Premessa
Oggetto di queste prime sommarie riflessioni è l’abitare osservato dal punto di vista della crescita della popolazione anziana, le tipologie e le forme, la distribuzione sul territorio, i livelli di integrazione, rilevando i problemi aperti e le tendenze in atto in uno scenario storico inquietante sotto il profilo geo-antropologico, ma estremamente vitale nel modificarsi dei processi, dei valori e degli obiettivi. Una prima, veloce ricognizione sul tema, effettuata attraverso la consultazione delle reti informatiche, mi ha condotto a mettere a fuoco alcuni temi.
Se è vero che l’aumento di durata media della vita è accompagnato da una crescente incidenza di condizioni di disabilità e di morbilità, occorre anche registrare il dato secondo cui si sta allungando anche la vita attiva (nella fascia 65-89 anni, gli occupati sono saliti da 343 mila nel 2005 a 487 mila nel 2015 e a 787 mila nel secondo trimestre del 2024 – dati Istat) e che pertanto sarebbe il momento di valorizzare e incentivare il vasto, multiforme contributo che gli anziani, anche quelli “tecnicamente non occupati”, danno alle loro famiglie e alla società intera. Occorre correggere la convinzione – ed i parametri statistici – che consegnano gli anziani all’interno di un “cluster” contraddistinto da fragilità, inattività, patologie, totalmente a carico della popolazione attiva.
La crescente “medicalizzazione” della società, ossia la progressiva tendenza a sostituire categorie sociali con categorie mediche e dunque rispondere con gli strumenti della medicina a problemi la cui reale natura non è quella di patologie sanitarie (es. l’invecchiamento è considerato una patologia, e la si può curare mitigandone i sintomi, visto che non si è in grado di intervenire sulle cause), sta profondamente influenzando l’approccio al progetto di strutture di accoglienza; un approccio in cui l’impegno del progettista è totalmente assorbito da requisiti di ordine tecnico sanitario legati alla prevenzione/cura/riabilitazione, trascurando gli aspetti del soggiornare “ordinario”, che invece possono contribuire ad un invecchiamento attivo, sicuro e ricco di relazioni.
La Terza Età dovrebbe rappresentare l’evoluzione normale dello sviluppo della vita, piuttosto che essere affrontata come una emergenza e per raggiungere questo obiettivo, non ci si può limitare ad agire esclusivamente all’interno del “cluster”composto dagli anziani, ma si dovrebbero coinvolgere anche altri segmenti della società. Se così è, la domanda rivolta ai servizi di Senior Housing – a quelli privati e a quelli pubblici – assume un nuovo connotato: adattare “elasticamente” l’intero sistema, distribuendo in modo più equilibrato sui diversi componenti della collettività le risorse, la fatica, i bisogni necessari all’adattamento, piuttosto che costruire realtà deformate e autonome, che permettano al mondo dei non-anziani di mantenere inalterati i propri comportamenti. É a partire da questo sguardo, in cui la configurazione la collocazione degli spazi assume un ruolo decisivo, che abbiamo ritenuto di concentrarci su aspetti dell’abitare che sembrerebbero rivolti, quasi esclusivamente, agli anziani autosufficienti, e distrarre per un momento l’attenzione dalle questioni complesse dei non autosufficienti, in cui è giusto che prevalgano competenze assistenziali, sociali, sanitarie.
Per affrontare con uno sguardo più ampio il tema delle residenze per anziani, sarebbe opportuno prendere in considerazione l’intera questione delle nuove funzioni che emergono nei processi di riorganizzazione degli insediamenti urbani e periferici, ponendo nuovi bisogni e occupando nuovi segmenti di mercato. Funzioni che sono in parte il portato dei processi che caratterizzano lo scenario globale (migrazioni, clima, rischi pandemici, crisi economiche, guerre…) in parte l’esito di nuovi paradigmi che si affermano nelle comunità sociali (condivisione, partecipazione, temporalità, circolarità, riduzione degli sprechi…), si tratta in parte delle ricadute di un cambiamento nella composizione sociale e in parte ancora sono il prodotto della diffusione di nuove tecnologie. In questi nuovi scenari – compaiono inedite configurazioni funzionali, come lo smart working, i fab-lab, l’abitare e il lavorare condiviso, il social housing, le scuole aperte e partecipate, il commercio solidale, i distretti dell’enogastronomia e del tempo libero, che costituiscono ormai realtà affermate (grazie a quanto resta dell’impulso di precedenti climi sociopolitici). Si tratta – al di là della stucchevole subordinazione alla lingua inglese e di qualche ottimistica esaltazione nel disegnare piccole utopie quotidiane – di esperienze aperte, sperimentali e dinamiche, che fanno convivere dimensioni dell’abitare tradizionalmente separate, che coinvolgono le comunità locali producendo integrazione e sostenendo i processi di sviluppo, al contempo riducendo dispersione e sprechi di risorse.
