Nella società liquida contemporanea descritta da Zygmunt Bauman la densità fisica dell’urbanizzato compatto si nebulizza concettualmente: viene meno la consapevolezza diffusa del suo ruolo di incantare, emozionare, elevare lo spirito verso un immaginifico che non si appiattisca sull’effetto wow.

Da un lato, la città costruita ha per definizione una dimensione materica intrinsecamente pensata per i tempi lunghi, che dunque non riesce a star dietro – a meno di derive di spettacolarizzazione banalizzata – al desiderio famelico e compulsivo di istantaneità del flusso di immagini su schermi ad alto indice cromatico.

Dall’altro, di converso alle seducenti narrazioni sui quartieri storici come luoghi place to be, gli spazi insediativi compatti vengono descritti in toni allarmistici come recipienti nei quali rimbalza di continuo il pericolo imminente, dietro l’angolo in ogni strada.

Nella città si continua ad abitare, nei suoi luoghi pubblici ci si incontra, nei suoi spazi del terziario si ritorna a lavorare in presenza, ma l’immaginario emozionale – come ben raccontato da antropologi e sociologi – trasformandosi è fuggito dal reale al virtuale, dalla matericità all’impalpabile.

Di conseguenza, la sensazione è che lo spazio urbano sia – per la maggior parte delle persone che lo vivono stabilmente – non un teatro delle emozioni, ma una cavea nella quale risuonano unicamente i desiderata per esigenze funzionali di soddisfacimento di questioni molto pratiche, lamentazioni al riguardo comprese.

Distrazioni inopportune

In questo quadro, il decoro urbano – nel significato specifico di permanenza e incremento della qualità fisica diffusa, intesa come strumento di pienezza del concetto di abitare – non può che mentalmente evaporare.

Si cammina distrattamente, con lo sguardo fisso sui devices elettronici: non c’è attenzione allargata e dunque nemmeno una pressione sociale convinta e condivisa che determini una richiesta forte di attenzione su quegli aspetti che ormai sono bollati genericamente – spesso anche, inopportunamente, dagli addetti ai lavori – come pignoleria fuori luogo e maniacale su questioni etichettate come “non prioritarie”, “micragnose”, addirittura “superflue”. Si tratta di temi ben noti e ricorrenti. Per citarne alcuni: modifiche incongruenti al disegno delle pavimentazioni esterne; alla dimensione e allineamento delle griglie sui cavedi di aerazione; all’altezza e alle caratteristiche materiche delle zoccolature; alla configurazione dei serramenti; al ritmo dei parapetti; fino ad arrivare all’alterazione di texture e cromatismi dei colori delle facciate e addirittura alla riconfigurazione delle morfologie di copertura; senza dimenticare l’invasività di cartelli stradali, di pannelli informativi e di elementi segnalatori di vario genere.

Le procedure di efficientamento energetico hanno inasprito queste derive (in certi casi l’applicazione dei sistemi a cappotto ha determinando addirittura l’avanzamento del filo facciata sui marciapiedi dei fronti strada, pur se di pochi centimetri). Ed è probabile che in futuro eventuali nuovi provvedimenti legislativi sul tema determinino, se non opportunamente normati dal punto di vista del rapporto tecnica-immagine, un dilagare di squalificanti modi di operare.

Torino, inaspettatamente

Il caso di Torino non sfugge a questa dinamica declinante, che qui appare ulteriormente paradossale: come è noto, la città è un esempio in tre dimensioni della capacità – nelle fasi storiche che ne hanno determinato il suo consolidamento fisico – di costruzione della scena urbana a mezzo di una coerenza per niente scontata nel legare la scala microurbana a quella di dettaglio, non raramente anche nei quartieri periferici.

Probabilmente l’effetto di uniformità di insieme, dettato dalla forte e riconoscibile struttura a cannocchiale ottico della trama urbana (assialità molto estese che puntano scenograficamente su fulcri, costruendo lunghe prospettive), limita la percezione di aspetti puntuali. Tuttavia, se si analizza il quadro con onestà intellettuale – o semplicemente con un minimo di attenzione – appaiono evidenti le criticità.

La questione è ancora più distonica quando riguarda i tessuti del centro storico, se si pensa alla qualità e quantità di studi, ricerche, linee guida – spesso pubblicati in testi esaustivi, anche di editoria di pregio – che al riguardo evidenziano un carattere aulico non puntuale, ma diffuso e pervasivo nelle strade e nelle piazze.

I portici e via Sacchi, oltre la narrazione

A tutti gli effetti il sistema dei portici torinesi è parte integrante della ormai consolidata brandizzazione  della città storica a fini turistici.

Nel passato il progetto delle vie porticate è stato un laboratorio di sperimentazione sull’aggiornamento continuo del concetto di qualità fisica dell’urbanizzato e delle culture che di volta in volta ne hanno informato i caratteri. Si pensi alla rielaborazione degli storici elementi illuminanti del sottoportico codificata per la via Roma piacentinana (1937), nel tratto più a sud dell’asse in questione: l’ingegner Giudo Peri all’epoca ha modernizzato l’immagine dei lampioni della tradizione, progettando ad hoc una lanterna a forma tronco piramidale (chiamata “Novecento”), nella quale è annullata la fisicità delle giunture.

Ancora più a meridione, via Sacchi è stata costruita – tra fine Ottocento e inizio Novecento – come scenografia porticata, per essere percepita in slow-motion dai viaggiatori affacciati dai treni in lento ingresso nella prospicente stazione di Porta Nuova. Ancora oggi l’eclettismo architettonico di questo asse è un monumentale benvenuto – prospettante non a caso quello che era originariamente il lato arrivi – realizzato con caratteri tipologici, costruttivi e materici per nulla banali.

