Parte prima
Una valle appenninica boschiva, solcata dal fiume Bormida, circondata da colli che arrivano a 600 metri, ricca un tempo di prati fioriti o destinati all’agricoltura. È la Val Bormida, formata da una delle tre diramazioni del fiume omonimo, che si apre nel versante settentrionale della catena montuosa e dall’entroterra di Savona procede verso il Piemonte, per confluire nel Tanaro. Qui, a cavallo tra le Langhe e la costa ligure, ha avuto luogo una delle tante fasi di quel processo di profonda trasformazione che ha interessato l’Italia settentrionale a cavallo dei secoli XIX e XX.
Il suo territorio in prevalenza agricolo, immodificato nei secoli, venne sconvolto dall’industrializzazione, che pure portò con sé la “modernità”: stabilimenti, impianti, infrastrutture, villaggi operai che resero in poco tempo la valle Bormida, antica terra d’emigrazione, un centro d’attrazione di manodopera. Tutto ciò si trova nell’ambito di Ferrania, una frazione del comune di Cairo Montenotte (SV).
Prima della rapida industrializzazione di fine Ottocento, Ferrania esisteva già, in epoca medievale, con il nome di Ferranica. Era parte del feudo omonimo, costituito da un’abbazia, da un borgo sorto attorno ad essa e da alcune fattorie sparse nella vallata. E a tal Bonifacio Del Vasto, discendente degli Aleramo e capostipite delle famiglie del Carretto, è legato il documento più antico finora conosciuto in cui si parli di Ferrania: l’atto di Donazione del 1097.
Il feudo fu acquistato nel 1818 dal marchese Marcello Durazzo che vi insediò un’azienda agricola. In realtà un’attività produttiva a Ferrania si praticava già da tempo: si lavorava il ferro, molto facile da reperire in quella zona. Inoltre le colline della Valle Bormida, che le fanno da corona, erano ricche del legno necessario per l’alimentazione dei forni in cui il ferro veniva lavorato. Il nome stesso del luogo rimanda a questa tradizione.
Il Durazzo a partire dal 1820 riorganizzò anche la produzione dei piccoli opifici presenti nell’area, che trattavano il minerale ferroso, trasportato via mare dall’Isola d’Elba e poi via terra verso l’appennino. Nei decenni seguenti prima il marchese, e poi gli eredi procedettero a rilevanti interventi sia insediativi che di valorizzazione dei fondi agricoli, ma cagionando poi, per vicissitudini familiari, il progressivo abbandono del territorio.
Il feudo passò infine, in via ereditaria, alla famiglia De Mari, e la tenuta di Ferrania divenne la loro residenza prediletta.
Fu soprattutto Marcello De Mari a dare grande impulso alla fattoria. Bonificò la campagna, la rese idonea a nuovi metodi di coltivazione dei cereali e utilizzò razze selezionate per l’allevamento del bestiame. Ma alla sua morte (1913) la grande tenuta di Ferrania doveva sopravvivere per poco.
Per decisione dei suoi eredi, nello stesso anno, la SIPE (Società Italiana Prodotti Esplodenti) la acquistò e, nel 1915, trasformò il vasto granaio della zona di Pian Ceriseto in impianti per la produzione di prodotti esplosivi. Questa azienda si occupava della produzione di nitroglicerina, balistite e altre sostanze belliche. In realtà l’origine industriale di Ferrania deve essere collegata a quella svolta in precedenza dalla SIPE stessa in questa area, nella vicina Cengio, prossima alla linea ferroviaria della Val Bormida e prosperata con le commesse provenienti dalle forze armate coinvolte nella prima guerra mondiale.
Chi transita oggi per la val Bormida – si legge nella bella ricerca “Storie e itinerari dell’industria ligure” – si trova davanti a grandi complessi industriali semi abbandonati, che si innalzano tra le anse del fiume e le montagne. “Storicamente questo territorio, rivolto verso il Piemonte, ma più vicino al porto di Savona, al momento dell’insediamento della SIPE si divideva tra due mondi: quello agricolo delle Langhe e quello dedito al commercio del mar Ligure”.
L’industrializzazione di fine Ottocento diede avvio a una serie di grandi cambiamenti che hanno portato località come Cengio, Ferrania e Cairo Montenotte nella storia della chimica italiana. Eventi che hanno determinato, in termini di sviluppo, la crescita dell’occupazione ma anche afflitto, per gravi problemi ambientali, la società e il territorio bormidese.
Una altrettanto interessante ricerca, dal titolo “Ricognizione e catalogazione delle company town in Liguria”, chiarisce molto bene che queste tipologie di strutture sono state realizzate “dove si presentava una particolare serie di caratteristiche dell’insediamento produttivo: localizzazione in centri dell’entroterra in aree dove non vi era una urbanizzazione consolidata, dimensione consistente della fabbrica con una notevole occupazione stabile, assenza di un’offerta di alloggi e di una rete infrastrutturale che consentisse un facile collegamento ai centri vicini”. Le due realtà di maggiore rilievo che si sono in gran parte conservate nel tempo, anche a fronte della progressiva dismissione degli impianti industriali, si trovano, oltre che nella val di Magra (SP), proprio nella val Bormida (SV).
