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Nel 1952 però la Ferrania fu obbligata a concentrare la sua produzione nel settore fotografico e lasciare il comparto cinematografico, perché non riusciva a fronteggiare le produzioni estere. L’esperienza Ferraniacolor terminò infine nel 1958: per rimanere competitivi sul mercato era necessario passare dal supporto alla nitrocellulosa a quello al triacetato. La sua “grande” stagione quindi non durò neppure l’arco di un decennio.

Negli anni ’60 l’azienda passò al colosso americano 3M. Iniziò una nuova fase, in cui si superarono nuovamente i 4.000 dipendenti, investendo economicamente e socialmente con le sue ricadute tutta l’area dell’entroterra ligure.

Resta il fatto – fa osservare Luca Giuliani – che la storia e l’esperienza della Ferrania hanno contrassegnato una lunga una stagione imprenditoriale e culturale “… che ha visto l’Italia come un centro di innovazione e sperimentazione delle nuove tecnologie (la riproduzione del colore, la diffusione della pratica e degli strumenti amatoriali) e delle forme di espressione per immagini (la fotografia, la grafica) di cui il cinema è stato sicuramente la punta avanzata …”.

La sua attività di ricerca e produzione di materiale sensibile che, in successivi passaggi temporali, ha permesso lo sviluppo dell’industria fotografica, l’ha innalzata a livelli di eccellenza non solo nazionale. Il successivo declino, irreversibile, è dovuto soprattutto al fatto di non aver saputo adeguarsi alle innovazioni tecnologiche. E la fine dell’epoca delle pellicole, soppiantate gradualmente dalla fotografia digitale, segnò anche la chiusura degli stabilimenti bormidesi.

Oggi, dissimulato nel verde delle valli appenniniche, di quel lungo, fortunato e insieme travagliato periodo, resta solo un patrimonio industriale dismesso. A Ferrania ci vivono ormai poco più di 700 abitanti, mentre i suoi fabbricati – alcuni di gran pregio e posti sotto la tutela del ministero dei Beni Culturali – appaiono come malinconiche presenze di archeologia industriale.

Pensare che era diventata un vero e affermato distretto industriale, composto anche da un villaggio operaio, dove si viveva bene. Per questo ancor oggi Ferrania, per chi non l’ha dimenticata, è sinonimo di lavoro, di benessere e di crescita per un’intera comunità, un tempo dedita all’agricoltura.

Il complesso, costituito da più nuclei distinti, è il risultato degli interventi messi in atto in successione in fasi diverse da SIPE, FILM e Ferrania nel corso di tutto il Novecento, come ben illustrato dalla citata e accurata ricerca della Regione Liguria e del DICCA dell’Università di Genova, fonte preziosa della descrizione che segue. Certo è che l’espansione degli insediamenti non è avvenuta sulla base di un piano urbanistico preordinato e il risultato è una visibile disomogeneità e casualità delle sue componenti edilizie, sia produttive che residenziali.

La SIPE per prima, a partire dal 1913, aveva costruito a Ferrania alcuni baraccamenti (oggi non più visibili) e alcune abitazioni. A questo primo nucleo del polo industriale si erano poi affiancati un comparto isolato da terrapieni (in parte ancora visibili oggi), per proteggere le aree destinate alla produzione delle polveri, un’area contigua con magazzini e laboratori e una terza zona, a breve distanza dalle prime due, con altri laboratori, magazzini e alcuni edifici per i lavoratori. Solo sul finire della grande guerra furono costruiti i primi fabbricati di grandi dimensioni destinati ad alloggi per i dipendenti

La seconda fase di sviluppo del villaggio operaio (anni venti e trenta) si distingue per il netto potenziamento degli investimenti, riscontrabile anche nei caratteri formali e nella qualità delle abitazioni e delle costruzioni di servizio. Un nuovo nucleo abitativo prese il posto di depositi, magazzini e laboratori ereditati dalla SIPE, il villaggio Filmania, realizzato in stile razionalista. Si fece uso del cemento armato, con scelte architettoniche divergenti rispetto alle preesistenze. E sorsero, oltre alle abitazioni, la mensa, una rimessa per le auto e perfino una struttura destinata ai lavoratori celibi.

