Mechanic: Resurrection (2016)

Il fotografo inglese Donald Niebyl nel volume Spomenik Monument Database della casa editrice Fuel Pub (2018) documenta le architetture/sculture commemorative monumentali, in stile Brutalista, costruite nel periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni ’90 del secolo scorso, nella multietnica Repubblica Federale Socialista di Yugoslavia — Slovenia, Bosnia e Herzegovina, Kosovo, Croatia, Macedonia, Serbia, Montenegro. Architetture che celebrano la liberazione partigiana “rivoluzionaria” dei territori della ex Yugoslavia dalle forze dell’Asse. Edifici costruiti sotto il regime del dittatore comunista Josip Broz Tito (1892-1980). 

Quello che impressiona di questi monumenti, per nostra fortuna, è la libertà “espressiva” degli architetti ossia quella di costruire forme estremamente plastiche secondo il loro particolare stile,   canone, creatività e gusto, senza pregiudizi ne condizionamenti ideologici. Tutte, però, con un denominatore comune, il cemento armato a vista. Siti futuristici, in luoghi paesaggistici apicali, di grande valore d’immagine. Dove il cemento armato a vista, dato il suo colore di pietra, mimetico, diventa natura progettata. (Ogni opera, sono più di quindici, vale un viaggio nei Balcani).

Comunque troviamo edifici Brutalisti diffusi in tutte la nazioni del blocco comunista. Opere che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, del Muro di Berlino, e la Guerra di Yugoslavia sono state abbandonate lasciate nel degrado totale, all’autodistruzione, perché non più funzionali ai nuovi regimi “democratici”. Tra i molti professionisti artefici di questi diegetici complessi commemorativi c’è l’architetto bulgaro Georgi Stoilov (vedi in nota una mini-biografia).

In Bulgaria sono ben quattro i capolavori di Stoilov: il Monumento ai caduti nella guerra per la patria a Dobrich (1964), l’Arco della libertà al passo di Beklemeto (1980), la Casa Monumento di Buzludža (1981) e il Pantheon degli eroi (1985) — memoriale della guerra Serbo-Bulgara (1885 -1986) — a Gurgulyat. 

Uno di questi il Monumento di Buzludža (1981) — posto a 1432 metri sulle montagne dei balcani bulgari — ricorda una vicenda storica: nel 1868 il Buzludža fu il campo dell’ultima battaglia fra i ribelli bulgari guidati da Hadži Dimitar e Stefan Karadža contro l’Impero Ottomano. Nel 1891 i socialisti guidati da Dimitar Blogoev (1856-1924) si radunarono segretamente in quest’area per fondare l’organizzazione socialista che diede vita prima al Partito Socialdemocratico e in seguito al Partito Comunista Bulgaro. 

Il monumento è la più importante location architettonica del film Mechanic: Resurrection (2016) diretto dal regista tedesco Denis Gansel e interpretato dagli attori (tra i miei preferiti), Jason Statham, Jessica Alba, Tommy Lee Jones: sequel del film Professione assassino (The Mechanic, 2011). Una “pellicola” — per amanti del cinema d’azione e per architetti — di grande successo al botteghino però stroncata dalla critica internazionale. Nel film il monumento lo si vede dall’alto, dal basso, da ogni punto di vista. Un capolavoro, di specie aliena, un padiglione circolare, con torre campanaria fatta di due lame parallele (IPE), a triangolo isoscele rovesciato, molto accentuato, piantate con la punta nel basamento al cui vertice, base dei triangoli, su entrambi i lati è ritagliata una stella. Con gli interni ricoperti da mosaici in vetro di Murano. Nel 1991, il complesso fu abbandonato andando in rovina. Le scene girate nell’interno circolare sono state ricreate in CGI, e fanno vedere il mosaico com’era prima del crollo. Solamente nel 2020 è stato effettivamente restaurato proprio grazie al film recuperando le tessere cadute. Solamente all’esterno le zone a mosaico, sulla facciata, sono andate perdute. 

Quindi tantissimo lavoro in CGI, in studio, svolto presso i Nu Boyana Film Studios di Sofia. Ma in zona c’è di più… alla base della montagna in cui è posta la casa mausoleo troviamo un’altro monumento in cemento armato: due grandi mani, cubiste, accoppiate, destra e sinistra che reggono due fiaccole. Le mani escono da un sipario che imita la roccia… da sbiello!

Veniamo al film. Ecco una breve sinopsi da Wikipedia: “…Dopo aver finto la propria morte, Arthur Bishop (Jason Statham) — un “meccanico” che nel gergo criminale vuol dire sicario — vive tranquillamente a Rio de Janeiro sotto il nome di Santos. Qui viene rintracciato da una donna, Renee Tran: il cui capo vuole arruolarlo per uccidere tre persone, facendole passare per incidenti. Sentendosi alle strette, in una situazione poco chiara e con l’incognita di come siano potuti risalire alla sua nuova vita, Bishop scatta una foto alla donna, fa fuori gli scagnozzi della sua scorta e si dà alla fuga… vola in Thailandia dall’amica Mei (Michelle Yeoh) dove, sulla spiaggia, trova l’amore della sua vita: la Bond-girl Gina Thorne (Jessica Alba), che tra una sparatoria e l’altra per hobby fa l’educatrice scolastica… fino a poi ritrovarsi a Buzludža che però non risulta nel film essere in montagna ovvero una base navale sul Mar Nero…”.

Ma ci sono altre location molto interessanti nel film però attenti quante sono reali e quante ricreate in CGI. 

In Brasile a Rio de Janeiro le inquadrature fondamentali della sequenza di apertura nella città carioca mostrano l’iconica statua massiccia del Cristo Redentore, la spiaggia di Copacabana e il monte Pan di Zucchero, e dove avvengono sequenze iperboliche la funivia che porta al Cristo Redentore.

