Alexander Nevsky (1938)
Il lettone Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (1898-1948) del quale ho rivisto i film con rinnovato interesse, ha realizzato capolavori d’arte cinematografica che vanno oltre a quello che a prima vista sembrano allo spettatore distratto e superficiale: demagogici, retorici, dottrinari di pura propaganda sovietica. Non bastò a Sergej essere un convinto comunista, il regime bolscevico fu poco propenso ad accettare le sue scelte di libero artista, il più delle volte lontane dal realismo socialista, sempre tendenti alla sperimentazione espressionista o all’astrattismo o al simbolismo. Il regista fu fortemente condizionato, limitato espressivamente, obbligato a tagliare, a rimontare a mutilare obtorto collo i suoi lavori. Un sorvegliato a vista, in costante compromesso con i suoi interlocutori politici, sia a livello di riprese sia in fase di montaggio. Ėjzenštejn di certo non poté fare sue le parole di Gesù “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci”. (Matteo 7,6)
Nel ’30 Ėjzenštejn invitato a Hollywood venne accolto con grandi offerte di lavoro. La cosa fece molto irritare Stalin che l’ho richiamò immediatamente in URSS senza permettergli di montare il film Lampi sul Messico (Thunder Over Mexico,1933). La stessa diffidenza di conseguenza la ebbe tutto il gruppo dirigente stalinista. Da Wikipedia: “…Motivi estetico-politici furono alla base della cancellazione dei progetti cinematografici già in programma. Anche se aveva già fatto nel 1937 l’autocritica secondo le norme … quando fu autorizzato a realizzare l’Alexander Nevsky gli furono imposti due integerrimi sorveglianti: l’aiuto regista e un addetto al cast…”.
Sergej era figlio d’arte, dell’architetto ingegnere Michail Osipovič Ėjzenštejn (1867-1920) di origini ebree tedesche. Da Wikipedia: ”…Iscrittosi alla facoltà di ingegneria, si scoprì più propenso verso altre materie quali l’estetica, la psicologia e la storia dell’arte (seguì contemporaneamente i corsi di architettura alla Scuola di belle Arti)…”.
Regista, sceneggiatore, montatore, scenografo e scrittore di grandissimo valore — ha lasciato 12 fondamentali testi di teoria, tecnica e critica del cinema. Fu un artista molto meno libero e più condizionato della sua coetanea collega tedesca Leni Riefenstahl (1902-2003). Ėjzenštejn morì molto giovane di attacco cardiaco.
L’architettura era innata in lui, nei suoi film svolge sempre un ruolo preponderante: anche quando ce n’é poca come nell’Ivan il Terribile (Ivan Grozniy, 1944), dove i monumentali muri interni della reggia dello zar diventano lo schermo su cui si proiettano per parecchi minuti le ombre dei personaggi creando un film d’animazione nel film o in La corazzata Potëmchin (Bronenósets Potomkin,1924) (vedi nota) dove l’artista si sofferma lungamente a riprendere parti di ponti girevoli, scalinate, passerelle, sulle quali camminano migliaia di comparse o sui particolari della corazzata: le bielle in movimento, i quadri di controllo, i manometri, le strutture metalliche, gli obici, i fumaioli. E in Ottobre (Oktjabr’, 1928) dove gli interni, gli arredamenti, le stoviglie, i decori, i soprammobili dell’Eremitage, il palazzo d’inverno di San Pietroburgo, sono utilizzati in modo estremamente diegetico, con lunghe inquadrature Style Life con sovrapposizioni, dissolvenze, che fanno pensare più all’estetica sperimentalista, astrattista, formalista delle avanguardie europee dei primi del ‘900 che a un film documentaristico realistico di propaganda politica. E se si vuole fare una “Full Immersion” nell’architettura della Russia industriale dei primi del ’900, Sciopero (Sta?ka, 1925) ne è la memoria oggettiva, con le fabbriche visibili dentro e fuori, le torri in ferro, i quartieri operai in legno o i condomini a ringhiera, le gru, i pezzi industriali forgiati, i quartieri borghesi, le abitazioni signorili e tanta città: le vie, il lungo fiume, l’antico cimitero abbandonato (quello dei poveri disperati che vivono nei barili), i ponti, le scalinate e di più. In La linea generale (Staroye i novoye, 1929) Ėjzenštejn mette a confronto il vecchio e il nuovo utilizzando proprio le architetture della Stalla moderna e della Centrale del latte costruttivista (meccanizzata, ultra efficiente) a fronte delle antiche case contadine di legno e paglia (senza una minima norma igienica) ormai inadeguate alla rivoluzionaria cultura dei Kolchoz. Nel film si vedono anche insediamenti razionalisti, palazzi di uffici, di grandi dimensioni, dei quali non ho individuato i progettisti.