Altri fabbricati produttivi, nati con la SIPE, furono riutilizzati per ospitare nuove attività di servizio, come il circolo del tennis, lo spaccio aziendale e una serie di casette approntate riconvertendo vecchi edifici dismessi. In più, a partire dal 1941, venne costruito sulla sponda sinistra del fiume un complesso aziendale di otto unità abitative di grandi dimensioni denominato “Oltre Bormida” (perché sistemato sulla sponda opposta a quella fino ad allora interessata dalla costruzione del villaggio operaio). Poco a nord del “villaggio Filmania l’azienda realizzò anche un Dopolavoro per i dipendenti, ancora oggi considerato un edificio architettonicamente di grande interesse. Questa importante struttura, con un’impronta razionalista (su progetto dell’ufficio tecnico dell’azienda), fu inaugurata nel 1936 e divenne in breve il centro della vita sociale dell’intera comunità di Ferrania.

Nell’ultima fase di sviluppo (gli anni della ricostruzione e dell’espansione postbellica) si intervenne ancora nel settore abitativo per accrescere ulteriormente il patrimonio residenziale. Sette nuove abitazioni bifamigliari nei pressi del municipio di Cairo Montenotte, completamento dei gruppi di edifici iniziati nella fase precedente intorno allo stabilimento e in “Oltre Bormida” e riutilizzo dei bassi fabbricati in linea dell’inizio del secolo a Prasottano.

Con la ripresa del secondo dopoguerra le attività sociali ebbero nuovamente un ruolo importante nella vita di Ferrania. A memoria dei suoi abitanti, si ricordano le gite aziendali, le attività dei gruppi sportivi legati all’impresa, le rappresentazioni teatrali e gli spettacoli al cinema del dopolavoro, dove si esibivano, non solo per i dipendenti, notissimi personaggi del mondo dello spettacolo e della televisione.

La chiusura degli impianti produttivi e l’abbandono di buona parte degli immobili posero fine però a questo lungo ciclo di benessere, coinvolgendo anche le strutture del villaggio operaio. Gli alloggi passarono agli inquilini, in genere dipendenti e ex-dipendenti dell’azienda, mentre le strutture sociali ebbero sorti diverse. Il dopolavoro è oggi in stato di abbandono, mentre solo il circolo del tennis continua ancora la sua attività. La maggior parte delle strutture, situate sulla riva destra del Bormida – tra cui il laboratorio sperimentale, il gabinetto di posa e alcuni interessanti esempi di architettura industriale, in particolare la centrale termoelettrica Ferrania, la seconda centrale elettrica SIPE e il dopolavoro – pur in precario stato di conservazione, sono visibili ancora oggi, purtroppo non potendovi più entrare.

Di tutto quanto si può vedere, a colpire sono soprattutto i due edifici del 1916 progettati in stile eclettico e in cemento armato, per fornire l’energia elettrica. Oltre al circolo del tennis, ancora funzionante, rimangono anche i resti del primo villaggio operaio, lo spaccio aziendale, i siti produttivi e quell’edificio indimenticato del Dopolavoro.

La centrale termoelettrica di Ferrania è da considerarsi uno degli edifici di maggior pregio e più significativo del sito, sia sotto il profilo storico, perché risalente alla nascita dello stabilimento, sia sotto quello architettonico, anche per la particolare sensibilità mostrata nell’ideazione dei particolari costruttivi.

Sempre nella valle di Ferrania, in località Prasottano, si trova la seconda centrale elettrica dell’ultimo insediamento produttivo SIPE (rimasto incompleto alla conclusione del conflitto mondiale). Il villaggio era costituito anche dalla sede dell’amministrazione, dai tunnel per la produzione degli esplosivi e da una serie di fabbricati con finiture analoghe a quelle degli edifici del sito principale, in seguito trasformati in abitazioni.

Non essendo stato a lungo riconosciuto l’autore, la loro notevole qualità architettonica portava a ritenere che la centrale e la stazione elettrica fossero opera di maestri quali Moretti, Portaluppi o Mengoni. A seguito di minuziose ricerche svolte presso l’Archivio del Museo di Arte moderna e contemporanea di Rovereto e Trento (MART) e l’archivio privato del figlio dell’arch. Mazzocchi, oggi è invece possibile attribuire una cospicua parte degli edifici del complesso all’arch. Cesare Mazzocchi (Milano 1876 – Como 1945). Di lui è noto, fin dall’inizio della sua carriera, lo stretto rapporto con il mondo dell’industria, che lo condusse, dopo una fase professionale milanese, ad impegnarsi per conto della SIPE in valle Bormida, attività che lo occuperà per lungo tempo. La collaborazione di Cesare Mazzocchi con la SIPE in valle Bormida potrebbe essere estesa, secondo quanto riferisce Alberto Manzini, anche alla progettazione di strutture residenziali e di servizio: case per dirigenti e tecnici chimici, case per lavoratori e Palazzo Rosso a Cengio.