Altre realtà ancora in evoluzione, come il caso delle Case di Comunità o di altre forme di presìdi diffusi sul territorio secondo modelli di prossimità, registrano quella che è una effettiva esigenza di adeguare i servizi ad una nuova domanda, ma faticano ad affermarsi a causa di aspetti normativi, economici e sociali contrastanti, di un eccesso di rigidità burocratica e soprattutto della diffidenza degli operatori coinvolti che sospettano eventuali perdite di privilegi; altre realtà ancora, legate ai fabbisogni inevasi nei settori primari delle abitazioni, dei servizi e del territorio, di nuovi modelli di lavoro manifatturiero, necessitano dell’intervento diretto da parte del settore pubblico o quantomeno di una agenda di priorità politiche adeguata, e di conseguenza subiscono il clima di riflusso e di controriforma che dilaga nelle diverse realtà nazionali e internazionali.
Anche l’affermarsi di nuovi soggetti erogatori di assistenza, di tipo filantropico o mutualistico, che giocano un ruolo consistente a cavallo tra pubblico e privato, introducono nuove sollecitazioni e producono nuovi rapporti tra domanda e offerta.
Tutto questo testimonia di una realtà in continuo e rapido mutamento e – fatte salve le caratteristiche quantitative e qualitative delle risposte politiche ai processi che si registrano nel sociale – di una potenziale accelerazione nella spinta verso iniziative inedite e innovative, che comportino, sul piano degli involucri fisici e delle funzioni, ibridazioni sorprendenti, nuove localizzazioni, configurazioni insolite, processi che si dispiegano non solo nelle dimensioni dello spazio fisico, ma anche in quelle dello spazio virtuale e del tempo.
Le residenze per anziani
L’esperienza del Covid ha avuto un impatto profondo sul settore dell’accoglienza e della cura degli anziani, che fino a quel momento godevano nel nostro Paese di scarso interesse da parte dei media, del modo della politica e di quello della Sanità. L’allarme suscitato dalle elevate criticità rivelate nelle strutture dell’assistenza agli anziani, l’emotività di fronte alle condizioni di abbandono e di incuria portate alla luce dalle cronache degli eventi pandemici, hanno se non altro sollecitato una ripresa di dibattito, da parte degli studi del settore, dei diversi ordini di governo, degli operatori economici e tecnici.
Alla luce dell’evoluzione della composizione demografica, con una incidenza della popolazione anziana che in Italia (gli over 65 costituiscono oltre il 24% del totale, secondo l’ISTAT) ha raggiunto livelli superiori a gran parte delle realtà nazionali, gli anziani che oggi chiedono di essere ammessi in strutture residenziali collettive sono prevalentemente individui che abitano da soli, spesso imprigionate in unità abitative troppo grandi, costose, difficilmente accessibili e inadatte a garantire un livello di vita sicuro e confortevole. Persone che hanno concluso il proprio ciclo lavorativo, che non possono ricevere un valido aiuto dalla famiglia o che si trovano ad affrontare una condizione familiare ormai disgregata, che a causa del proprio decadimento psicofisico si trovano nella necessità di una assistenza più o meno intensa e continua ma non possono sostenere il costo di caregiver personali.
