L’ULTIMO SAMURAI E MEMORIE DI UNA GEISHA
Molte volte capire, approfondire, distinguere in film storici l’architettura reale dalla scenografia, il già esistente, le location, da quanto è stato ricostruito appositamente dagli architetti scenografi è quasi impossibile. Tanto è alta la qualità delle scenografie sia per veridicità storica formale e sia per la precisione dei particolari costruttivi. Il tutto reso molto più difficile dall’uso sapiente e raffinato della CGI.
Tra i tanti progetti che la scenografa architetto Gretchen Rau (1939-2006) due sono i film in cui ha lavorato in modo esemplare nell’ottica di non fare distinguere le differenze: il primo è L’ultimo Samurai (The Last Samurai, 2003) diretto da Edward Zwick (la storia di una redenzione cavalleresca), il secondo è Memorie di una geisha (Memoirs of a Geisha, 2005) (la vita di una geisha, un’artista non una prostituta, da quando bambina è stata venduta dai genitori poverissimi ad una scuola di geishe a quando ritrova l’amore della sua vita) diretto da Rob Marchall basato dall’omonimo romanzo del 1997 di Artur Golden e prodotto da Steven Spielberg. Un progetto per il quale nel 2006 la Rau ha vinto l’Oscar per la scenografia.
La reciproca influenza culturale tra USA e Giappone inizia da lontano, come ben spiegato nel film L’ultimo Samurai. La trama è ambientata in Giappone durante la ribellione dei clan Satsuma e Chōshū o della Satchō Alleanza del 1866. Un impero, quello giapponese, controllato da una decina secoli dallo shogunato Tokugawa e dai daimyō, che regnavano su oltre 250 domini decentralizzati del paese. Alcuni di questi nobili volendo mantenere lo stato feudale si opponevano alla modernizzazione del paese, al suo sviluppo economico industriale capitalista richiesto dai clan rivali e al processo di democratizzazione, anche per proteggere il Giappone imperiale, i suoi commerci, dalle mire espansionistiche straniere. Gran Bretagna, Francia, Olanda, Stati Uniti, grazie alla loro superiorità tecnologica bellica stavano occupando tutto l’oriente. In L’ultimo samurai ben si vedono la città, il porto, il villaggi contadini, gli edifici, del Giappone antico. Le spettacolari scenografie non sono solamente della Gretchen Rau ma anche di Lilly Kivert e Christofer Burian-Mohhr.
Il film di Zwick si svolge in periodo Meiji (1877) ai tempi dell’Imperatore Mutsuhito (Shichinosuke Nakamura) quando questi recluta, tramite il suo primo ministro Omura (Basato Harada) alcuni militari americani tra cui il capitano Nathan Algren (Tom Cruise) veterano nella guerra contro i nativi pellirosse (battaglia di Little Big Horn, 1876) per addestrare le truppe giapponesi all’uso delle armi da fuoco importate dagli USA. Per eliminare i samurai ribelli attraverso nuove strategie di combattimento utilizzando la micidiale mitragliatrice Gatling.
Una breve sinopsi: Algren è un militare pluridecorato alcolizzato devastato dai sensi di colpa per la persecuzione e lo sterminio delle popolazioni pellirosse. Giunto nel Sol Levante catturato in battaglia viene risparmiato dal nemico — visto il suo grande valore alla testa dei suoi uomini — dal nobile samurai capo della rivolta Katsumoto (Ken Watanabe), maestro d’armi dell’imperatore, che pur prigioniero lo istruisce sulle usanze nipponiche, sul codice bushido e sull’arte del combattimento con la katana. Ospitandolo nel suo feudo in casa della sua bellissima sorella vedova Taka (Koyuki Katō) — con suo figlio e i suoi nipoti — il cui marito è stato ucciso in duello proprio da Nathan alla fine della “battaglia nella nebbia” tra l’esercito regolare dell’imperatore e i ribelli samurai. Nathan passerà dalla parte della minoranza tradizionale combattendo l’ultima battaglia samurai della storia.
