LE AMICHE (1955)

Sono più di 90 i film girati a Torino nel dopoguerra. Ne cito qualcuno: Le amiche (1955) diretto da Michelangelo Antonioni, una storia di amore e morte; Leone d’Argento alla 16ª Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Banditi a Milano (1968) diretto da Carlo Lizzani, tratta delle imprese criminali della banda Cavallero che insanguinò le vie di Milano nel 1967. Mimì metallurgico ferito nell’onore del 1972, scritto e diretto da Lina Wertmüller. La donna della domenica (1975) diretto da Luigi Comencini. I compagni (1963) di Mario Monicelli con la sceneggiatura del regista insieme alla coppia Age e Scarpelli. Così ridevano è un film di Gianni Amelio vincitore del Leone d’oro nel 1998 alla 55ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il ritorno dello sciacallo (The Bourne Ultimatum) del 2007 diretto da Paul Greengrass ispirato al romanzo Il ritorno dello sciacallo di Robert Ludum dove si vede piazza Vittorio Veneto ripresa da una finestra del mezzanino di un ristorante.

Le amiche (1955) si svolge nella Torino del dopoguerra, proprio nel periodo della grande ripresa economica, del “boom”. 

La sceneggiatura, di Michelangelo Antonioni, Suso Cecchi d’Amico e Alba de Céspedes, tratta liberamente dal romanzo Tre donne sole (1949) di Cesare Pavese, narra di Clelia (Eleonora Rossi Drago) — di povere origini — un’importante stilista di Roma tornata nella sua città natale per aprire una succursale della casa di moda; dell’amica Rosetta (Madaleine Fischer) — alla quale Clelia offre la direzione del nuovo atelier — una giovane di famiglia molto ricca perdutamente innamorata dell’artista “povero ma bello” Lorenzo (Gabriele Ferzetti) marito di Nene (Valentina Cortese) tanto da portarla al suicidio e di Momina de Stefani (Yvonne Furneaux) una ricca “fancazzofila” che passa giustamente la giornata annoiandosi tra uno svago e l’altro. Nella pellicola i costumi sono delle geniali Sorelle Fontana che, all’epoca, per prime portarono l’alta moda italiana nel mondo vestendo le grandi dive di Hollywood.

In Le Amiche, diretto magistralmente, un film molto bello, i set sono quasi tutti ambientati a Torino. La capitale dei “Bogia nen” negli anni ’50 faceva fatica a uscire dall’impasse causato dalla guerra. Tutto era mal tenuto, nero, ricoperto da uno plurisecolare strato di polvere di carbone, i segni dei bombardamenti erano visibili ovunque, le facciate dei palazzi sfregiate dai colpi di mitragliatrice, malgrado la indiscutibile bellezza c’era poco da cine-riprendere — a parte certi luoghi — il paesaggio urbano era tristissimo, la ricca borghesia e l’aristocrazia avevano abbandonato il centro storico, i palazzi aviti, per andare a vivere in “collina”. Il centro si riempì di migranti, la città era in fase di pieno sviluppo industriale, aveva bisogno di forza lavoro. Si fece un restyling con Italia 61, dipingendola tutta di giallo. Un danno culturale tale che si sono impiegati più 50 anni per rimediarlo e dimenticarlo.

Fanno da sfondo agli attori: la Piazza San Carlo e il Caffè Torino dove Clelia attende l’architetto Cesare Pedoni (Franco Fabrizi) per chiarire alcune problematiche relative all’ultimazione dei lavori. L’atelier, ove si vede l’amica Rosetta al lavoro, si trova nella Via Roma di Piacentini. È Piazza della Repubblica dove Clelia, sotto i portici, compra degli arredi. Mentre Piazza Cavour e l’Aiuola Balbo sono i set nei quali Lorenzo e Rosetta camminano e si fermano a parlare presso un venditore ambulante di dolciumi, in lontananza l’Ospedale San Giovanni vecchio non ancora sopraelevato di due piani. I Murazzi del Po sulle cui sponde viene ripescato il cadavere di Rosetta.

Grandi interpreti di Torino sono proprio i giardini, i parchi, le allee, le fontane allegoriche, uniti alla statuaria commemorativa — dei suoi eroi, degli eminenti cittadini del passato — a completarla, a renderla unica e inimitabile.

L’Aiuola Balbo del 1874 realizzata da Edoardo Pecco (1823-1886), rialzata di un metro dal filo strada, con un basamento “cordolo” in pietra modanata di Luserna e mattoni a vista con all’interno una grande vasca oblunga a sfioro — una fontana con dieci spettacolari getti verticali — con al centro il monumento al patriota Daniele Manin (1804-1857) ritratto a basso rilievo sullo scudo della statua allegorica raffigurante l’Italia (1861) di Vincenzo Vela (1820-1891). In asse altre due sculture poste simmetricamente sui due lati corti semicircolari, raffiguranti personaggi del nostro risorgimento, sempre per mano del Vela, una dedicata politico e scrittore Cesare Balbo (1789-1853) da cui prende il nome il giardino, l’altra del generale Eusebio Bava. Mentre sui lati esterni dell’aiola c’è l’erma dell’attore e patriota Gustavo Modena (1803-1861) opera dello scultore Leonardo Bistolfi (1859-1933). I busti in bronzo del rivoluzionario magiaro Lajos Kossuth (1802-1894) e del diplomatico Salvatore Pes marchese di Villamarina (1808-1877) — sul lato di via Dei Mille — sono rispettivamente di Jòzef Damkò e di Odoardo Tabacchi (1831-1905).

