SOLARIS – Andrej Tarkovsky – 1972
Se non fosse per l’arte, con le sue differenti discipline, segni dell’uomo, di natura estetica profondamente spirituali ci sarebbe ben poco da raccontare di questo mondo in continua trasformazione: solo calamità, guerre e genocidi demenziali, malattie, un fiume di dolori e sofferenze.
Il cinema che tra le arti meglio esprime il mondo contemporaneo, può suggerire insieme alla letteratura filosofica, alla poietica, una visione del mondo alternativa, non omologata, non conformista, non ideologica, concettuale, non dogmatica religiosa, che obbliga a riflettere. Il cinema è un esempio pratico, alla portata di tutti, di quanto affermano tradizioni filosofiche Vedanta e Platoniche (Il Mito della caverna si impernia sulle ombre filmiche in movimento proiettate dal sole sulla parete della caverna stessa per spettatori tenuti incatenati e fissi ad osservarle) sulla reale natura dell’universo.
Per comprendere la grandezza dell’arte cinematografica di Tarkovsky bisogna guardare le soggettive estatiche contemplative del film Solaris; le si vede ricorrenti fin dall’inizio del lungometraggio. Ad esempio, quando Kris Kelvin (Donatas Banionis) guarda la natura, l’acqua che scorre, le alghe, il lago, gli alberi, la dacia, i suoi genitori, la bella moglie. Spettacolare il viaggio in auto dell’amico Henri Berton (Vladislav Dovorzesckij) con il figlio, quando riprende, come fosse alla guida, una grande infrastruttura dal mattino alla sera inoltrata fino a che si vedono le luci di Mosca. Soggettive che durano ognuna minuti e minuti, molte barbaramente tagliate nell’edizione italiana. Tanto che Tarkovsky fece il possibile per ritirare il film dalle sale, addirittura chiese di omettere il suo nome dai titoli di testa, però senza riuscirci.
La storia di Solaris (Soljaris, 1972), il film del regista russo Andrej Tarkovsky (1932-1986), si svolge lungo un percorso che parte dalla Terra, da una dacia (dača) su un lago, tra brume e pioggia scrosciante per arrivare attraverso lo spazio alla stessa dacia davanti al lago, nella quale entra la pioggia a catinelle, in un’isola sul pianeta Solaris. Un enigmatico alternarsi tra colore e bianco e nero. Dialoghi ridotti all’osso.
Lo psicologo Kris Kelvin viene inviato in missione sulla stazione spaziale gravitante intorno al pianeta Solaris a causa di incomprensibili eventi che hanno ridotto il numero di scienziati operanti in essa. Giunto sulla stazione scopre che la situazione è veramente critica perché viene informato dai sopravvissuti della missione, il dottor Snaut (Jüri Järvet) e il dott Sartorius (Anatolij Soloncjn), che Solaris è in grado d’influenzare le menti al punto di far perdere la ragione, portare al suicidio.
Kris, dopo una serie di fatti incomprensibili — vede personaggi alieni, tipo uno gnomo, una ragazzina vestita d’azzurro che sparisce in una cella frigorifera, aggirarsi nella casa spaziale — si addormenta ma al risveglio trova una donna seduta davanti a lui, sua moglie Hari (Natatal’ja Bondarčuk) morta suicida dieci anni prima… La donna fisicamente palpabile, perché — a detta di Snaut — concretizzata dal pianeta. La donna lo bacia è proprio viva… Kris, spaventato, pragmaticamente non essendo un sogno ma una materializzazione se ne libera mettendola su una navetta di salvataggio, spedendola nello spazio. Ma la mattina dopo, al risveglio, ne trova un’altra copia identica, che verso la fine del film si suicida con l’ossigeno liquido, per subito rinascere, comprendendo così che è indistruttibile, inalienabile e immortale… questo innesca un processo identificativo che lo porta ad innamorarsi della replica di Hari al punto da non desiderare più tornare sulla Terra… alla fine del film appare un’isola, sulla superficie gelatinosa del pianeta pensante, sulla quale c’è la dacia dei genitori. La stessa, riprodotta fedelmente, che si vede nell’incipit del film. Kris è lì con il cane, il padre e… finalmente vicino a se ha tutto quello che ama e desidera.
