The Bling Ring DI SOFIA COPPOLA 2013

I soggetti dei film di Sofia Coppola sorprendono, coinvolgono, lasciano attoniti — quasi sempre riguardano persone, donne, che si sentono, abbandonate, separate, tradite, nei loro affetti primari, da chi amano… dai genitori, dai figli, dai mariti, dagli amici, dagli amanti. I film si svolgono nei più differenti luoghi del mondo e anche in momenti storici drammatici (ad esempio la guerra civile americana o la caduta della monarchia in Francia): cosa mancava, più di tutto, a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena (1775-1793) regina di Francia brutalmente decollata da barbari sanguinari? La sua mamma! L’imperatrice Maria Teresa d’Austria (1717-1780) che da giovanissima l’aveva tradita allontanata da se… esiliata in una nazione straniera, per darla in sposa ad un uomo che non conosceva, a fare la regina che non voleva fare. Tantomeno essere ricordata dalla storia, divisa dalla sua testa, per le brioche — a Marie sarebbe piaciuto fare la pastora; vivere in una capanna coi suoi bambini, a mungere le mucche, coltivare verdure, non a Versailles (1683) o a Shönbrunn (1700). 

Il tema principale dei film di Sofia è la vita che scorre… tante immagini pochi testi, zero contenuti ideologici, i personaggi come ho già detto non si lamentano, non accusano nessuno — a parte quando vengono amputati di qualche parte del corpo — accettano… percorrono malinconicamente la vita che il destino ha loro riservato.

Indubbiamente Sofia Coppola, bella ed elegante, è come suo padre Francis una grande regista… malgrado i soliti detrattori (alcuni dicono che fa sempre lo stesso film e che sfrutta la fama del genitore). Sofia non è solamente una regista sceneggiatrice, è anche una stilista di successo e un’imprenditrice della moda. Ricordo gli altri suoi lungometraggi: ll giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999), Lost in Translation – L’amore tradotto (Lost in Translation, 2003), Marie Antoinette (2006), Somewhere (2010), L’inganno (The Beguiled, 2017).

Sofie Coppola fa parte del gruppo dei nuovi registi statunitensi, tutti da seguire: Wes Anderson, Spike Jonze, Paul Thomas Anderson, Charlie Kaufman e Richard Linklater.

Bling Ring (The Bling Ring, 2013) tratta di un storia vera, accaduta nel 2009; quella di un gruppo di adolescenti amici compagni di scuola della Indian Hills High School di Calabasas, tra i quali Marc Hall e Rebecca Ann, che rubavano nelle ville di star e di ricchi milionari: Lindsay Lohan, Paris Hilton, Orlando Bloom, Brian Austin Green, Audrina Patridge, Rachel Bilson e altri. Cosa? Abbigliamento, carte di credito, denaro, oggetti vari, gioielli, orologi, scarpe, automobili, qualsiasi cosa loro piacesse. Per farne cosa? Poterle indossare, per assimilarsi ai loro idoli consumistici, sentirsi emotivamente pari. Ostentandole dove? Proprio nei luoghi dove i personaggi derubati erano soliti frequentare: locali alla moda della città di Los Angeles. Bar, ristoranti, sale da ballo, per strada, nelle vie dello shopping; quei luoghi che i ragazzi vedevano in televisione e sulle riviste a cui non avrebbero mai potuto accedere senza avere denaro e il giusto look. Staccati, dissociati, psicologicamente dalle proprie famiglie, pur borghesi, ancora di più da quelle élite di cui “invidiavano” l’aspetto mondano, lo stile di vita unico e irraggiungibile tipico di chi è molto ricco, di chi appartiene al jet set. Quel gotha le cui abitazioni — si vedono nella pellicola — sono progettate da importanti architetti.

Ecco i principali luoghi in cui si svolge il lungometraggio: Valley Oak Dr, Beverly Hills, Calabasas, Hollywood Hills, Mohave Desert, N Beverly Dr, Palmdale, Sybil Brand Institute, Venice Beach e Zuma Beach.

Ville per lo più ideate da architetti emergenti, educati alla scuola di Los Angeles: quella in costante evoluzione progettuale — a Torino è cinquanta anni che non costruiscono niente del genere, ultime la minimalista Casa Nasi “Il cubo” (1972) di Sergio J. Hutter (1926-1999) e lo Studio Gribaudo (1974) (brutalista) di Andrea Bruno: due capolavori assoluti.

Da riconoscere in Blind Ring, prima tra tutte, è la spettacolare Openhouse (2001) di XTEN Architecture, totalmente immersa nel verde con vista su tutta l’area metropolitana di Los Angeles.