L’isola della Thailandia ove sulla spiaggia si vedono le classiche costruzioni thailandesi in legno che meriterebbero un’articolo a se, poste su palafitte. Sono fantastiche! Io le ho viste e ci ho abitato durante un lungo e infernale viaggio che feci negli anni ’70 in oriente. Però, la vera location del tranquillo resort dove Jessica Alba trascorre la maggior parte del tempo in bikini è Koh Yao Yai. Questa è una delle isole meno sviluppate turisticamente nell’area di Phuket, nella baia di Phang Nga. Di Bangkok sono ben visibili le guglie del Wat Arun (Tempio dell’alba) (1656), un complesso di templi buddisti sul fiume Chao Phraya. Mentre la casa con il cortile, dove Bishop fa fuori il primo obiettivo, con la piscina a sfioro è la Fifth Element Villa, un’opulenta dimora tropicale a Phuket Island.

La prigione di massima sicurezza di Penjara Kaedah, dove Bishop elimina il secondo obiettivo, è quella abbandonata a Chanthaburi (Thailandia), però l’esterno dell’isola, che più impressiona, è stato realizzato utilizzando immagini generate al computer. Ma se volete vedere come realmente vivono in Thailandia il galeotti vi consiglio il film documento biografico — bellissimo malgrado la truculenza — Una preghiera prima dell’alba (A Prayer Before Dawn, 2017). Cito da Today.it: “… al Festival di Cannes, A Prayer Before Dawn è l’ennesimo film che la lungimirante A24 (Nota 2) porterà nelle sale americane, presumibilmente nel 2018. Debutto alla regia del parigino Jean-Stéphane Sauvaire che, con il direttore della fotografia David Ungaro, ha girato il film in una vera prigione della Thailandia. Protagonista l’attore Joe Cole, già visto nelle serie Peaky Blinders e Black Mirror. Sceneggiato da Jonathan Hirschbein e Nick Saltrese, il film racconta la vera storia di Billy Moore, un giovane pugile inglese incarcerato per tre anni in una delle prigioni più tristemente famose della Thailandia. Rapidamente attratto in un sottobosco di droghe, violenze e bande criminali, Billy ottiene dalle autorità della prigione la possibilità di partecipare ai tornei di Muay Thai. Ben presto, si renderà conto conto che ciò rappresenta la sua unica speranza per la sopravvivenza…”.

Il terzo obiettivo porta Arthur in Australia. La notevole scena della piscina sospesa è stata realizzata sempre in CGI e con Green screen. La torre di Adrian Cook è un vero e proprio grattacielo, il Regus – Sidney Circular Quay, situato al 20 di Martin Place.

L’Harbour Bridge di Sydney e l’Opera House sono stati aggiunti sullo sfondo al Mare delle Andamane nell’Oceano indiano.

Dulcis in fundo, un po’ di design mitico: la moto usata da Arthur per spostarsi è la celeberrima Triumph Bonneville T120 TT del 1966. 

Nota 1

Una storia molto complessa e internazionale quella Stoilov, non solamente progettuale. Georgi Vladimirov Stoilov è nato nel 1929 a Kondofrey, in Bulgaria, un villaggio nella provincia di Pernik, a circa 60 km da Sofia.

Nel 1954 Stoilov si iscrive all’Istituto di Architettura di Mosca, dove si laurea. In seguito inizia a lavorare presso lo studio di ingegneria Glavproekt di Sofia. Successivamente, nel 1965, trascorre un anno a Parigi ottenendo una specializzazione in pianificazione urbana. Accademico ha fondato l’Unione degli Architetti della Bulgaria (ABU). Tutto ciò fa di Georgi Stoilov un fenomeno unico nell’architettura bulgara della seconda metà del XX secolo. La storia recente dell’architettura bulgara è strettamente legata a lui. Potrebbe essere paragonato come importanza al nostro Marcello Piacentini (1881-1960): infatti come organizzatore, coordinatore, ha dedicato la sua vita politica-professionale allo sviluppo dell’architettura in bulgaria promuovendo molti suoi colleghi. È stato Ministro dell’Architettura e dell’Urbanistica 1971-1973 e membro del parlamento, l’Assemblea Nazionale, dal 1967 al 1990. Inoltre fondatore e presidente dell’International Academy of Architecture dal 1987 al 2018;

Uno dei primi progetti di Stoilov fu l’Hotel Rila a Sofia (1961), seguito da vari altri edifici statali e per il tempo libero in tutta la Bulgaria, tra cui: il Campo Giovanile Internazionale a Druzhba vicino a Varna (1961); la sede del Partito Comunista Bulgaro e il Consiglio Distrettuale del Popolo a Pernik (1962); l’edificio della Radio Nazionale Bulgara (1971), e molti altri. Segnalo anche alcuni lavori realizzati all’estero: gli edifici dell’Ambasciata bulgara a Kabul, Afghanistan e a L’Avana, Cuba; inoltre un progetto commerciale ad Astana in Kazakhstan.

Nota 2

La casa di produzione indipendente statunitense A24 nata nel 1991 – deve il suo nome all’autostrada che collega Roma con Teramo passando per L’Aquila – è piuttosto famosa e importante perché ha saputo scegliere e produrre film originali e coraggiosi come (ne elenco solo alcuni) The Lobster, Midsommar, Ex Machina, Diamanti grezzi, Lady Bird, Room, American Honey, Hereditary, Twilight, The Social Network, The Florida Project, Under the Skin, The Witch e Bling Ring (2013) di Sophia Coppola.

Foto di Natalya Letunova su Unsplash