PARTE PRIMA

Se Gian Lodovico I Pallavicini avesse avuto sentore di cosa nascondeva la terra su cui volle edificare la sua piccola capitale, chissà se avrebbe accettato ciò che la divisione del marchesato gli aveva assegnato, lasciando al fratello Pallavicino il territorio di Busseto. Ma nulla all’epoca, più di cinque secoli orsono, faceva presagire che il sottosuolo del suo dominio custodisse un olio giallastro e puzzolente e soprattutto, un gas inodoro ma anche infiammabile, la cui utilità e il cui sfruttamento erano impensabili allora, ma lo sarebbero diventati molto tempo dopo, quando la sua casata era ormai da lungo tempo estinta.

Perché il sottosuolo della plaga, ora, soffia metano.

Senza esitazioni, quindi, Gian Lodovico si mise all’opera dopo la magna rixa scoppiata fra fratelli e chiusa, in maniera netta, dalla spartizione dei loro possedimenti, formalizzata il 2 luglio 1479 per decisione del duca di Milano, che bene esprime la dipendenza dei Pallavicino dalla corte sforzesca.

La scomposizione del marchesato in due più ridotte giurisdizioni separate rendeva comunque necessario costruire, sul territorio ora svincolato da Busseto, un nuovo centro per la residenza della sua corte. Perciò, lasciando al fratello quella di Busseto, il 4 settembre si spostò, insieme al figlio Rolando e con il suo seguito (la famiglia, i servitori e i cortigiani), in un’antica dimora che sorgeva cinque miglia più a est, in direzione di Piacenza.

Qui esisteva già una borgata, molto piccola, costituita da poche case, un castello più o meno in rovina e una chiesa dedicata a San Lorenzo. L’abitato aveva una sua storia, legata all’impero e ai proprietari precedenti, i Malnepoti e i Malaspina, a loro volta feudatari nel Trecento e fino al principio del secolo successivo. 

La sua denominazione, “Curtis Maioris”, rimandava ad un passato remoto di questa terra padana. Era sorta sui resti di insediamenti abitativi assai più antichi. Si sa infatti che in quella zona, nota in epoca romana col nome di Comitatus Aucensis, esistevano già villaggi palafitticoli risalenti all’età del bronzo. 

In età medioevale la “Curtis”, un complesso di edifici e terre relative, dotato di una propria organizzazione amministrativa ed originariamente di fondazione regia, divenne un presidio particolare ed assai importante anche per la posizione non marginale che occupava nel percorso da Cremona verso   l’Appennino,

I Pallavicino però avevano acquisito la proprietà delle terre di questa giurisdizione in tempi molto recenti nel corso del Quattrocento e Gian Lodovico volle perciò, per distinguere fortemente il suo dominio, che la nuova città da edificare si chiamasse Castel Lauro, affiancandosi al toponimo precedente ed eliminando minuziosamente ogni riferimento ai precedenti feudatari,

E avrebbe in un breve volger d’anni trasformato Curtis Maioris in un insediamento progettato dal nulla come adeguata sede di una piccola corte padana, una “città ideale” racchiusa in una ristretta porzione di pianura compresa tra il Po e la via Emilia, ma originata dall’ambizione di rappresentare la vera e propria capitale del suo nuovo staterello feudale.

Non era certo la prima volta che nella pianura emiliana nascevano piccole cittadine fortificate, con caratteristiche simili: il castello del feudatario posto in posizione elevata e fuori dell’abitato che doveva proteggere, il centro riservato alla chiesa e alle istituzioni civili. Questo impianto era comune anche ai principali feudi dei Pallavicino, Busseto, Monticelli d’Ongina, Zibello, seppur con differenze spesso accentuate, in quanto nate in epoca medievale e rimaneggiate nel corso dei secoli a causa di distruzioni, ricostruzioni e ampliamenti.

Sorti come aggregazioni semi spontanee attorno agli insediamenti signorili, questi centri nel corso dei secoli si erano sempre più sviluppati, offrendo ai feudatari – i Pallavicino – l’occasione di imparare a regolamentarne la crescita. 