XTEN Architecture è uno studio internazionale pluripremiato con sede a Los Angeles e a Sissach in Svizzera, specializzato in edifici residenziali, culturali e commerciali. Uno studio di architettura e ingegneria guidato da Monika Haefelfinger e da Scott Utterstrom. Fondato nel 2000 dalla stessa Monika Haefelfinger e dal compianto Austin Kelly (1966-2015). Dal sito dello studio: “XTEN affronta l’architettura con precisione e rigore svizzeri insieme allo spirito innovatore e sperimentale di Los Angeles”. Di XTEN ho contato 37 ville, tutte originali direi uniche.

Mentre di Hollywood Hills si vede una casa progettata da Belzberg Architects con gli interni, gli arredi, firmati dall’architetto designer Meg Joannides di MLK Studio.

Sempre dell’architetto Hagy Belzberg la eccezionale Skyline Residence (2007) a Laurel Canyon, sulle colline di Hollywood. Una villa su un terreno a strapiombo. Progettata su un budget ridotto, un approccio “economico”. Un edificio ecologicamente sostenibile, autonomo in tutto. 

Quello di Belzberg è uno studio di architettura che merita un po’ di storia: Hagy Belzberg già architetto associato dello studio di Frank O. Gehry and Partners fonda nel 1997 il Belzberg Architects (1997). Il primo lavoro importante è stato La Mataja Residence (2001) a Malibu per il collezionista di automobili Bata Mataja. La villa appare per la prima volta nel film The Glass House (2001). In seguito lo studio si aggiudica la progettazione di un ristorante, una caffetteria e un negozio di articoli da regalo all’interno della Walt Disney Concert Hall (2003) di Frank O. Gehry il luogo della Filarmonica di Los Angeles (1919). In seguito vince il concorso per il Museo dell’Olocausto (2010) di Los Angeles nel Pan Pacific Park — uno dei pochi progetti che ha ricevuto sia dall’AIA Institute Honor Awards for Architecture che da Interior Architecture — una struttura perfettamente integrata nel parco. Altro importante progetto è il Gores Group Headquarters, la ristrutturazione di un edificio di uffici commerciali all’ingresso occidentale di Beverly Hills. Di poi The Pavilion (2014) al City of Hope National Medical Center di Duarte, una struttura polivalente per il centenario dell’istituzione ospedaliera; Il BAR Intergenerational Community Center e molte altre importanti ville a Toronto, Città del Messico, Atlanta. Per un approfondimento consiglio il sito: https://bacollective.com/ 

In Bling Ring c’è un luogo che si vede molto bene dentro e fuori: la villa ove vive l’ultra-milionaria Paris Hilton all’interno della comunità recintata di Mulholland Estates (una specie di La mandria a Torino). Dice la cronaca che la Hilton abbia accettato che Sofia utilizzasse per girare numerose scene del film ogni parte della casa, entrasse addirittura nelle sue stanze armadio e la sala night club. Nella tenuta la Hilton ha una casa più piccola dove organizza solamente feste.

Può sembrare sconcertante che la Hilton fosse disposta ad aprire la sua casa al set dopo i furti del gruppo Bling Ring, dal processo risulta che solamente a lei abbiano rubato beni per un valore di due milioni di dollari. Paris, tuttavia, ha affermato di non essere preoccupata che il film le causasse ulteriori problemi di sicurezza.

Ho inserito un sistema di sicurezza avanzato laser. Con guardie di sicurezza sempre presenti, ci sono telecamere ovunque“, ha detto Hilton. “Quindi, se qualcuno cerca di entrare, verrà catturato”.

Logicamente non poteva mancare la Scheats Goldstain Residence (1963) a Beverly Hills progettata dal grande John Lautner (1911-1994), ne ho parlato più volte in particolare nella recensione del Grande Lebowscki.

Alla fine, nel film, i nostri “stupidi” eroi finiscono quasi tutti al Sybil Brand Institute. Il Sybil Brand Institute (1963) dello studio architettura DMJM H&N è un carcere femminile in disuso a Monterey Park, sempre nella contea di Los Angeles. Prende il nome dall’attivista per il miglioramento delle condizioni carcerarie Sybil Brand (1899-1989).

La prigione fu completata nel 1963, un tempo contava oltre 2.000 detenute. Il carcere è stato chiuso nel 1997 per via delle sue cattive condizioni a causa dei danni subiti durante il terremoto di Northridge del 1994. Da allora è stato utilizzato come location in film e serie televisive: CSI: Miami, Legally Blonde (2001) di Robert Luketic, Torchwood: Miracle Day, Desperate Housewives, Jackie Brown (1997) di Quentin Tarantino, S.W.A.T..

Bisognerebbe dedicare alle architetture carcerarie contemporanee statunitensi, alcune strabilianti (come ad esempio il Juvenile Justice Center in Ventura County dello studio KMD Architects) un intero paragrafo. Dell’Italia, ho parlato nell’articolo  dedicato al film Cesare deve morire (2012) diretto da Paolo e Vittorio (1929-2018) Taviani, si può dire ben poco: le tre scimmiette sono di rigore (non vedo, non parlo, non sento)

Foto di Carol Highsmith’s America su Unsplash