Le architetture e le scenografie del film Alexander Nevsky (id.,1938) sono protagoniste fondamentali della vicenda narrata. Nel bellissimo film — perfetto come regia, fotografia, scenografie, sceneggiatura — il principe Nevsky (Nikolai Cherkasov) sconfigge i cavalieri teutonici in una battaglia sul ghiaccio del lago Peipus nella Russia settentrionale, al suono della musica dell’ucraino Sergei Prokofiev (1891-1953). Un po’ di storia per inquadrare il periodo. Ricordo che la vicenda si svolge nelle terre dei Rus‘ (in russo: Rus’, /rus/ Rusichi, Rusy, “uomini che remano” negli antichi dialetti scandinavi): popolazioni medievali scandinave che vivevano nelle regioni che attualmente fanno parte di Ucraina, Bielorussia e Russia occidentale”. Aleksander Jaroslavič Nevskij (1231-1263) figlio di Jaroslav Vsevolodovič, fu principe degli oblast’ di Novgorod e di Vladimir dal 1252 fino alla sua morte; famoso per le sue epiche gesta militari, è considerato eroe nazionale russo.
La pellicola è ambientata in gran parte negli Oblast’ di Novgorod-Velikij e Pskof (fondata nel 903) a 70 chilometri da San Pietroburgo. Però le due città dopo otto secoli, non avendo più le caratteristiche dell’epoca in cui si svolge il film, essendoci edifici più tardi accanto a quelli antichi (impossibili da mascherare) non poterono essere utilizzate.
Pertanto le architetture che appaiono nel film sono parti ricostruite con enormi costi — appena fuori Mosca — perfettamente identiche alle antiche vestigia. Anche il set del lago Peipus, il luogo della grande battaglia, è stato riprodotto con i banchi di ghiaccio artificiali realizzati con pontoni pieghevoli, galleggianti in grandi vasche, progettati per rompersi al passaggio dei militari in fuga.
La pellicola inizia con le scene (riguardanti Alexander che con la sua gente partecipa alla pesca sul Il’men) ove si vede una Gorodišče (piccola, antica fortificazione in tronchi di legno) posta di fronte al lago su un declino, che all’inizio del sec. XII negli annali cittadini (oggi consultabili) risulta di Rjurik (798-779) primo Gran principe di Novgorod. Nel film suscitano meraviglia le copie delle antiche navi scandinave a remi con la prua a forma di drago. Molto ben realizzate sono le ricostruzioni monumentali. Di Novagarod e Pskov si vedono, il grande torrione, il ponte in legno di accesso, le mura, le torri con coperture coniche, le porte d’ingresso, la copia della Cattedrale di Santa Sofia, una serie di abitazioni in legno tipiche dell’epoca, la via cittadina pavimentata con tronchi d’alberi, il mercato con i vari negozi.
Interessante è l’interno della reggia del principe Nevsky con il tetto formato da enormi tronchi affiancati uno all’altro che copre una grande sala con al centro una grossa colonna di sostegno scolpita e dipinta.
Le scene d’inverno del film furono realizzate d’estate con la neve simulata con la sabbia bianca presa dalle spiagge del Mar Baltico, cotone idrofilo sui rami dei larici e gli attori ricoperti di sale.
Breve nota.
“Anche secondo me” se si giudica sotto gli aspetti, demagogici, retorici, propagandistici ideologici il lungometraggio La corazzata Potëmkin (1925) di Ėjzenštejn è “…una cagata pazzesca”. Aveva ragione l’attore scrittore comico “demenzial-dada-surrealista” Paolo Villaggio (1932-2017) alias il ragioniere Ugo Fantozzi (1971) — autore della sceneggiatura di Il secondo tragico Fantozzi (1976) del regista Luciano Salce — a scherzarci sopra; negli anni settanta non se ne poteva più, in certi ambienti, dell’influenza culturale URSS in Italia. Ma l’arte, come tutti sappiamo, quando la si ideologizza diventa buona o cattiva, bella o brutta, utile o inutile, giusta o ingiusta a volte una “cagata”… magari da distruggere cancellare. Una cattiva abitudine, quella di prendersela con le architetture, i monumenti, i dipinti, i film che c’è tutt’ora. Pessima consuetudine che si vede tra l’altro proprio all’inizio in Ottobre (1927) dove il bolscevichi distruggono la statua dello zar Alessandro III Romanov (1845-1894) padre dello zar Nicola II Romanov (1868-1918) assassinato a Ekaterinburg con tutta la sua famiglia e la corte, cani inclusi.
On photo Pskov in flickr