La peste nera del Trecento pose inevitabilmente fine alla nascita di nuovi insediamenti “…  cosicché la colonizzazione dell’Italia settentrionale poté dirsi ormai conclusa, insieme alle aspirazioni autonomistiche comunali”, fa osservare Simone Fatuzzo nel suo bel saggio sulla fondazione Cortemaggiore (2019), fonte di molte altre notizie e citazioni.

Se nei secoli XIII e XIV a promuoverne la fondazione furono i Comuni, quando la loro crescita economica e territoriale lo consentiva, facendone una sorta di “colonie” della città madre da cui erano del tutto dipendenti, dal punto di vista storico, sociale e economico, nel corso del Quattrocento le vere e proprie fondazioni o rifondazioni furono appena due: Giulianova, in Abruzzo, fondata dal 1470, e, appunto, Castel Lauro (S. Fatuzzo 2019).

A partire dal Quattrocento tramontano gli ideali della civiltà comunale, a fronte dell’emergere delle signorie. “Principi e marchesi, papi e vescovi avviano una serie di progetti più o meno ampi per plasmare a loro immagine e somiglianza le sedi delle loro corti, siano esse semplici castelli o città di ogni dimensione, legandole inestricabilmente alla loro memoria”. (S. Fatuzzo, 2020).

Scelto il luogo nel quale costruire un nuovo centro abitato, un primo progetto della rocca fu ideato da uno degli ingegneri ducali, Maffeo da Como – affiancato dal piacentino Gilberto Manzi – che Galeazzo Maria Sforza il Duca di Milano gli aveva appositamente inviato. Un ulteriore prova della dipendenza dei Pallavicino dalla corte sforzesca, punto di riferimento anche per la ricerca di maestranze adeguate. 

Le fosse di Castel Lauro, quelle di fondazione per la nuova rocca “si cominciarono cavare” all’alba dell’11 ottobre 1480. La costruzione della fortezza ebbe inizio qualche mese dopo, mentre nel marzo del 1481 il progetto del nuovo abitato era pronto e il tracciato regolare di Cortemaggiore venne tracciato sul terreno.

Tra il trasferimento dei Pallavicino a Cortemaggiore e l’inizio effettivo dei lavori di costruzione della nuova città passò più di un anno, per l’insorgere di numerosi problemi pratici. Occorse preparare il terreno con il suo livellamento, procedere al taglio dei boschi, allo scavo di canali e fossati per la bonifica e per la difesa dell’abitato e prendere le misure necessarie per sfruttamento agricolo del territorio circostante. Particolarmente problematico fu Il reperimento dei materiali in un’area dove la natura poteva offrire legname in quantità, ma era priva di pietra da costruzione. Si dovette impiantare almeno una fornace, poiché il mattone era l’unica alternativa praticabile.

Alla fine, per finanziare i lavori, i Pallavicino dovettero investire ingenti risorse, ricorrendo anche al lavoro imposto con la forza ai sudditi delle comunità sottoposte o al loro coinvolgimento finanziario nella costruzione degli edifici.

Castel Lauro sorse su un’area di circa sedici ettari, pressoché pianeggiante, sulla quale fu tracciata una pianta rettangolare, una sorta di grande scacchiera sulla base della quale fu organizzata la struttura urbana, costituita da sei file di sette isolati rettangolari disposti da nord a sud, raggruppati tre a tre. 

Nel mezzo la strada maestra, a cavallo dell’antica via romana, come nuovo Cardo Maximus, con una larghezza inusuale per l’epoca – da 12 a 18 metri – pari quasi all’estensione della piazza centrale. Fuori scala per una città di piccole dimensioni come Cortemaggiore, ma ritenuta necessaria per darle la dignità di “capitale dello Stato Pallavicino”. 

Le sue già imponenti dimensioni vennero ulteriormente ampliate, affiancandole due cortine pressoché ininterrotte di portici, che le davano l’aspetto di un vasto salone all’aperto. Da questa imponente strada si dipanava un reticolo minore, con percorsi ortogonali – che circoscrivevano lotti regolari – dotati di terrapieni, per distanziare le case dai margini e formare delle protezioni difensive.