Per cogliere le ragioni del racconto di Lam bisogna rifarsi, alla cultura filosofica della tradizione orientale indù, Vedantica. Ma anche a quella occidentale socratica-platonica, neoplatonica.
Il film Solaris è un’epifania, metafora, fiaba che rivela l’Amore quale potenza — quale proiezione della natura principiale ontologica, “Io sono” verbo suono (OM) fondamento del mondo materiale, che sdoppiata, nell’io/tu/io duale, crea l’attrazione (amore) degli opposti complementari, l’universo dei nomi e delle forme. Universo duale che non appartiene al metafisico, da cui però è sostenuto: da “Quello””Uno Uno” metafisico che lo testimonia con la sua presenza costante, “Quello” che non cambia (non nasce e non muore). Un punto di vista filosofico orientale, ma anche di Socrate, di Plotino (dei quali vediamo i busti in gesso sia nella dacia che sulla stazione spaziale).
In estrema sintesi il Vedanta cosa dice a chi è predisposto spiritualmente? basta solamente “girare l’interruttore” della mente ed investigare e discriminare (neti, neti) tra ciò che è costante e ciò che non lo è — accendere la luce nel cuore — per esperire, che noi singoli, siamo ben altro da quello che pensiamo erroneamente di essere: un corpo che agisce nel mondo per libero arbitrio o per determinismo. Perché noi, lo ribadisco,… noi siamo “Quello” il “Sé” nel quale appare riflesso l’universo dei nomi e delle forme grazie all’idea di essere, principio ontologico “Io sono” ignoranza, coscienza mente universale, verbo meccanismo spazio (concetto di estensione) tempo (concetto di durata).
Ma torniamo al film Solaris. Il più delle volte, i film di fantascienza parlano di un futuro distopico; è in parte, se frainteso, il caso di Solaris. Purtroppo il pessimismo nell’animo umano regna sovrano come di notte la bassa nebbia “en los pantanos de la muerte”.
Questa premessa filosofica a prima vista eccessiva per un articolo su un film, mi serve per spiegare, il pensiero dello scrittore polacco Stanislaw Lam (1891-1965) autore del romanzo di fantascienza Solaris (1961). Per comprendere cosa rappresenta il pianeta Solaris, mente telepate persona. Architetto costruttore di mirabili costruzioni che appaiono sulla sua superficie gelatinosa insieme alla materializzazione dei desideri degli scienziati terrestri (alieni?) che alternandosi lo osservano da generazioni senza arrivare ad alcun risultato o risposta, bisogna, anche solo per un attimo e per gioco, tentare cambiare il punto di vista, da fisico a metafisico. Perché gli scienziati terrestri continuano a osservare Solaris senza capirci niente pur indagandolo sistematicamente scientificamente? Come mai un pianeta può assecondare i desideri materiali degli uomini? Perché può materializzare i loro pensieri più reconditi, anche crudeli, in nomi e forme? Ma anche mantenere una profonda necessità di conoscenza?
Semplicemente perché gli scienziati partono da un presupposto sbagliato, da un pregiudizio, che il pianeta non è sé stessi ovvero altro, fuori da sé. Credono che l’osservatore e l’osservato, esistano indipendentemente l’uno dall’altro, che lo sperimentatore e lo sperimentato siano opposti e contrapposti, soggetto e oggetto. Al contrario, come spiega il Vedanta, non c’è soluzione di continuità tra gli scienziati, gli astronauti, le materializzazioni, l’astronave, lo spazio, la Terra, il pianeta Solaris cervello telepate, io e tu. Ognuno, dal punto di vista metafisico, è contemporaneamente soggetto-oggetto illusorio. Sono tutte proiezioni vibranti pensiero (sogno non reale) della stessa unica mente coscienza universale duale Amore ignoranza.