La risposta alle loro esigenze è articolata e la terminologia è confusa, i confini tra i diversi servizi labili, i tentativi di classificazione si scontrano con modelli non sempre confrontabili e con contesti culturali, normativi, economici estremamente eterogenei, ma sommariamente si può ridurre il panorama ad alcune categorie di riferimento: per gli anziani non autosufficienti esistono apposite strutture protette, pubbliche e private, con più o meno grandi nuclei destinati ad accogliere i soggetti che richiedono maggiore assistenza; per gli altri è possibile fornire risposte articolate in diverse configurazioni tipologiche: centri diurni, appartamenti autonomi, co-housing, comunità alloggio, case-albergo, case di riposo, a seconda del grado di autonomia e dei livelli di assistenza forniti. In altri paesi, in particolare dove le diseguaglianze sono più accentuate e sono diffuse le cosiddette Gated Communities – aree residenziali esclusive, recintate e sorvegliate, dotate di amenities di lusso che sostituiscono in tutto o in parte i servizi di uso quotidiano – gode una certa popolarità un modello di auto-segregazione, le Gated Retirement Communities americane, Les Jardins d’Arcadie francesi o i condomínios fechados in Brasile, quartieri isolati, protetti dai supposti pericoli e brutture del mondo, dove si rinchiudono i senior più facoltosi.
Con obiettivi opposti, negli ultimi anni è stato sperimentato un nuovo modello di struttura ricettiva mista e intergenerazionale, una prospettiva vagamente utopica che faccia prevalere la disponibilità e la fiducia sull’individualismo e la diffidenza: il condominio solidale, già affermato in altri paesi, concepito sul principio della diffusione e della mixitè, anziché su quello della concentrazione, separazione e specializzazione, che riproduce e rende virtuosa l’eterogeneità presente fisiologicamente nella società contemporanea, offrendo formule di accoglienza temporanea e di lungo periodo e la disponibilità di servizi, di assistenza e di spazi condivisi. Ciò che propone è una sorta di “comunità di vicinato” basata su un patto di solidarietà rivolto allo scambio di risorse tra i diversi utenti: anziani, studenti, singoli, coppie, abili e disabili, italiani, stranieri, svolgono a turno, a seconda delle proprie disponibilità e attitudini, servizi utili per tutti: dalla custodia dei bambini alla spesa domestica, dalla cura del verde all’assistenza di anziani o disabili.
Accanto alle grandi politiche supportate da operatori pubblici o privati, anche l’iniziativa familiare e informale, supportata dalla tecnologia, gioca un suo ruolo nella sperimentazione di soluzioni abitative leggere, che permettano di rimanere a casa senza problemi grazie ad un terminale domestico a banda larga collegato con reti di assistenza capillari. Oppure che, attraverso agenzie apposite, si possa promuovere e supportare la trasformazione delle unità abitative di cui gli anziani già dispongono – normalmente troppo grandi per risultare adeguate alle loro esigenze – perché possano ospitare in forma contrattualizzata caregiver o studenti alla pari.
Cambiano i servizi in comune e il livello di indipendenza/tutela/assistenza che gli utenti, autosufficienti o parzialmente autosufficienti, chiedono sia loro garantito, ma resta sullo sfondo un nodo problematico strutturale, a cui la terza età è fisiologicamente più esposta: la fine del ruolo produttivo e sociale, la perdita di persone care, la percezione del proprio decadimento fisico e mentale e della propria autonomia personale, lo stigma cui sono esposti gli anziani in una cultura che esalta l’efficienza e l’immagine, già di per sé riducono l’autostima e inducono a rifugiarsi in un proprio bozzolo solitario; un isolamento che a sua volta produce ansia e depressione, aggrava ulteriormente il decadimento fisico e cognitivo, aumenta il rischio di malattia. Se poi questa condizione si traduce anche in una segregazione spaziale, in un luogo chiuso in cui si riducono ulteriormente le interazioni con l’eterogeneità del mondo esterno, in cui sono concentrati solitudine, impotenza e disagio, si comprende come (escludendo gli alloggi solidali e in parte il cohousing) i modelli tradizionali di assistenza, compresa quella domiciliare, non riescano che a risolvere solo in parte la questione dell’isolamento degli anziani che, moltiplicata sulla larga scala, ricade, in modo diretto o indiretto, sui sistemi della sicurezza sociale e della assistenza sanitaria.
Il confinamento come patologia
L’aumento della durata di vita ha portato con se il consistente incremento, tra gli ospiti, di patologie debilitanti e in particolare di deficit cognitivi. Aspetto questo che, insieme alle allarmanti criticità emerse con il Covid, ha profondamente condizionato l’organizzazione delle strutture assistenziali e di conseguenza anche il loro assetto fisico, rendendo prevalente il paradigma “sanitario”, accentuando la chiusura verso l’esterno e potenziando gli spazi destinati alla cura, rispetto alle esigenze legate al benessere psicofisico, alla permeabilità degli spazi, al rapporto con l’esterno, alla stessa libertà individuale.