Le case in legno che si vedono nel L’ultimo Samurai sono riproduzioni perfette, dentro-fuori della tipica casa Machiya-Minka (casa cittadina con o senza negozio) e della Nōka (casa contadina), dove razionalismo e minimalismo non sono solamente un fatto estetico funzionale ma frutto dell’armonia, dell’equilibrio organico spirituale per far vivere la famiglia (ben protetta) ma sempre a diretto contatto con l’altro, con la natura. Anche in città ogni abitazione aveva un piccolo giardino. Al punto che quando in certe situazioni ambientali cittadine mancava lo spazio si sviluppò l’utilizzo dei bonsai, i grandi alberi miniaturizzati in vaso. Secondo una leggenda, la nascita dell’arte del bonsai (punt-sa in cinese) risale al periodo Han (206 a.C.- 220 d.C.) in Cina. I bonsai arrivarono in Giappone, probabilmente con i monaci buddisti Zen, che applicavano ai mini-alberi uniti a pietre dalle forme molto particolari — per creare un paesaggio miniaturizzato su cui meditare — i principi della loro filosofia. Nel periodo Heian (794-1185 d.C.) furono le tre famiglie Kato, Murata e Nakamura a codificarli come arte. In che modo potremmo definire l’arte del giardino giapponese? Semplicemente la “Natura artefatta per la contemplazione meditativa”: montagne pietre ruscelli sabbia rastrellata ponti varie essenze di alberi ma anche bonsai; un progetto codificato nei millenni dove l’aspetto simbolico spirituale ha il sopravvento su quello materiale. Case, templi, palazzi, senza orpelli, senza ostentazioni di ricchezza nella totale semplicità, pareti scorrevoli di legno e carta, tetti di paglia, a scandole o a tegole anche in ceramica. Nelle abitazioni un fuoco centrale per scaldare e cucinare, non ci sono mobili visibili, soltanto a parete, tatami ai pavimenti su cui si sta seduti o si dorme, ogni oggetto è arte del design: piatti, teiere, bottiglie, tazze, piccoli bassi tavoli, poggia testa per dormire, attrezzature semplici perfezionate nei secoli. Si sa quanto la cultura giapponese abbia influenzato positivamente l’architettura moderna occidentale, specialmente quella sulla costa del pacifico, fin dagli inizi del ’900 ponendola all’avanguardia. Nei miei articoli ho sempre insistito sul debito che l’architettura moderna occidentale ha nei confronti della casa coreana e giapponese sia di campagna che cittadina. Importanti esempi sono le opere californiane degli austriaci naturalizzati Rudolph Michael Schindler (1887-1953) e Richard Neutra (1892-1970). Entrambi agli inizi della loro storia professionale collaboratori di Frank Lloyd Wright (1867-1969) nel 1920 proprio quando Wrigth lavorava già da tempo a Tokyo alla costruzione dell’Imperial Hotel (1922-1967).
Ecco, in L’ultimo Samurai, quali sono le location storiche esistenti e quelle costruite appositamente in luoghi molto lontani dal Giappone:
Il palazzo e il tempio dove medita Katsumoto è il Sho-sha-zan Engyo-ji fondato da Shoku Shonin nel 906 nella Città di Himeji, non lontano da Kobe. Il tempio è in cima al monte Shosa. Li vicino c’è il Castello di Himeji del XVII secolo, noto come il Castello dell’airone bianco, che appare nei film epici di Akira Kurosawa (1910-1998): Kagemusha (1980) e Ran (1985). Akira è l’autore che più di ogni altro ha portato sullo schermo la storia antica e la cultura feudale samurai, che però non includo in questo articolo per non appesantirlo data la complessità della sua opera. Solamente una considerazione… Kurosawa si è sempre ispirato alla cinematografia Hollywoodiana. A volte al punto da non comprendere le differenze se non da certe tipicità espressive del regista edochiano. Ma quanto ha dovuto ricostruire anche lui per ambientare i suoi film? Gli dedicherò un’articolo apposta.
Il “Palazzo Imperiale” dell’imperatore Meiji a “Tokyo” con l’imponente scalinata è il Tempio Chion-In (1600) a Kyoto. Della scuola Buddista Jado fondata dal monaco Honen.
