’altro, sono parte fondante, diegetica del film, sono bellissimi, molto creativi, credibili, ma integranti la cultura mondiale dell’architettura contemporanea. Molto USA.
Le scene all’aperto, i paesaggi, sono state filmate in Uganda, Sud Africa, Zambia e Corea del Sud.
Le locations del film a parte quelle paesaggistiche girate in Africa si trovano tutte ad Atlanta in Georgia o nei suoi pressi. La più significativa è l’High Museum of Art “The High” (1983) di Richard Meier. Nel film Museo della Gran Bretagna di Londra ove i cattivi N’Jadaka alias Erik “Killmonger” Stevens (Michael Jordan) e Ulysses Klaue (Andy Serkis) rubano un’ascia Wakanda fatta di puro vibanio. Il museo di Atlanta è uno dei più grandi degli Stati Uniti con 15.000 opere. Tra cui una notevole collezione di arte afroamericana.
Invece il Municipio di Atlanta (1930), dell’architetto Geoffrey Lloyd Preacher (1882-1972) un grattacielo in stile Neogotico, in “Black Panther” è stato utilizzato come sostituto del Palazzo delle Nazioni Unite. Lo si vede quando T’Challa si rivolge l’ONU comunicando che il Wakanda avrà un ruolo politico più importante nel mondo globale. Il municipio di Atlanta è molto interessante per la ricchezza e la bellezza dei particolari costruttivi. Per poterlo visitare bisogna prenotarsi.
Il film si apre con una veduta sul Sweet Auburn Historic District. Nello specifico, l’inquadratura è della Wheat Street Towers (1972), un alto edificio per anziani fondato dalla chiesa battista di Wheat Street, molto simile ai nostri condomini periferici degli anni ’60. Oltre alla scena iniziale, le Torri di Wheat Street sono presenti anche nella scena conclusiva quando T’Challa dice a sua sorella Dora Milaje che Wakanda ha acquistato gli edifici per creare un centro di scambio culturale ed educativo.
Lo Sweet Auburn Historic District di Atlanta è un antico quartiere afroamericano lungo e circostante Auburn Avenue. Il nome Sweet Auburn è stato coniato da John Wesley Dobbs (1882-1961), fondatore della Atlanta Negro Voters League, riferendosi a una strada con una delle più grandi concentrazioni di attività commerciali afroamericane degli Stati Uniti. Auburn è stato designato come distretto storico nazionale nel 1976. Nel quartiere c’è il Martin Luther King Jr. National Historic Park luogo di nascita e di sepoltura dell’attivista per i diritti dei neri. Il King Center of Atlanta opera dell’architetto Max Bond (1935-2009) dello studio Davis Brody Bond Founding Partner J. si compone diversi edifici in stile detto Nord Africano (Mediterraneo). Tra questi il mausoleo di Martin Luther King (1929-1968). Un porticato, con tetto a volta a botte in mattoni che poggia su colonne in calcestruzzo armato immerse in una grande vasca fontana (a sfioro) con salti d’acqua con al centro, su un’isola circolare piastrellata in mattoni, il sarcofago in pietra con i resti di Martin e della moglie Coretta. Al fondo, al bordo della vasca, dentro un tripode la sempre accesa Fiamma eterna.
Da internet: “…Wakanda è una comunità segretamente ricca, potente e avanzata, alimentata da un elemento miracoloso chiamato vibranio che fornisce l’energia necessaria per tutto, dalle armi, agli edifici, passando per gli abiti…” Nel film Black Phanter contano moltissimo gli abiti dei protagonisti ideati dalla costumista Ruth E. Carter, improntati su caratteristiche tipiche di certe tribù africane. Che tra l’altro mettono in evidenza la bellezza dei corpi dei protagonisti. La Carter con l’aiuto della designer Julia Körner ha costruito tutti modelli d’abito in materiale plastico utilizzando la stampante 3D; inventando costumi Afropunk, — partire dal cappello Zulu — fatti di corazze aderenti, ocra e rosse, con protezioni al titanio, colore ripreso dagli Himba della Namibia, ma anche nere istoriate d’oro, impenetrabili quasi medievali. Vero design, dal progetto complesso molto tecnologico, che spero sia stato conservato e in futuro musealizzato. L’Afrofuturismo — un termine coniato negli anni ’80 dalla scrittrice di fantascienza Octavia Butler (1947-2006), creatrice del Ciclo dei Patternisti (1976-1984) — Da internet: “…è quindi un’insieme di tecnologia, politica, arte, filosofia e femminismo nel mondo delle persone di colore che viaggiano attraverso il cosmo alla ricerca della liberazione dalla violenza e dall’oppressione, così come dell’illuminazione spirituale…”.
L’unica cosa che infastidisce nel film è la ingenua retorica legata a un’ideologia nera buona e amante della pace, superiore, malgrado si comporti come tutti gli altri umani. Effettivamente la sceneggiatura del film, come ho già citato, suggerisce proprio questo. Narra di una tribù africana che, nell’antichità, ha ricevuto la grazia di scoprire un materiale — un meteorite caduto dal cielo — che genera un’energia al punto da permettere uno sviluppo di una società super tecnologica, pacifica, ricca, paritetica e in armonia. Società i cui prìncipi e re lottano per mantenerla segreta e nascosta al resto del mondo. Al fine di non permettere che uomini malvagi, i neri Jabari, se ne approprino e la usino per fini nefasti. Cosa giusta e molto condivisibile. Peccato che poi per conservare questo privilegio e il potere se le diano tra neri in modo esagerato, usuale, tipico, della storia umana… vedete voi, io propongo Black Panther all’attenzione del lettore in quanto film ove l’architettura è protagonista… magari mi sbaglio, ma nei fatti vedo molte contraddizioni malgrado i condivisibili buoni propositi pacifisti.
Oltre a Coogler, Beachler, Korner, autori del film esiste una cultura in USA stile Afrofuturista, Afropunk, sviluppatasi proprio dalla fine del secolo scorso, portata alla ribalta negli Stati Uniti degli anni ’70 e ’80 dal musicista Jimi Hendrix, il jazzista Sun Ra, dal cantante Funk George Clinton, dal pittore Jean-Michel Basquiat, dalla scrittrice Nnedi Okorafor e da Janelle Moané. Assolutamente da vedere il cortometraggio Pumzi di Wanuri Kahiu con forti riferimenti all’ecologismo nero.
Nella foto Martin Luther King Jr. Center on flickr