Torna alla mente la critica serrata rivolta negli anni ’60 a tutte quelle che venivano definite istituzioni totali (Goffman, Foucault) luoghi della emarginazione in cui – indipendentemente dal grado di confort offerto – sono confinati gruppi numerosi di soggetti che la società, per tutelare il proprio equilibrio, ritiene di dover segregare. Dove tutti gli aspetti della vita si svolgono nello stesso luogo e sotto la stessa, unica e titanica autorità. La condizione di esclusione, di confinamento all’interno di spazi delimitati e di tempi ripetitivi, la perdita del proprio ruolo e della percezione di sé, si traducono in mutilazioni della soggettività, in frustrazione e conflittualità che ricadono sulla società intera. Le carceri, i manicomi, i campi di lavoro, i centri di raccolta per migranti, i campi rom, le caserme riproducono i classici meccanismi di esclusione e reclusione fondati sull’esercizio di un potere a volte incomprensibile, punitivo spesso senza misura, basato su un rapporto asimmetrico tra sorveglianti e sorvegliati. Ma anche i luoghi di cura, le case di riposo, le caserme, i monasteri, in definitiva anche le fabbriche e le scuole, si dimostrano almeno in parte modelli funzionalmente inadeguati, perché esposti agli effetti nocivi della separazione, dello sradicamento e alla degenerazione patologica dell’esercizio del potere.
In verità, rispetto alla solitudine dell’anziano isolato, i luoghi di comunità possono costituire una opportunità per allacciare relazioni con altri anziani, per trascorrere una parte del proprio tempo in compagnia di altri ospiti o del personale della struttura; ma, paradossalmente, quanto più variano le caratteristiche degli ospiti (e in effetti la popolazione anziana si rivela una realtà notevolmente diversificata), tanto più possono variare le fragilità, i comportamenti, i deficit, tanto da rendere difficile garantire a ciascuno condizioni di sicurezza, accoglienza e assistenza personalizzate.
Una comunità formata prevalentemente da anziani costituisce comunque una condizione di deprivazione relazionale e affettiva, mentre è l’incontro intergenerazionale a rappresentare una delle più proficue modalità di riappropriazione/mantenimento di un ruolo sociale da parte degli anziani.
Il compito dell’architettura
Nel nostro contesto sociopolitico, i servizi residenziali per anziani sono realizzati prevalentemente da strutture private o appartenenti al Terzo Settore, mentre il l’intervento pubblico agisce esclusivamente attraverso un quadro di controlli e di standard normativi da una parte, e attraverso l’erogazione di finanziamenti, prestazioni sociosanitarie integrative e sussidi a favore dei soggetti deboli, dall’altra. Ciò condiziona significativamente la configurazione delle strutture assistenziali, sia nel loro rapporto con il territorio e le comunità, attraverso la scelta localizzativa, sia nel modo di rispondere ai bisogni espressi dagli utenti attraverso l’identificazione di un impianto architettonico. Molto spesso, la dimensione della ricettività, l’economia costruttiva e gestionale, la sicurezza di formule distributive collaudate, la applicazione meccanica delle prescrizioni normative rischiano di giocare un ruolo primario.
Tuttavia, le tendenze evolutive delle fasce sociali che costituiranno nel prossimo futuro l’utenza privilegiata delle strutture di accoglienza, mostrano una realtà in divenire; bisogni, stili di vita, interessi, modelli di consumo appaiono differenti dalla generazione che li ha preceduti: maggiore attenzione al proprio benessere fisico e culturale, alla sostenibilità dei luoghi di vita, maggiore familiarità con le tecnologie innovative, con le reti dell’informazione e della comunicazione e, probabilmente, maggiori possibilità di conservare relazioni e ruoli attivi nella società al contorno. Ma per i futuri anziani si prospettano anche condizioni economiche più difficili, accompagnate da livelli di spesa pubblica sociale e sanitaria sempre più contenuti.