Gran parte delle riprese si sono svolte in Nuova Zelanda, sui pendii della Valle Uruti, a nord di Taranaki, a ovest dell’Isola del Nord, a circa 100 miglia a sud di Auckland. Il villaggio giapponese Nōka costruito qui in modo perfetto — applicando gli abachi dell’architettura del legno del popolo del sole nella loro integrità, complessità e differenze per tipologia e uso dell’abitazione — purtroppo distrutto subito dopo le riprese. Addirittura monte Taranaki sostituisce il monte Fuji.
Il porto dove il dissipato Nathan Algren (Tom Cruise) arriva in Giappone è uno spettacolare set costruito nella Città di New Plymouth, e la piazza d’armi, dove vengono addestrate le truppe giapponesi, e dove Algren invita una giovane recluta a sparargli, è il Pukekura Sports Ground, nel Pukekura Park, sempre di New Plymouth. La “battaglia nella nebbia” è stata girata nella foresta di Mangamahoe, intorno al lago Mangamahoe, a dieci minuti di auto a sud della città.
Anche in Memorie di una Geisha quasi nulla è stato prodotto in Giappone, a parte alcune scene girate nella città di Kyōto, in luoghi particolari in modo da dare più veridicità al film. Grande importanza sono le riprese girate nei Giardini Hakone di Saratoga (7,3 ettari) in California. Creati da due filantropi mercanti d’arte di San Francisco, Oliver (1877-1918) e Isabel Stine (1880-1959). Gli Stine assunsero il paesaggista Naoharu Aihara (1870-1940) per progettare i giardini mentre la Upper “Moon Viewing” House la affidarono all’architetto Tsunematsu Shintan (1877-1921). La costruzione procedette tra il 1917 e il 1929. Dopo diversi passaggi di proprietà nel 1966, i proprietari offrirono gli Hakone alla Città di Saratoga. Acquistando i giardini Saratoga li ha salvati da una potenziale distruzione. Nel 1987 la città commissiona al giardiniere paesaggista Tanso Ishihara (?-1980) e all’architetto Kyoshi Yasui (1925-2010) il completamento degli ettari rimasti incolti. I due professionisti aggiungono nuovi stagni, cascate, passaggi pedonali, ripristinano e costruiscono una nuova serie di sentieri sul lato sud-ovest della collina e aggiungono il Bamboo Garden.
Verso la fine di Memorie di una Geisha si vede il santuario degli Inari, noto come Fushimi Inari-Taisha (711d.C.), un tempio situato nella città di Kiōto alla base di una montagna. In particolare segnalo la scena delle decine di porte rosse che introducono all’interno del santuario, dove viene ripresa la Geisha Sayuri bambina di schiena mentre corre. Altre sequenze iconiche, come scenari di sfondo, sono state girate, nei templi buddisti Yoshimine Dera (1029) e Kiyomizu Dera (798 d.C).
Come si sa i giapponesi non hanno l’abitudine alla conservazione delle costruzioni civili, neppure quelle contemporanee, capolavori di grandi architetti del’900 sono già stati abbattuti e sostituiti con altri dopo soli 30 anni dalla loro costruzione. La Città di Kyōto del 1930 oggi non esiste più pertanto la maggior parte della produzione è stata realizzata su set complessi esterni e in studio, molto dettagliati. Il film è stato girato principalmente in un ranch di due chilometri quadrati chiamato Ventura Farms nella Hidden Valley a Thousand Oaks. Una troupe di 150 persone ha lavorato alla costruzione di un città maniacalmente simile alla Kyōto prebellica. Il set conteneva un fiume, differenti strade assiali, che, collegate da vicoli e ponti, ricreavano fedelmente il Quartiere delle Geishe (nel distretto di Gion). Gli interni delle varie residenze sono stati ricostruiti nei Sony Pictures Studio a Culver City, nella contea di Los Angeles. Ulteriori scene interne del film sono state girate negli studi, situati al 10202 West Washington Boulevard. Mentre un ristorante dagli arredi in stile giapponese ha rappresentato la Scuola delle Geishe e la casa da tè di Kyōto.
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