Il prestigio dell’azienda si riconosce, grazie al suo contributo, proprio nella immagine complessiva dell’insediamento, dove sono pochi i fabbricati – tra centrali elettriche, capannoni, torri dell’acqua o abitazioni – che non presentino nella forma o nei dettagli delle soluzioni stilistiche proprie di una architettura industriale di livello internazionale. “Le sue opere sono caratterizzate da un linguaggio eclettico che, dai tratti distintivi del Liberty del primo periodo milanese, passa per una fase di sperimentazione in valle Bormida, e giunge ad adottare il linguaggio del razionalismo negli ultimi anni della carriera” (A. Manzini).

Non si può non ammirare, infine, per quanto oggi in disuso, la “funicolare del carbone” Savona-San Giuseppe di Cairo, che attraversa anche l’insediamento di Ferrania. Progettata nel 1903 dagli ingegneri Antonio Carissimo e Giovanni e realizzata in soli due anni a partire dal 1910 costituì, per l’epoca, una risposta d’avanguardia alle esigenze del porto e delle industrie del nord Italia. La prima linea, di oltre 17 km. di lunghezza era, al momento della costruzione, la più lunga d’Europa, con un sistema integrato di scarico dalle navi e trasporto che permetteva di smistare il carbone direttamente a San Giuseppe di Cairo, disimpegnando il porto e la linea ferroviaria. Nel 1936 fu affiancata una seconda linea che seguiva il medesimo percorso e ne potenziava la portata.

Nel secondo dopoguerra le funicolari, fortunosamente non danneggiate dagli eventi bellici, permisero per lungo tempo ancora un costante approvvigionamento di carbone. Il 60% veniva scaricato in valle Bormida, il restante 40% si divideva tra Piemonte e Lombardia. Ormai vetusto, ma non ancora disarmato e rimasto ben visibile, in seguito agli eventi meteorologici del novembre 2019, che causarono smottamenti del terreno in corrispondenza di alcuni piloni, l’impianto ha cessato di funzionare.

Anche questo abbandono contribuisce ad immalinconire il pur affascinante paesaggio ex-industriale di Ferrania.

Letture

  • “Notizie Storiche su Ferrania”, in Angelo Salmoiraghi “Ferrania, dalle antiche ferriere all’industria dell’immagine”, Marco Sabatelli editore, Savona 1992
  • Bruno Corvi, Gianni Gigliotti, “Ferrania. Storia, percorso ed immagini di una straordinaria industria savonese”, Saonensis, ottobre 1996
  • Luca Giuliani, “Una volta si scriveva così: Ferrania”, in Vincenzo Buccheri, Luca Malavasi (a cura di), “La materia dei sogni: l’impresa cinematografica in Italia”, Carocci, Roma 2005
  • Alberto Manzini, “La val Bormida e l’industria chimica”, in Sara De Maestri, Roberto Tolaini (a cura di), “Storie e itinerari dell’industria ligure”, De Ferrari Comunicazione, Genova 2011
  • Alberto Manzini, “Architettura industriale in valle Bormida: la SIPE e l’architetto Cesare Mazzocchi”, Patrimonio industriale n. 12-13, 2013-14
  • Regione Liguria, DICCA-Università degli Studi di Genova “Ricognizione e catalogazione delle company town in Liguria”, Genova 2016
  • Massimiliano Terzi, “Storia della Ferrania”, Nocsensei, 19 dicembre 2019
  • Stefania Conti, “In tempo di crisi la memoria di una storia italiana: Ferrania”, Moondo, 27 marzo 2020
  • Federico Ferrero, “Ferrania Story”, Domani, 26 giugno 2021
  • Andrea Parodi, “La città della pellicola”, La Stampa, 21 settembre 2021
  • Raffaele K. Salinari, “Ferrania, dagli esplosivi alla Ciociara”, Il Manifesto, 7 gennaio 2023
  • Film Ferrania, “A Brief History of Ferrania”, 4 agosto 2023