Per identificare forme e funzioni insediative capaci di stabilire e comunicare anche attraverso la propria immagine un rapporto rassicurante con il tessuto edificato e con l’ambiente al contorno, di fornire spazi accoglienti e ospitare funzioni capaci di aiutare, proteggere e integrare…, insomma, per ottenere involucri in grado di rispondere a bisogni aggregati, organizzandoli secondo una ragione e un senso, occorre ricorrere agli apparati concettuali e ai repertori figurativi propri dell’architettura come intermediazione tra aspetti quantitativi e qualitativi, riconoscendo all’habitat il ruolo di piattaforma per il buon esito delle diverse forme e strategie di assistenza: la configurazione volumetrica esprime intenzionalmente la relazione tra l’edificio, il lotto e la maglia del tessuto edificato circostante; l’attacco a terra traduce in forma la disponibilità a flussi che attraversino edificio e territorio; l’esposizione, l’articolazione dei corpi di fabbrica, la configurazione dell’involucro e delle coperture determinano, attraverso il rapporto forma/energia, le prestazioni ambientali e la possibilità di realizzare pozzi di luce, terrazze verdi, serre, giardini di inverno, patii, logge e balconi; la ridondanza, piuttosto che l’essenzialità delle componenti strutturali e impiantistiche dichiara i margini per potenziali adattamenti futuri; attraverso la compattezza piuttosto che la porosità dell’involucro si esprime la compatibilità tra ciò che accade dentro e ciò che accade fuori; le relazioni tra l’insieme e le sue parti suggeriscono quali siano i comportamenti incoraggiati e quelli disapprovati.
L’invecchiamento è tuttavia un percorso e non uno stato, che è destinato ad attraversare fasi diverse e affrontare problemi in continua evoluzione; richiede strategie e soluzioni di supporto perennemente in divenire; analogamente, gli anziani non possono essere riuniti in una categoria omogenea ma rappresentano un insieme di identità, di variabili biografiche, di radici culturali, di attitudini e di fragilità, a cui non è possibile fornire risposte standardizzate e stabili nel tempo.
Ridondanza o neutralità formale
La configurazione degli spazi assume il compito di comunicare una rappresentazione compiuta del modello di comunità proposto dalle strutture di accoglienza e di contribuire direttamente a supportarlo, coinvolgendo i propri abitanti, orientando i loro comportamenti in modo da concorrere ai processi di adattamento. Dalle scienze cognitive, sono emerse evidenze di come un ambiente fisico capace di stimolare i sensi e le emozioni, i cosiddetti Ambienti Arricchiti, influenzi fortemente lo sviluppo del sistema nervoso e del comportamento, a cominciare dalla vita intrauterina; effetti che si estendono poi per tutto l’arco della vita, potenziando apprendimento e funzionamento della memoria.
Gli ambienti sono definiti da un guscio, un involucro solido che ha il compito di accogliere e organizzare le funzioni ospitate, suggerendo i comportamenti attesi, assecondandone alcuni, ostacolandone altri. Gli ambienti devono essere in grado di sollecitare l’interesse e di rendersi identificabili attraverso i sensi tradizionalmente deputati: vista, tatto, udito e – perché no – anche la percezione del calore, l’olfatto ed i diversi recettori propriocettivi che contribuiscono all’esperienza del corpo in movimento nello spazio.
Oliver Sachs, celebre neurologo e scrittore britannico, sostiene che «gli oggetti vengono uditi, visti, toccati, odorati simultaneamente; suono, forma, colore, odore, sensazione tattile si fondono in un tutto». La vicarianza delle attitudini obbliga ad auto-compensare i deficit legati alla perdita di uno dei sensi attraverso le informazioni ricavate dagli altri sensi ancora attivi. Tale predisposizione neurologica ad auto-compensare deve essere stimolata e supportata sia da ausili specifici resi disponibili dalla tecnologia, sia da un adeguato ambiente architettonico.
Attraverso la costruzione di scenari sinestetici, giochi d’acqua, foglie mosse da correnti d’aria, campane a vento, superfici più o meno dure o cedevoli, calde o fredde, lisce o scabre, fonoassorbenti o riflettenti, è possibile favorire la comprensione sinestetica del rapporto tra parti e tutto, in modo che gli ospiti possano elaborare una mappa cognitiva che aiuti il loro orientamento anche in presenza di deficit percettivi e permetta di muoversi in sicurezza, almeno all’interno di ambienti conosciuti.
