Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey) (1968) di Stanley Kubrick

Nella storia del cinema ci sono film in cui dominano diegeticamente architetture scomparse. Costruzioni di grande impatto scenografico e coinvolgimento emozionale, pezzi unici che fanno parte della storia dell’architettura e che, per ragioni non sempre ovvie, sono state distrutte dopo la produzione del film. Le possiamo vedere e rivedere solamente nei film per i quali sono state costruite ma non più esperirle fisicamente, cosa che addolora essendo le stesse, a mio modesto avviso, frutto del genio creativo, patrimonio di tutti non solo di chi le ha prodotte. Nel mio excursus di articoli ho già scritto di alcune, in questo di quelle spaziali progettate per 2001: Odissea nello spazio  (2001: A Space Odyssey) (1968) di Stanley Kubrick (1928-1999). 

Nel lontano 1961 il regista Kubrick e Arthur G. Clarke (1917-2008) autore del prequel La sentinella (1948) insieme decisero di scrivere la sceneggiatura di 2001: Odissea nello spazio in forma di novella terminandola nel 1964. Il libro usci nello stesso anno (1968) del film firmato solamente da Clarke.

In 2001: Odissea nello spazio si narra la fiaba della razza umana che, per via della presenza di un monolite (la Sentinella) induce negli esseri umani, in determinati momenti della storia, uno nuovo stato di conoscenza; permettendo di evolvere, di progredire grazie a delle fondamentali scoperte. Nel cast Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Leonard Rossiter, Margaret Tyzack.

Il film è quasi senza dialoghi sono le musiche, oltre alle immagini e alle architetture, a creare lo stato emozionale. Di Strauss, di György Ligeti, Atmosfere (Atmospheres), Luce eterna (Lux Aeterna) Avventure (Adventures), parti del Requiem Kyrie e di Aram Kachaturianinoltre la suite del Balletto Gayane. 

Sorge il sole, è l’alba di un nuovo giorno di 3 milioni di anni fa, sulle note di Così parlò Zaratustra di Strauss, un monolite domina la scena, un perfetto parallelepipedo nero, da esso esce un sibilo che permette alla scimmia che lo sta osservando di diventare Homo erectus, di usare le armi, un femore d’animale, per difendersi e uccidere i suoi rivali, dominarli per il controllo del territorio ove c’è una fonte d’acqua.

Come ho già anticipato le scenografie del film non esistono più. Contavo sul fatto che un progetto tanto complesso e importante, mirabile, lo avessero conservato, almeno alcune parti, in un museo. Niente di niente. 2001: Odissea nello spazio ha rappresentato un gigantesco passo avanti nella storia dei film di fantascienza, una rivoluzione tutta analogica, prima di quella digitale, dagli effetti speciali alla scenografia e del design. Purtroppo dopo le riprese del film, il regista Stanley Kubrick, chiese di distruggere i set, i veicoli spaziali, gli arredi, gli abiti, le tute, gli oggetti come i tablet, gli accessori utilizzati in modo che nessun altro potesse riutilizzarli dopo di lui. Mentre gli MGM-British Studios di Borehamwood, Hertfordshire in cui fu girata totalmente la pellicola furono demoliti, due anni dopo, nel 1970, per essere sostituiti da condomini. L’unica maquette di navetta spaziale sopravvissuta è il Moon Rocket Bus su cui dottor Heywood Floyd viaggia dalla Base Clavius per raggiungere il cratere lunare ove si trova il monolite. Il Moon Rocket Bus fu messo in vendita durante la 17esima edizione della Hollywood Auction Extravaganza e acquistato dall’Accademia degli Oscar per la cifra di 344.000 dollari.

Ogni oggetto del film è stato costruito, creato da zero, su progetto degli architetti scenografi designer Ernie Archer, Harry Lange, Tony Master, sotto l’attenta direzione di Kubrick, con una ricchezza di particolari e di tale qualità che lo spettatore è sopraffatto dalla loro bellezza. Nel caso di 2001: Odissea nello spazio l’architettura veicolare del futuro domina la scena in ogni fotogramma. Kubrick affermava di essere un buon lettore di fantascienza e che nei libri aveva trovato tutte le invenzioni poi realizzate nel film, in particolare che la sua intenzione era stata quella di fare un film scientifico, esatto in rapporto alle scoperte e alle possibilità dell’epoca in cui la storia si sarebbe svolta, non un fantasy. È così, in 2001: Odissea nello spazio la finzione supera e anticipa la realtà, ci troviamo realmente nel futuro, ma parallelo al nostro, ottimistico, non proprio in quello distopico che stiamo vivendo nel 2021 – 7 miliardi di esseri umani che presto saranno 15 miliardi se non trenta innondati da residui industriali e spazzatura – ovvero in un futuro dove tutto è bello, pulito, gentile, piacevole, elegante, progettato, nella ricchezza e nella pace diffuse dove le divisioni sono state risolte, uno stato che non raggiungeremo mai. Anche se, quanto dico, si intuisce solamente dalle sequenze spaziali; della Terra non si vede nessuna immagine, perché il regista dopo averle girate le ha tagliate tutte. Restano solamente le notizie che, in video chiamata, dalla base spaziale sulla luna giungono a inquietare i governanti mondiali al punto da doverle nascondere alla popolazione. Tutta l’azione avviene in gran segreto. 

La sinopsi: dopo il prologo la navicella Orion Pan Am si avvicina, sulle note di Sul bel Danubio blu di Strauss, alla stazione spaziale internazionale orbitante intorno alla terra, la Ruota ideata da Wernher von Braun l’accoglie nel suo hangar centrale. Gli scienziati emissari delle Nazioni Unite, tra questi Heywood Floyd, sono giunti sulla stazione per via di una scoperta fatta sulla Luna: un monolite identico a quello visto nel prologo già apparso 3 milioni di anni prima. La storia si ripete, giunti sul luogo degli scavi archeologici, nel cratere Tycho, il monolite emette un segnale, un sibilo assordante trasferendo ai terrestri una conoscenza che permette loro di fare un altro salto tecnologico e recarsi su una delle lune di Giove dalla quale giunge un segnale radio. Mentre gli esploratori ibernati  navigano sul Discovery Uno verso Giove ecco che devono combattere contro un nemico imprevisto, subdolo e assassino: HAL9000, il computer che governa l’astronave. Hal uccide quasi tutti gli astronauti tranne uno. Il comandante David Borman, unico sopravvissuto, arriva a destinazione dopo avere spento Hal. David l’uomo integrale, il migliore, l’eroe olimpico, trova ad attenderlo un enorme monolito nero che fluttua nello spazio… ma una forza incontrollabile lo fa precipitare nel melstrom di una nuova dimensione, ritrovandosi a guardare se stesso in una casa arredata in stile classico con tutti i confort, assistito da un quarto monolite nero, solo, invecchiare, morire e rinascere. Infatti è dalla casa dei sogni ovvero dalla grande madre, Sakti, coscienza mente concetto spazio tempo, il ventre da cui esce “David” il bambino feto stella, l’uomo nuovo, quello che, nel finale del film, appare avvicinandosi alla terra. 

Ma è proprio così? L’uomo evolve? Evolve per diventare cosa? Bisogna andare su Giove aiutati da un monolite, un software alieno, per comprendere chi è Dio, cos’è il mondo, chi siamo? Che senso ha questo se noi siamo già Quello che cerchiamo? David è Il testimone dell’inizio di una nuova era: di David che rinasce? Ma chi è David? Tutte domande che mi sono sempre posto alle quali potrei dare delle risposte… ma non oggetto di questa rubrica.

Foto di Andre Benz su Unsplash