Di recente la via è al centro di interessanti dinamiche, se si ha la pazienza di leggere in modo non banale i risvolti dell’etichetta mediatica di “periferia del centro”: da alcuni anni la minor pressione speculativa commerciale dettata dalla posizione defilata ha consentito l’insediarsi di funzioni qualificate lungo il portico – piccole gallerie d’arte, centri linguistici e altri servizi specializzati -, in continuità con alcune eccellenze del commercio presenti storicamente nella via.

In aggiunta, proprio l’energia fresca dei nuovi operatori arrivati nei piani terra ha contribuito a creare un’ulteriore spinta propulsiva per la riqualificazione (peraltro potendo contare i proprietari degli stabili sull’imprescindibile motore delle agevolazioni fiscali per la riqualificazione dei fronti degli immobili): in anni recenti tutte le facciate sono state ristrutturate dalle proprietà – quasi in contemporanea una rispetto all’altra -, rispettando nel mentre le peculiarità architettoniche di ogni stabile, dunque sconfessando da diversi punti di vista il cliché contemporaneo di asse dai caratteri lugubri.

Ripiegamento nel domestico

Nello stesso periodo si è peraltro evidenziata una dinamica decisamente meno virtuosa: in una fase particolarmente accesa della discussione – nelle Istituzioni e sui media locali – a riguardo della desertificazione del commercio in centro città, in via Sacchi tre locali commerciali (poco distanti uno dall’altro) sono stati trasformati in “loft” abitativi, si presume in conseguenza del cambio di destinazione d’uso.

La questione è ovviamente già nota in quelle città italiane – compresa Torino – che hanno subito e stanno subendo un incremento accelerato della pressione turistica, oltre che della domanda di alloggi per studenti universitari, ma in questo peculiare ambito urbano appare particolarmente allarmante. I rischi di invasivi appetiti per la rendita passiva immobiliare favorita dalla crisi del commercio sono infatti evidenti proprio per gli assi porticati delle aree liminali tra il pieno centro e i tessuti urbani semicentrali: è, appunto, il caso di via Sacchi.

Le ricadute architettoniche sono non di poco conto: in primis, il cambio d’uso dei vani in funzione dell’uso residenziale ha determinato la riconfigurazione materica dell’involucro di chiusura verticale, in corrispondenza di quella che originariamente era la bucatura per le vetrine, con una evidente alterazione del rapporto tra opacità e trasparenze nel ritmo prospettico del portico.

Ma qui la ricaduta è ancora più invasiva. In questo caso è in gioco una declinazione del concetto di decoro urbano riferibile a un significato più complesso: riguarda il tema delle relazioni tra società e spazio fisico. In altre parole, si tratta del rapporto tra socialità e modi d’uso di spazi che sono stati concepiti e costruiti come caratterizzante palco diffuso lineare, monumentale e allusivo di immagini simboliche, per i riti collettivi peculiari della città.

Tra diritto e dovere

I potenziali meccanismi “curativi” possono essere rintracciati in strumenti di incentivo già noti, pur se certamente da esplorare nella loro complessità procedurale sul caso specifico: strumenti di premialità/vincolo per i proprietari dei locali commerciali del piano porticato.

C’è poi – e forse a valle di tutto – la questione generale del regime giuridico dello spazio dei portici nei centri storici, non del tutto esplorata a Torino, per quanto riguarda le specifiche implicazioni di confronto proattivo tra le parti. Si legge nei documenti di riferimento – sentenze e pronunciamenti vari nel contesto nazionale – che il portico è uno spazio di proprietà dello stabile di riferimento, ma gravato da servitù pubblica per diritto di passaggio, che va normata dall’Amministrazione comunale: sono immaginabili tutte le responsabilità del caso in capo alle parti, non solo di tipo economico.

Di per sé già questo aspetto rende auspicabile, ma anche pertinente e giustificabile, un dialogo tra proprietà e Amministrazione comunale, al fine di ragionare (meglio se non a mezzo di contenziosi in tribunale) su un ipotetico “regime speciale” dedicato agli assi con portici, anche nelle implicazioni sulla attualizzazione del regolamento edilizio e fino ad arrivare ai vari prontuari di arredo e corredo urbano.

Spunti e dibattiti al riguardo da cui partire non mancano nelle altre città porticate d’Italia e d’Europa.

Si spera, in primo luogo, sia condivisa anche a Torino l’evidenza che proposte e iniziative per episodici e modaioli interventi di cosmesi urbana non siano la soluzione, ma anzi possano essere percepite come strumentali strategie per non assumersi da parte delle Istituzioni le responsabilità sulle questioni di fondo.

Immagine 1. Lo spazio-portico nella manualistica ottocentesca. Da: Carlo Formenti, La pratica del fabbricare, Hoepli editore, Milano 1893-1895

Immagine 2: La lanterna “Novecento”, progettata per i portici della via Roma piacentiniana, (foto Alessandro Mazzotta)

Immagine 3: Il disallineamento delle griglie nel sottoportico (foto Alessandro Mazzotta)

Immagine 4: La stampigliatura del codice identificativo in pieno fusto sulle colonne (foto Alessandro Mazzotta)

Immagine 5: La riconfigurazione dell’involucro: da vetrina commerciale a cortina semiopaca per uso residenziale (foto Alessandro Mazzotta)

Immagine 6: L’uso residenziale dei piani terra visto dal fronte sul portico (foto Alessandro Mazzotta)