La piazza Piazza Cavour con il giardino fu totalmente ristrutturata nell’attuale aspetto nel 1872 su progetto dell’architetto Ernesto Balbo Bertone di Sambuy e del giardiniere Marcellino Roda. Oggi purtroppo asfaltata, un’assurdità. Sul giardino campeggia la statua bronzea del politico e diplomatico Carlo Felice Nicolis conte di Robilant opera di Giacomo Ginotti realizzata 1896. Sulla collinetta è posto un busto dedicato al Mahatma Gandhi. Dalla parte di via San Massimo, vicino alla fontanella,, c’è un monumento in pietra e bronzo bronzeo del 1970, dedicato al poeta dialettale piemontese Pinin Pacòt (1964). La piazza è circondata da architetture molto importanti, chiese, palazzi, ville, edifici religiosi e scolastici.   

I Murazzi del Po primo tratto dei “Muri” (quello lungo corso Cairoli e lungo Po Diaz) furono costruiti tra il 1833 e il 1835 su progetto di Carlo Bernard Mosca in variante e aggiunta al progetto originario del 1808 di Joseph La Ramée Pertinchamp, progettista del ponte Vittorio Emanuele I (1810-1813). 

Nella Torino del dopoguerra si è costruito un po’ ovunque a volte cose brutte a volte belle cose. Nel vastissimo centro storico in particolare alcuni edifici fondamentali che all’epoca del film erano in costruzione o furono realizzati subito dopo. Edifici che sicuramente — come in tutti i suoi film — il regista avrebbe sicuramente citato, utilizzandone almeno uno, per segnare il tempo storico dell’azione. 

Tutti appartenenti alla nuova architettura torinese degli anni ’50 che torna ad una visione estetica di fine ottocento, Neoliberty, entrando prepotentemente nelle vie del centro storico a riempire le ferite della guerra, lasciando segni di cui andare orgogliosi. 

Realtà progettuali che rompono nelle forme con il Movimento moderno, ma non nell’uso delle tecniche costruttive. Prima tra tutti la Borsa Valori di Torino (1956) progettata dai giovanissimi Roberto Gabetti, Aurelio d’Isola, Giorgio e Giuseppe Raineri. Di proprietà della Camera di Commercio, oggi trasformata in luogo per esposizioni, ma tenuta in condizioni vergognose, fuori e dentro. Il bellissimo bugnato monumentale in pietra sbozzata — sconciato da orripilanti firme e usato principalmente come orinatoio per cani e umani — le finestre senza più i vetri, sostituiti con del multistrato marino e plastica traforata rossa (non credo sia il caso di imitare Gehry). Qualcuno sa la ragione di tanto abbandono? 

L’Edificio per Uffici (1957-1960) in via Pomba angolo via Giolitti. Un capolavoro di Gino Becker e Josef Rosenthal che integra una preesistenza — semi distrutta dai bombardamenti — il Palazzo Bersezio poi Tahon di Revel (1600-1699) ricostruito negli anni ’50 con l’edificio a ponte che scavalca via Giuseppe Pomba; la dimostrazione di come l’architettura contemporanea possa inserirsi in maniera corretta in luoghi storici senza intaccarne minimamente la struttura antica. Altro capolavoro di Becker, in stile Organico, è la magistrale soprelevazione del Condominio (1958-1962) di via Giuseppe Baretti 46. 

La Bottega d’Erasmo (1955-1957) degli architetti Roberto Gabetti e Aimaro d’Isola: un condominio, in pietra e paramano, concettualmente realizzato intorno a una libreria antiquaria — da cui prende il nome — anch’esso su un lotto distrutto dai bombardamenti. Vicinissimo, quasi di fronte alla Mole Antonelliana. 

Il Palazzo dell’Obelisco (1954-1958) di Sergio Jaretti Sodano e Elio Luzi, edificato nell’ottocentesco quartiere di Borgo Crimea, di unicità e novità assoluta, a fronte dell’obelisco della Spedizione militare in Crimea dello scultore Luigi Belli, eretto nel 1892. Il Palazzo dell’Obelisco è un condominio residenziale, caratterizzato da sinuosi prospetti ricoperti da litocemento modellato per creare un effetto movimento curvilineo di tipo Modernista (Gaudì). 

Del BBPR un opera molto importante, la Torre di Piazza Statuto (1959-1961) in stile Brutalista “Neoliberty”. A fronte del Monumento al traforo del Fréjus (1869) di Marcello Panissera di Veglio.

La Torre BBPR è una delle più interessanti costruzioni torinesi del dopo guerra. Sia per la qualità del design — dell’uso del calcestruzzo armato abbinato al mattone a vista — sia per la sensibilità da parte dei progettisti di completare con i portici il lato nord della grande piazza, prima mancanti. Giusto sarebbe abbinarle una torre gemella con i relativi portici sull’altro angolo di via Cibrario, una simmetria che darebbe un senso di completezza alla piazza. So che le mie sono “Parole nel vuoto”.

In fine il Condominio (1957-1970) di corso principe Eugenio 19 anche questo di Roberto Gabetti e Aurelio d’Isola. Nell’isolato di Palazzo Paravia (1864) in cui, nel dopo guerra, vi fu una delle sedi dell’antica Casa Editrice Paravia (1802).