Al centro della scacchiera, al posto di un isolato venne collocata la piazza, posta di fronte alla mole della chiesa Collegiata e tangente alla via principale. Come d’uso nel medioevo, era defilata dall’asse viario centrale, concepita in modo da consentire ai cittadini di radunarsi al di fuori del traffico. Un segno della “… grande attenzione dedicata dai progettisti rinascimentali alla creazione di spazi atti a permettere gli incontri fra le persone e quindi gli scambi e i commerci, che da questi incontri scaturivano”. (Luciano Summer in A. Miserocchi)

Su questa griglia trovarono inserimento gli edifici principali – la rocca, il palazzo signorile, le scuderie, i granai, la chiesa parrocchiale, le piazze – aggiungendosi alla conservata chiesa di San Lorenzo. La rocca e il palazzo sorgevano isolati e circondati su ogni lato da terrapieni, interrompendo il perimetro rettangolare di Cortemaggiore e distinguendo, in ossequio alle teorie dell’Alberti, la residenza del signore dalle costruzioni difensive. 

I lavori ebbero conclusione rapidamente, in nemmeno un paio di decenni, rispondendo nel contempo all’esigenza del committente di avere “un’impostazione grandiosa e culturalmente raffinata”. 

Una volta definiti i limiti, tracciate le direttrici e le forme degli isolati, quando era solo iniziata la costruzione di Castel Lauro, i Pallavicino cercarono di attirare nuovi abitanti, così da avviare le attività di un borgo fortificato che per ampiezza sembrava voler superare qualsiasi altro centro abitato della zona. Per cederli più facilmente I Pallavicino procedettero a far dividere opportunamente in lotti edificabili gli isolati di Cortemaggiore, disciplinando anche con regole e dimensioni definite la costruzione degli edifici, la distribuzione di massima delle case e il loro aspetto esteriore.

È proprio la regolarità della cortina edilizia della strada maestra, sebbene alterata in molte parti, a far supporre che l’imposizione di una forma di controllo estetico dei fabbricati rispondesse ad un preciso intendimento culturale. 

Naturalmente, l’assegnazione dei lotti seguiva il principio del riconoscimento dello dallo status sociale dei futuri abitanti.

Le case porticate lungo le vie principali e sulla piazza erano riservate ai ceti più agiati: al piano nobile le abitazioni, le botteghe al piano terreno, un secondo piano ribassato usato come granaio e magazzino. Allontanandosi dalla strada maestra le dimensioni delle case e dei lotti andavano riducendosi sempre più, in modo da marcare nettamente le differenze sociali e funzionali.

Nel centro di Cortemaggiore vennero collocate le sedi delle funzioni cittadine, civili, religiose e commerciali. Queste ultime (le attività di mercato e delle botteghe sotto i portici) erano comunque controllate dai Pallavicino. In ogni caso i prospetti delle strade principali non sono solo quinte architettoniche anonime, ma rivelano proporzioni precise volte a dare un’impronta estetica che rispecchiasse l’agiatezza della città, indirizzando lo sguardo dell’osservatore verso il centro dell’abitato.

Si sa che su una parte della strada maestra era ricavato il passaggio di un canale, il cosiddetto canale di Cortemaggiore o macinatorio, che oltre a portare acqua ai mulini, serviva allo scarico dei rifiuti e degli scarti di lavorazione delle botteghe, dunque a tener pulita Cortemaggiore, dandole maggior lustro.

Insomma, tutti questi aspetti rivelano una conoscenza approfondita della trattatistica rinascimentale, unita a una razionalità intelligentemente calata nella realtà materiale della città. 

Però, non vi sono documenti che attestino con precisione l’identità del progettista o dei progettisti autori dell’impianto urbano di Cortemaggiore. Molti studiosi tendono ad attribuirlo a quell’ingegnere ducale Maffeo Carretto da Como che fu inviato dal duca di Milano nel 1479 per disegnare la fortezza di Cortemaggiore e la cui realizzazione fu poi affidata ai fratelli Giovanni e Giacomo Comazzi (“de Comatio”).

