DON GIOVANNI (1979).

In questo periodo molto particolare in cui si mettono in discussione i più grandi artisti del mondo occidentale, con le accuse demenziali di razzismo, mi vengono alla mente: un un grande musicista, un genio, Wolfgang Amedeus Mozart (1756-1791), un eccellentissimo architetto, Andrea Palladio (1508-1580) e un sublime regista inglese, Joseph Losey (1909-1984). Diamo tre e paghi uno direbbero al supermercato. Mi riferisco al film Don Giovanni (1979) di cui i tre sono autori. Orchestra e coro dell’Opera di Parigi diretta da Lorin Maazel. Cantanti interpreti: Ruggero Raimondi (Don Giovanni), John Macurdy (il Commendatore), Edda Moser (donna Anna), Kiri Te Kanawa (donna Elvira), José Van Dam (Leporello), Teresa Berganza (Zerlina), Malcom King (Masetto), Kenneth Riegel (don Ottavio). Sceneggiatura dello stesso Losey.

Voi sapete quel che (fa)nno”… ne hanno parlato i giornali… che l’Università di Oxford ha tolto dal corso di studi proprio Mozart con l’accusa di razzismo per via dei libretti delle sue opere. Non commento, non faccio approfondimenti in merito, non vado oltre — nel disapprovare — sono esterrefatto. Quello che voglio sottolineare solamente è che noi occidentali siamo tutto quello che i nostri avi ci hanno tramandato e che razzisti sono quelli che ci vogliono trasformare in un qualcosa di diverso, negando la nostra storia e le nostre origini, distruggendo la nostra civiltà che sopravvive dal tempo degli eroi olimpici e degli Dei. Prima di Omero e di certi ambigui libri sacri.

Quando si esce dal cinema, dopo aver visto la pellicola di Losey, si scopre di avere vissuto per 176 minuti nell’arte totale. Senza imperfezioni, ove tutto è giusto e perfetto. Girato per poter essere rivisto decine di volte senza mai annoiarsi. La perfezione non può annoiare.

Di cosa tratta l’opera buffa musicale Don Giovanni (1787)? Il libretto di Lorenzo da Ponte (1749-1838)? Tout simplement di un aristocratico, don Giovanni, che affascina le giovani che incontra, facendole innamorare, per poi possederle e abbandonarle, come donna Elvira (che non se fa una ragione), e quando non ci riesce le forza con l’inganno e con la violenza. Cosa che lo porta ad un ferale duello con il padre di una di esse, di Donna Anna… sempre aiutato dal suo valletto Leporello che tiene nota di tutte le conquiste del padrone in un catalogo: 640 in Italia, 231 in Germania, 100 in Francia, 91 in Turchia e in Spagna 1003. Per poi morire gettato nelle fiamme dell’inferno dal Commendatore, deus ex machina, convitato di pietra, moralista spietato. Una figura, quella di don Giovanni che ricorda un importante produttore cinematografico americano che nella sua vita si è fatto qualche migliaia di aspiranti attrici, alcune diventate poi molto famose: tra queste l’adorabile aristocratica Paz de la Huerta. Una moderna donna Anna?  

Ma nel film cosa rende più grande la figura di Don Giovanni? La sua casa. Niente po’ po’ di meno che Villa Almerico Capra detta La Rotonda (1571-1605). La Rotonda una villa che va raccontata. La residenza è frutto delle teorie espresse dal Palladio nei Quattro libri dell’architettura pubblicati a Venezia nel 1570, senza dubbio ispirata al Pantheon (130 d.C.) dell’architetto Apollodoro di Damasco. Come se Palladio avesse voluto costruire un modello ideale classico, un prototipo universale, un dono all’umanità. La Rotonda — che non è rotonda ma lo sembra — è un’architettura che è stata molto imitata. Un edificio quasi religioso a pianta quadrata inserita in una croce greca determinata da quattro pronao, con colonne in stile Jonico e timpani, a cui si accede con scalinate. Al centro, dell’interno, il salone delle feste, sola parte circolare, con un volta a cupola ad oculum, intorno alla quale si sviluppano otto stanze simmetriche. Mentre i servizi, cucine, dispense, stanze varie, si trovano al piano terra mascherate nell’alto monumentale zoccolo. Le decorazioni a rilievo delle pareti e dei soffitti sono opera di Agostino Rubini, Ottavio Ridolfi, Ruggero Bascapè, Domenico Fontana mentre gli apparati pittorici ad affresco sono di Anselmo Canera, Bernardino India, Alessandro Maganza e in fine dal francese Luis Dorigny. Le statue sono di Lorenzo Rubini e Giovanni Battista Albanese.

La Rotonda, una villa di campagna, in cima ad una collina, nella Riviera Berica, fu commissionata a Palladio dal religioso conte Paolo Almerico, un vicentino appartenente alla nomenclatura vaticana, referendario alla corte di Pio IV e Pio V, che tornato a Vicenza, la fece costruire, per essere ricordato, a sua futura memoria. La villa è orientata in modo che nell’arco della giornata tutti i lati vengano soleggiati. Villa Capra fu, a causa della morte di Andrea Palladio, terminata nel 1605 da Vincenzo Scamozzi (1548-1616).

Un posto che tutti gli studenti di architettura dovrebbero visitare e studiare obbligatoriamente, e poi saper descrivere a memoria come pappagalli, se no… niente laurea.

Palladio di ville nel Veneto ne ha costruite trentacinque, vicine una all’altra e di grandissimo valore progettuale Classico. Tutte molto diegetiche. Conformi agli studi fatti proprio a Roma in loco sugli antici resti. Ne ricordo altre: Villa Angarano a Bassano del Grappa, Villa Chiericati a Grumolo delle Abbadesse, Villa Godi Valmarana a Lugo di Vicenza, Villa Thiene a Quinto Vicentino, Villa Trissino a Cricoli, Villa Saraceno a Agugliaro, Villa Valmarana a Vigardolo.

Se amate la bicicletta le potete visitare divertendovi moltissimo, prendetevi dieci giorni. E non scordatevi di andare a vedere il Teatro Olimpico (1580) di Vicenza proprio il luogo degli eroi e degli Idei. Lo feci da giovane con mia moglie Oliva e i miei cognati Serena  e Giorgio. Tutti e quattro architetti laureati

Foto di Edoardo Bortoli su Unsplash