Ma veniamo all’architetture create per Solaris. La dacia (dača) che nel film si vede da differenti punti di vista, sia all’interno che all’esterno è una architettura organica minimalista in legno con un tetto in metallo ondulato e un grande porticato. Una costruzione caratteristica russa. I modelli più antichi risalgono al ’700 sotto al regno di Pietro il Grande (1682-1721). Inizialmente erano casette estive di campagna che venivano date ai vassalli, aristocratici, leali dallo zar con ampie estensioni di terra coltivabili. Poi diventate, anche in tempi recenti, luoghi di vacanze, di svago, per la gente agiata, per le varie élite della nomenclatura sovietica.
In Solaris Tarkovsky presenta una visione architettonica che evita i topos futuristici che sono comuni nel genere. Tutto il design è razionalista, minimalista, fortemente realista, dove l’estetica è lasciata all’essenzialità utilitaristica, il design rispetta l’uso: non c’è una ricerca formale che lo renda competitivo per essere venduto come prodotto di consumo di massa. A prima vista “rozzo” ovvero concettualmente appropriato ai tempi sovietici. In antitesi a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick? Assolutamente no. Due modi diversi di intendere e concepire il progetto, entrambi della cultura architettonica contemporanea. Solaris basa la sua visione del futuro sulle interazioni umane morali spirituali, ove non serve il conforto delle poetiche degli effetti speciali e del design. Sicuramente le scenografie sono meno particolareggiate e molto vicine alla tecnologia degli anni ’70 meno futuristiche quindi di quelle di 2001 Odissea nello Spazio. 2001 anticipa i tempi, Solaris rispecchia gli anni in cui il film stato realizzato. Un design fatto di vissuto, cito Davinotti: “…la stazione spaziale consiste, a quanto si vede, di un corridoio curvo fatto di volte e di camere (circolari) assimilabili a quelle di una qualsiasi pensione di lusso, mentre il protagonista vi si aggira in maglioncino, canottiera o addirittura giacca e cravatta…” consumato dagli abitanti, disordinato, sporco, residui abbandonati ovunque. Una deriva morale causata dalla domanda: cosa ce ne facciamo di questo pianeta incomprensibile?
Architetto scenografo del film Solaris è l’artista moscovita Mikhail Romadin, illustratore di circa 200 libri tra i quali i racconti R is for Rocket (1962) di Ray Bradbury (1920-2012). Romadin laurea all’Università di Cinematografia Gerasimov — l’istituto di istruzione superiore che offriva in tempi “oscuri”, sotto il controllo del KGB, la massima libertà creativa e di pensiero ai suoi studenti. È al Gerasimov che incontra i suoi migliori amici e compagni di scuola: il poeta Gennady Shpalikov (1937-1974) e il regista Andrei Tarkovsky. Romadin ha ideato, prima di Solaris, la macchina volante che compare in uno degli episodi (nel primo) dei film di Tarkovsky Andrei Rublev (1969). Come scenografo ha inoltre lavorato in tre film di Andrei Konchalovsky, The First Teacher (1964), The Story of Asya Klyachina ( 1967) e Un nido di gentiluomini (1969).
Con questo è doveroso ricordare la bellissima stazione spaziale internazionale russa Mir (1986), in assenza di gravità, iper-razionalista, modulare con sei porte d’assemblaggio, distrutta facendola precipitare nell’Oceano Pacifico dopo 16 anni di attività. Il primo paesaggio architettonico umano nello spazio, ormai entrata nel mito, tra le meraviglie del passato.
Solaris con esiti diversi, fortemente sentimentali, nel 2002, ha avuto un remake ad opera del regista statunitense Steven Soderbergh. Bella la scenografia.