È però altrettanto legittimo rovesciare questi presupposti e – anziché affidare all’architettura il compito di sovrastare la percezione distratta o indifferente – orientare il progetto verso l’offerta programmatica di un campo libero da scelte pregiudiziali, affinché l’architettura sia davvero oggetto di riappropriazione, disponibile a tutti. Architettura che – dopo la vorticosa ginnastica formale prodotta dalla società dell’apparire – torna a farsi Shelter, involucro, atavico rifugio, il cui compito è accogliere, dare conforto, intimità e protezione. Le emozioni e i comportamenti possono essere sollecitati non solo dagli oggetti fisicamente presenti intorno a noi, ma pure dall’evocazione di esperienze rassicuranti che affondano nella memoria e nell’immaginazione, da un processo interiore favorito da un ambiente accogliente e raccolto, un campo libero da imposizioni e segnali concitati e rumorosi. In effetti, molte strutture di accoglienza offrono agli ospiti – almeno per gli spazi individuali – la possibilità di personalizzare gli arredi, per bilanciare l’allontanamento dall’ambiente domestico.
Un approccio alla “architettura del silenzio” parte dalla rinuncia a privilegiare la vista come organo principale nell’esperienza dello spazio, per mitigare l’effetto dei deficit visivi e perché, durante gli stati di sopraffazione emotiva – le reazioni dell’anziano agli stimoli ambientali sono spesso esasperate dalla depressione – si tende a chiudere gli occhi, a rifugiarsi negli anfratti familiari della mente, sottraendosi all’aggressione dell’ambiente esterno.
Da una parte, l’eccesso di segnali rischia di configurarsi come rumore, interferenza, inquinamento percettivo, tale da provocare disturbo o configurare delimitazioni, ostacoli e pericoli per gli utenti. Dall’altra, le buone pratiche del costruire, le esigenze di razionalizzazione che oggi comprendono anche l’impegno a rendere i manufatti edilizi flessibili e riciclabili, conducono a privilegiare componenti e tessuti spaziali omogenei e de-specializzati.
Uniformità e regolarità versus indifferenza e disorientamento? Compito del progetto è quello di individuare di volta in volta un ragionevole punto di equilibrio tra caratterizzazione e neutralità degli ambienti, tale da permetterne la riconoscibilità e sollecitare le facoltà percettive degli utenti e, nello stesso tempo, renderli così morbidamente indefiniti da favorirne la riappropriazione, rispettando la polisemia, gli usi, le capacità evocative, le sensibilità instabili di una collettività eterogenea…
Il Territorio
Determinante è la presenza di aree esterne verdi, parchi, giardini, per mitigare il disagio della reclusione all’interno di un habitat totalmente artificiale, per permettere agli ospiti di godere di elementi di natura e paesaggio e trascorrere una parte del tempo all’esterno, traendo vantaggio dall’aria aperta e dalla luce solare. Secondo alcune ricerche nel campo della psicologia ambientale e delle neuroscienze, il coinvolgimento multisensoriale prodotto dal contatto con altri esseri viventi presenti nell’ambiente – con il mondo vegetale in particolare – soddisfa nell’essere umano la «tendenza innata a concentrare il proprio interesse sulla vita e su tutto ciò che la ricorda e, in alcune circostanze, ad affidarvisi emotivamente» (definizione di Biofilia fornita da E.O. Wilson e Stephen Kellert nel1993). Una passeggiata in un bosco, il rumore di un ruscello, la sosta in un giardino, la cura delle piante all’interno degli ambienti, insieme con l’uso di forme tondeggianti, materiali morbidi, colori tenui, che ricostruiscono almeno metaforicamente il nostro ambiente primordiale, aumentano il benessere, il senso di protezione, la disponibilità a collaborare e riducono lo stress.
È evidente come questa esigenza privilegi – almeno per quanto riguarda il modello tradizionale di residenza per anziani – le aree peri-urbane e penalizzi le aree dense e centrali, dove invece è plausibile che risiedano amici e familiari, dal cui tessuto sociale spesso gli ospiti sono stati allontanati. Ma il nodo della questione sembra proprio indicare il modello standardizzato di casa di riposo, che sradica e concentra un numero elevato di soli anziani, come limite principale.
Considerate le criticità prodotte dall’isolamento, piuttosto che concentrare gli anziani in grandi strutture, confinate e specializzate, sarebbe allora preferibile indirizzarsi verso modelli di tipo misto, costituiti da nuclei di piccole dimensioni e diffusi sul territorio, portatori di una offerta non standardizzata, adattabili alle esigenze che provengono dal mix di utenza, a territori che possono variare in base alla morfologia, al clima, alla composizione sociale, alle fasce di reddito, ai tipi di servizi più direttamente accessibili agli abitanti.