Di lui si hanno poche informazioni. Fu ingegnere idraulico militare al servizio del ducato di Milano, inserito nei ruoli dell’apparato di controllo delle strutture difensive soprattutto nei castelli dello stato milanese, in particolare in quello di Porta Giovia e di Novara. Emerge anche il suo costante viaggiare dalle città e dai borghi a luoghi più lontani ai confini dello Stato: a Locarno verificò la sicurezza del castello, a Bellinzona collaborò al rafforzamento delle mura e alla costruzione del maniero di Sasso Corbaro. È tuttavia difficile affermare che tali impegni gli abbiano consentito anche un’autonoma attività progettuale.

A Cortemaggiore è probabile che si sia limitato a fornire il progetto della rocca per ritornare poi ad occuparsi delle fabbriche ducali dal quale era stato distolto, forse “con qualche riluttanza”.

Nonostante l’influenza delle idee umanistiche, l’impianto urbano e gli edifici monumentali risentono – secondo gli storici – della consuetudine medievale, proponendo uno stile di transizione, fedele alla tradizione e insieme aperto ad accogliere i nuovi princìpi architettonici. 

Se a Cortemaggiore non è possibile avanzare il nome certo di un aurore, è ragionevole pensare “… che il progetto sia nato dal [fruttuoso] confronto … fra la colta committenza dei Pallavicino e una serie di interlocutori, ingegneri, architetti, umanisti o principi … personalità non identificabili con certezza ma che la vastità di relazioni sociali e familiari intessute dai Pallavicino nell’Italia settentrionale rende quasi scontata …” (S. Fatuzzo, 2019).

In ogni caso l’operazione ebbe un successo considerato straordinario, sia dal punto di vista economico e demografico che urbanistico. La popolazione crebbe dai cinquanta abitanti scarsi del 1457 ai 1.689 censiti un secolo e mezzo dopo e il suo impianto si rivelò capace di adattarsi senza stravolgimenti agli ulteriori sviluppi dei secoli successivi, quando il tessuto quattrocentesco fu arricchito con alcuni inserimenti che rispettarono della configurazione originaria del borgo. “Questi edifici rafforzarono il ruolo rappresentativo svolto dall’asse centrale del tessuto viario, in quanto collocati direttamente sullo stesso, o quali fondali di vie laterali, perfettamente percepibili percorrendo la strada maestra”.

Le guerre di successione del secolo XVIII furono invece drammatiche per Cortemaggiore, come per tanti altri grandi e piccoli centri della pianura padana, tormentata dal passaggio degli eserciti spagnoli, austriaci e francesi. Eppure vi fu una ulteriore fioritura di opere che testimoniano la vitalità, ad ogni livello, delle istituzioni ducali.

Invece, nel corso della prima metà del XIX secolo, Cortemaggiore subì dolorose perdite del patrimonio storico, dovute alla demolizione di due elementi che caratterizzavano in modo decisivo la sua immagine urbana: la rocca (venduta dal Governo francese a un privato per ricavarne materiali da costruzione) e i terrapieni con le porte della città. 

Nell’arco di quattro secoli la cittadina subisce quindi trasformazioni ma anche significative perdite, che incidono sulla sua immagine urbana quattrocentesca e causano un impoverimento del suo pregevole patrimonio architettonico, seppur è stato risparmiato l’antichissimo palazzo del “Giardino”, prima abitazione dei Pallavicino al loro arrivo nella futura capitale.

Purtroppo occorre prendere atto che la cittadina di Cortemaggiore – ancor oggi piccola – ha ricevuto scarsa attenzione negli studi di carattere storico-documentario. L’analisi delle sue importanti vicende urbanistiche e architettoniche finora è stata sviluppata in poche pubblicazioni di storia locale e in altrettanto pochi e circostanziati lavori di carattere specialistico.