La SIPE, società milanese, era già importante a livello nazionale nella produzione di esplosivi e polveri. Nel comune di Cengio aveva rilevato nel 1906 il dinamitificio della Società Continentale de Glycerine et Dynamites, attratta dalla ampia disponibilità d’acqua, dall’esistente collegamento ferroviario, dall’estensione dei terreni disponibili, nonché dalla manodopera a basso costo. Qui ampliò la produzione e modernizzò gli impianti, occupando quasi interamente la grande ansa che il fiume Bormida forma tra il comune ligure di Cengio e quello piemontese di Saliceto. Quello di Ferrania fu il suo secondo sito, dove venne progettato e insediato un complesso chimico di grandi dimensioni, destinato a soddisfare le crescenti richieste di polveri ed esplosivi.
La sempre maggiore tensione internazionale infatti si traduceva in grandi affari: l’azienda aveva ottenuto, nel 1907 un primo appalto dalla Marina Militare e tre anni più tardi, all’approssimarsi della guerra di Libia, una grande commessa dal Ministero della Guerra.
Le vicende che la coinvolgono conducono sino alla soglia della Prima guerra mondiale, allorché la SIPE si sviluppa ulteriormente come industria di produzione di esplosivi, godendo di una posizione sicura e appartata, che le consente di svolgere questa pericolosa di attività in maggiore sicurezza, e della vicinanza dello stabilimento di Cengio, sempre di sua proprietà. Sarà peraltro proprio da questo primo impianto che nel 1928 prenderà vita l’ACNA, tristemente ricordata per le travagliate vicende che la coinvolsero fino agli anni ’90 in relazione all’inquinamento portato nella Val Bormida e alle conseguenti, seppur tardive, opere di bonifica.
In ogni caso, durante la Prima guerra mondiale la SIPE divenne un polo nazionale per la produzione di tritolo e polvere da sparo. L’evoluzione di questo stabilimento prese slancio anche da parallele vicende belliche internazionali. La Russia aveva acquistato dalla Francia un modello di cannone campale, il Déport, che richiedeva per il suo funzionamento la cosiddetta “polvere B”, molto più potente della polvere da sparo, ma prodotta e venduta da aziende francesi.
La vendita di questa polvere al fulmicotone e dei cannoni procedette senza intoppi sino alla Grande Guerra ma, già nel 1914, i francesi dovettero interrompere le forniture di detonatore per far fronte alle loro esigenze militari. Per di più, nel 1916 la Russia imperiale era in guerra contro la Germania e l’Austria e aveva un gran bisogno di miscela esplodente. Non essendo attrezzata per la sua produzione, si rivolse alla più importante casa di produzione italiana, la SIPE, che accettò. Il nuovo stabilimento, progettato per tale specifica funzione, fu collocato vicino a Ferrania perché era isolata e protetta dalle alture che la circondano e aveva inoltre il grande pregio di essere vicina al raccordo ferroviario Savona-Torino-Milano. Per rendere più agevole il trasporto dei prodotti bellici, fu rapidamente posato anche il raccordo ferroviario dallo stabilimento alla stazione.
L’approvvigionamento in materie prime era garantito, come per le altre imprese della val Bormida, tanto dal collegamento ferroviario quanto da una sbalorditiva teleferica del carbone entrata in funzione nel 1912, comunicante con il porto di Savona e adattata anche al trasporto del cotone per le produzioni SIPE.
Ma nel 1917 la rivoluzione d’ottobre e le seguenti vicende politiche portarono la Russia all’abbandono anticipato del fronte bellico e di conseguenza la domanda di quel particolare tipo di polvere diminuì drasticamente. La SIPE continuò comunque a fornire polvere da sparo all’esercito italiano.
Le tecniche di lavorazione e i macchinari presenti nell’impianto ligure si rivelarono tuttavia idonei per fabbricare la celluloide (con un trattamento della cellulosa) e nonostante potesse ancora disporre di un buon numero di commesse relative ad altre tipologie di polveri esplodenti la SIPE avviò, grazie ad una lungimirante visione, la riconversione degli impianti.
Quando nel 1918 si concluse anche la grande guerra, avendo intuito per tempo che bisognava cambiare produzione, la orientò del tutto verso la celluloide, usata nelle pellicole fotografiche (denominate film). Tra l’altro, la parola “film” equivalente di “pellicola” o “membrana”, che oggi tutti usano non soltanto per definire le prime produzioni di emulsioni cinematografiche in Italia, si suppone non derivi dal corrispettivo lemma inglese ma abbia preso il nome dalla FILM di Ferrania, come si suggerisce nel sito “cinema.it.