Accade ovviamente che gli anziani che risiedono in alloggi autonomi siano destinati, negli anni successivi alla prima accoglienza, a una progressiva riduzione delle proprie autonomie e a un cambiamento del profilo dei servizi necessari. Come già sperimentato nei modelli internazionali più aggiornati, anche se la prima accoglienza è elettivamente riservata ad anziani autonomi, realizzare unità abitative adattate o facilmente adattabili alle esigenze di persone con disabilità, evita la automatica necessità di un trasferimento verso un altro servizio più complesso, o quanto meno si allunga il tempo di permanenza possibile, rispetto all’arco di vita.
Un diverso criterio di diffusione sul territorio, praticato in nazioni occidentali dove le reti di servizi sono più capillari, è quello di realizzare nuclei di residenze per anziani come satelliti di servizi civici o ospedalieri. Dai report esaminati, risulta che nei Paesi Scandinavi, ritenuti più avanzati dal punto di vista del Long Term Care, e nel Nord-Europa in generale, il modello istituzionale della “casa di riposo” sia ritenuto superato o addirittura disincentivato, mentre le forme di accoglienza per i cittadini senior sono orientate a integrare piuttosto che segregare: anziani e disabili devono avere la possibilità di vivere in abitazioni il più possibile analoghe a quelle in cui hanno abitato nel corso della loro vita, ubicate nelle aree residenziali e integrate da spazi comuni e servizi di assistenza sul territorio, in strutture aperte al mondo esterno anche mediante l’attivazione di occasioni di incontro e di scambio con gli abitanti del quartiere o dell’intera città. Si progettano alloggi adattabili, piuttosto che imporre agli anziani di trasferirsi in altri habitat, e si favoriscono forme di abitare condiviso, in cui le esigenze primarie di assistenza sono garantite dal patto di scambio solidale concordato tra gli abitanti. La presenza di un parco o comunque di spazi verdi, l’attivazione di un bar o di uno spazio per la ristorazione, di una palestra, di una sala conferenze, una biblioteca, un laboratorio o un piccolo teatro, rappresentano possibilità di integrazione attraverso le dinamiche fisiologiche della società, nella sua varietà di funzioni, di età, di culture, di condizioni economiche, senza dover ricorrere a forzature artificiali.
In conclusione
Quello che sembra prender forma è uno scenario in divenire, dove la domanda che emerge raccoglie caratteri diversi da quelli finora abituali, a partire dall’esigenza di garantire una scelta tipologica più ampia tra soluzioni abitative e opzioni di protezione, in armonia con il variare delle caratteristiche psicologiche, sociali e culturali con cui si affronta la condizione anziana.
Anche per ciò che riguarda il linguaggio progettuale, il campo di ricerca si dilata, si aprono percorsi multidisciplinari e si configurano approcci articolati; sembrano maturare le condizioni affinché l’attenzione alla dimensione dell’abitare collettivo e condiviso da una parte, alle specifiche condizioni fisiche, psicologiche, sociali degli anziani dall’altra, producano fatti urbani e dispositivi architettonici più consapevoli e incisivi nel loro contributo alla qualità del territorio abitato.
Il diffondersi di parole chiave come “condiviso”,”solidale”,”collaborativo”, sembra destinata a sgretolare categorie funzionali consolidate e indirizzare verso forme ibride e verso quella che si potrebbe definire domiciliarità globale. Si tratta cioè dell’adozione, nella progettazione abitativa sociale, di un orizzonte in cui si intrecciano diversi segmenti di domanda, non più circoscritta all’emergenza abitativa e alla realizzazione di case per studenti, limitata alla realizzazione di generici luoghi di accoglienza per anziani o disabili o ancora rivolta al settore del “turismo solidale”. L’indirizzo della ricerca è rappresentato dalla progettazione integrata di spazi di accoglienza, socialità e servizi flessibili, entro i cui confini integrazione sociale, multi-generazionalità e flessibilità funzionale rappresentano obiettivi fondanti.
I PROGETTI PRESENTATI NELL’INCONTRO ANTIDOTI.I LUOGHI DELL’ACCOGLIENZA PER ANZIANI DEL 27 GENNAIO 2025. QUI

