Una settimana (One Week, 1920)
Un giorno mentre a piedi percorrevo via Carlo Alberto a Torino, buttando l’occhio dentro al portone di Palazzo di Borgaro per guardare — lo faccio ogni volta che passo — lo spettacolare cortile a quinte progettato da Filippo Juvarra (1678-1636) ebbi una grande sorpresa: vidi niente po’ po’ di meno che un facsimile in scala ridotta (senza il tetto a doppio spiovente), della casa in legno, “protagonista” del film Una settimana di Buster Keaton. Dissi tra me e me. Noc noc… guarda… qualcuno si è ricordato del grande genio… poi in seguito ho scoperto che la casa è proprio un “omaggio a Keaton”, un’installazione dal titolo After Love (2017) di Vedovamazzei, pseudonimo di due artisti romani Simeone Crispino e Stella Scalada. After Love, oggi, è esposta nell’ingresso del Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma o Maxxi (2010), una delle ultime costruzioni dell’architetto decostruttivista Zaha Hadid (1950-2016).
Una settimana (One Week, 1920) è un cortometraggio diretto da Joseph Frank ‘Buster’ Keaton (1895-1966) e Eddie Cline (1891-1961) — dal 2008 conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Lo si può vedere facilmente su You Tube. Gli interpreti principali, oltre a Keaton, sono Sybil Seely (1904-1984) e Joe Roberts (1871-1923). Un corto girato senza l’utilizzo di modelli in studio. Pertanto parliamo di una casa vera, con tutte le scene riprese, anche le più spericolate — Keaton ebbe molti incidenti sul set, un vero cascadeur — sia all’interno che all’esterno della casa, senza trucchi. Una casa su due piani che gira su se stessa sotto le raffiche di vento di un uragano. Che viene trasportata da un posto all’altro, trainata da un auto per poi essere distrutta da un treno a vapore.
La casa prefabbricata, roba da Buckminster Fuller (1895-1983) vedi lo Stockade Building System (1917), insieme al terreno, giunge come bellissimo dono di nozze ai due sposi in un kit, con libretto d’istruzioni e pezzi numerati ma, a causa di un piccolo fiabesco demone che si aggira intorno a loro (malvagio invidioso geloso) forse un coboldo che cambia i numeri, viene da Buster costruita storta. Con il tetto che la copre in parte, scale che non sono dove devono essere e così le porte e le finestre (sghembe), pareti girevoli, un dentro fuori “demenziale”, porte che danno sul vuoto. Il demone, gli sposi, il facchino che trasporta il pianoforte, la scatola di montaggio, gli ospiti, l’uragano, il treno, un mondo unico, in una sequenza continua, fuori dal comune pensare. Una susseguirsi idee spettacolari, ove il regista è un dio classico che, creatore e distruttore, gioca con la vita dei suoi personaggi.
Ma la casa di Buster è un Case Study, una lezione di architettura. In essa, in nuce, ci sono cento anni di pensiero progettuale, quello architettura libera da pregiudizi, ideologie, stili, ma anche l’idea che con l’abaco costruttivo millenario, grazie anche alle nuove tecnologie computeristiche, si possa liberamente realizzare ciò che ci pare. Mettere insieme la putrella con la colonna dorica? Si! Per citare gli stili Decostruttivista, Googie, Post Moderno. Quello di Keaton a mio modesto avviso è un grosso contributo “involontario” alla storia dell’architettura contemporanea. Lezione da cui trarrà profitto Tati (1907-1982) con Casa Arpel per Mon Oncle (1957).
Il mito Keaton non è cosa recente. Ricordo che alla fine degli anni ’70 del ‘900 al Movie Club di Torino facemmo una rassegna dedicata al grande attore sceneggiatore regista con, tra l’altro, poco materiale a disposizione, copie recuperate in vari “luoghi” dall’infaticabile Baldo Vallero. Non è soltanto da oggi che Keaton è nell’Olimpo dei grandi nomi del Cinema del Novecento, accanto ai vari Chaplin, Eisenstein, Griffith, Stroheim, Lang, Vigo, Murnau, Lubitsch. Ricordo alcuni dei suoi capolavori molti in co-regia, altri come solo attore: Accidenti, che ospitalità! (Our Hospitality, 1923), Il navigatore (The Navigator, 1924) regista con Donald Crisp, Come vinsi la guerra (The General, 1927) regista con Clyde Brukman, Il Cameraman (The Cameraman, 1928) attore con la regia di Edward Sedgwick. Tra le sue interpretazioni in film sonori lo ricordo, in rare apparizioni: Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950) regia di Billy Wilder, Luci della ribalta (Limelight, 1952) regia di Charlie Chaplin, Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo (It’s a Mad, Mad, Mad, Mad World, 1963) regia di Stanley Kramer e l’eccezionale interpretazione in Dolci vizi al foro (A Funny Thing Happened on the Way to the Forum, 1966) regia di Richard Lester. La sua presenza nei film sonori come attore, pur minima, ha sempre dato un valore aggiunto e motivo di grande gioia a noi fan-cinefili.
Sulla vita e le opere di Keaton, nello stesso periodo della “casa ritrovata”, un grande cinefilo, critico e regista, Peter Bogdanovich (1939-2022) — il più europeo dei registi statunitensi l’autore di L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show, 1971) — ha diretto un film documentario: The Great Buster: A celebration (2018). Il mediometraggio ha vinto il Premio Venezia Classici per il miglior documentario sul cinema alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Dalle interviste di Bogdanovich si vede quanto molti autori, attori, contemporanei vedono Keaton quale fondamento per la loro formazione (Herzog, Mel Brooks, Tarantino, Reiner…). Dice Werner Herzog “Buster Keaton è l’essenza del cinema,. Keaton è sempre attuale. Perché il suo modo di porsi à eccentrico, fuori dai luoghi comuni, di inimitabile originalità che non ha epoca. Anche quando subentra il sonoro al muto, la sua maschera si adatta alla nuova situazione imponendosi come personaggio anche stando nel più assoluto silenzio.
Il pensiero di Buster Keaton (1895-1966) è la quinta essenza della visione pessimistica, venata da uno humor tragico esilarante che trasmette allo spettatore quanto la vita sia “cosa poco seria”, una presa in giro: tra poco piacere e molto dolore. Una grande frode. La vita in genere (qui la metafora dei due sposi in One Weck), al quale bisogna dare poco credito visto che anche nei migliori dei casi, ossia: anche quando domina l’amore, a causa della necessità, le cose possono andare malissimo malgrado la buona volontà e la capacità, l’abilità, dei singoli interpreti, al punto di accettare, subendo senza potersi opporre, ogni genere di dispiaceri. Non c’è libero arbitrio che tenga. Proprio non c’è.
Sempre di Keaton interprete ricordo il cortometraggio Film (1965) del regista Alan Schnaider (1917-1984) scritto da Samuel Beckett (1906-1989).
Nella foto After Love di Vedovamazzei