Ultimo atto della SIPE a Ferrania fu l’inizio della costruzione di un ulteriore dinamitificio nella adiacente zona denominata Prasottano, in cui si dovevano collocare le attrezzature necessarie alla parte più pericolosa di riempimento dei proiettili: l’impianto non venne però terminato per la sopraggiunta fine della guerra.
Allora, collaborando con la francese Pathé Frères, nel 1917 costituì la FILM (Fabbrica Italiana Lamine Milano) e in tal modo si inserì in un mercato internazionale allora dominato da AGFA, Kodak e Pathé. Già nel 1920 era pronta una pellicola cinematografica di celluloide che fu poi commercializzata dal 1923, periodo però nel quale il cinema italiano attraversava una sfavorevole congiuntura.
Perciò, tre anni dopo, nel 1926, i francesi uscirono dal capitale e la società rimase interamente in mani italiane. Ma i nuovi dirigenti, assunti dalla FILM con l’incarico di guidare l’azienda verso la liquidazione, si riveleranno al contrario fondamentali per assicurarle un futuro successo. Nel 1933 si fuse con la ditta Cappelli di Milano, specializzate in lastre fotografiche e nel 1937 assunse infine l’attuale denominazione Ferrania, prendendo il nome dalla località in cui era nata.
Gli anni della dittatura fascista, con l’autarchia ed il controllo sulle produzioni industriali, furono inizialmente duri per la Ferrania, cui venivano a mancare approvvigionamenti importanti di materie prime. Però, superati i momenti difficili, iniziò un periodo di grande floridezza. “Crescono gli occupati, aumenta il capitale sociale che viene raddoppiato, si potenzia e si automatizza il reparto per la produzione del supporto, il primo impianto per la preparazione delle emulsioni è sostituito da un secondo, più grande e tecnologicamente aggiornato. L’avvio della produzione di massa garantisce, oltre alle economie di scala, anche la costanza della qualità dei prodotti, mentre per evitare i pesanti contraccolpi di alcuni settori di mercato si amplia il ventaglio produttivo” (Luca Giuliani).
Paradossalmente, con l’arrivo del fascismo e con esso l’autarchia, la Ferrania – ormai riconosciuta come un marchio di successo – non ha più concorrenti in patria e diventa il terzo produttore mondiale di pellicola. Arriverà ad avere più di 5.000 dipendenti sparsi per tutta la Val Bormida. Per loro costruisce più borghi fatti di casette destinate agli operai e ville per i dirigenti. Sono edifici a due piani forniti di orto e pergolato: gli operai, spesso nati contadini, finito il turno tornano a lavorare la terra. A volte si riconvertono le costruzioni di servizio della grande villa del marchese (che si era giocato tutto alle carte): nelle scuderie, per esempio, viene creato un asilo.
Il periodo FILM-Ferrania, più lungo e contraddistinto da una sempre più grande vivacità dell’impresa, “si caratterizza inoltre per importanti interventi in campo sociale” (Stefania Conti). L’azienda era tanto avviata che poteva permettersi di mettere in pratica un welfare aziendale completo, che si manterrà negli anni a venire. Chi ci lavorò, ai giorni nostri racconta, tra l’altro, dell’ambulatorio medico: “avevamo dermatologo, otorino, ginecologo ...”. Anche per questo tra le maestranze era radicato un forte senso di appartenenza.
Poi lo scoppio della seconda guerra mondiale mise nuovamente in grande difficoltà la Ferrania che, nonostante ciò, nel 1941 riuscì ancora a mettere in produzione una pellicola invertibile per fotografie a colori. Pur salvata dalle distruzioni belliche, il dopoguerra fu per l’azienda un periodo molto problematico, ma anche di spinta all’innovazione. La società riprese le ricerche nei suoi laboratori presentando nel 1947 la Ferraniacolor, la prima pellicola a colori prodotta nell’Europa post bellica, e pochi anni dopo il primo negativo italiano a colori per la cinematografia.
Si aprì così un nuovo “periodo d’oro”, con il debutto internazionale delle sue pellicole cinematografiche, che immortalarono le interpretazioni delle stelle del cinema: attori, registi, direttori di fotografia … Nel secondo dopoguerra con le bobine prodotte a Ferrania, che batteva la concorrenza del colosso Kodak, vennero girati alcuni dei film più famosi della storia del cinema italiano: la utilizzavano grandi registi come De Sica, Rossellini e Pasolini, che girarono capolavori del neorealismo quali “Roma città aperta”, “La ciociara”, “Accattone”. Poi ci saranno Antonioni, Fellini, Germi, Lattuada e tanti altri.
Nei titoli di coda di tutta la produzione d’eccellenza di Cinecittà degli anni d’oro si stagliava il marchio Ferrania, ancor più valorizzato quando Sofia Loren vinse l’Oscar per La ciociara, immortalata da Vittorio de Sica con la pellicola 35 millimetri.
E fu proprio la Loren con il suo Oscar a sancire l’affermazione internazionale dell’azienda, che utilizzò il premio come veicolo pubblicitario a livello mondiale.
Nella foto centrale elettrica SIPE a Ferrania

