Ciao Professore

È scomparso a 94 anni Andrea Bruno Architetto torinese, professore al Politecnico di Torino, al Politecnico di Milano, direttore del centre d’Études Lemaire dell’Università di Lovanio, Relatore in convegni e conferenze e di lectio Magistralis in numerose università nel mondo. Andrea Bruno ha partecipato inoltre come esperto in giurie di concorsi nazionali e internazionali ed è stato consigliere per la Divisione culturale dell’UNESCO per l’Afghanistan. Andrea Bruno è l’autore di numerosi progetti di restauro, i quali sono ognuno un riferimento, una lezione, uno stimolo alla riflessione per gli architetti che, si occupano e partecipano al dibattito sul restauro degli edifici antichi e dei tessuti urbani storici. 

Tra i suoi progetti notevoli: il Museo di arte contemporanea di Rivoli, il restauro di Palazzo Carignano con l’aula ipogea, il Centre d’art contemporain du Mouvement et de la Voix, les Brigittines a Bruxelles, il Musée de l’eau a Pont-en-Royans in Francia, il Castello di Lichtenberg in Alsazia, il Musée d’art et d’histoire Romain Rolland a Clamecy, il Conservatoire national des arts et métiers a Parigi, Interventi per la difesa del minareto di Jam gioiello della civiltà indo-persiana, difesa alla quale L’arch. Bruno ha lavorato per quasi 60 anni fino ad iscriverlo nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 2002, la cittadella universitaria di Fort Vauban a Nîmes, il Musée de la Corse a Corte, la sistemazione della zona archeologica di Tarragona, più recentemente il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino a Palazzo Mazzonis, la cattedrale di Bagrathi, Il progetto per l’area dei Buddha di Bamiyan distrutti dai talebani, la consulenza per la salvaguardia della architettura Bauhaus a Tel Aviv. Queste citate sono solo alcune opere tra le più note, in realtà, il suo operato è ben più vasto. 

Andrea Bruno è stato un grande architetto ma, anche un grande professore. Sono memorabili le sue lezioni negli anni 70 al Castello del Valentino, di ritorno dall’Afganistan, dove trasmetteva in aule gremite di studenti l’amore per i monumenti simbolo della storia e della cultura umana quale che fosse e la loro conservazione materiale e memoriale. Trasmetteva anche il pragmatismo dell’operare dell’architetto colto quando, nel silenzio assoluto dell’aula illustrava come al Minareto di Jam, lavorava con le popolazioni locali, in un ambiente sprovvisto di ogni mezzo tecnologico. Il lavoro era volto a creare un bacino di acqua al piede del minareto per creare un contrappeso alla inclinazione del minareto stesso, inclinazione che portava inevitabilmente al collasso. Quell’acqua, della confluenza dei fiumi al piede del minareto avrebbe distrutto il monumento, usata con la sapienza, la sagacia e il coraggio hanno salvato un preziosissimo frammento di storia.    

Andrea Bruno trasmetteva anche un “certo” modo di praticare l’architettura che, pratica che cammina in equilibrio sul filo di un metodo di indagine raffinato, di una elaborazione teorica che si rifà al grande dibattito che parte da Gustavo Giovannoni, alla carta di Venezia a tutte le esperienze italiane del restauro successive, di grande qualità quali BPR, Albini, Scarpa ma che, si misura immediatamente con un approccio pragmatico dirompente. 

Questa era una delle grandi qualità di Andrea, permeare e fondere la realtà operativa minuta con i discorsi di analisi, di concezione alti per un risultato di grande coerenza tra le dichiarazioni di progetto e il suo farsi. Questo a costo di qualche volta di apparire fuori dagli schemi praticati, per Andrea Bruno negli edifici antichi è legittimo operare con gesti che possono apparire contrari ai canoni del restauro pur di restituire una nuova vita, una nuova funzione sociale o utilitaria all’edificio piuttosto che, relegarlo restaurato alla polvere, all’oblio, all’inutilità. Questo suo operare in alcune circostanze poteva apparire anche irriverente per una certa concezione del restauro “Ruskiniano” com’era dov’era. 

Questa irriverenza era anche distintiva del suo carattere di Torinese riservato, laborioso, con un approccio pragmatico, poco incline all’ostentazione ma, molto molto determinato. In questo era orgogliosamente Torinese anche se ha avuto più riconoscimenti all’estero che in patria.  Esempio straordinario di questo atteggiamento progettuale è senz’altro il castello di Rivoli Museo di arte contemporanea, il progetto accompagna il visitatore in un viaggio nel tempo nello spazio, negli incidenti e accidenti della storia di un edificio per il quale se ne esce arricchiti. 

La capacità del progetto di stratificare, congelare, evidenziare gli eventi materiali succedutisi restituisce una conoscenza con un doppio percorso. Dell’edificio e dell’arte contemporanea contenuta. Andrea Bruno in realtà dietro questo carattere spigoloso nascondo una grande generosità verso l’architettura, perché i suoi progetti richiedono impegno e perseveranza al punto di correre seri rischi personali.

Sono leggendari i suoi viaggi in Afganistan dove per raggiungere i cantieri attraverso le varie situazioni politiche succedutesi, viaggia a cavallo in dei deserti di pietra inquietanti o su quel che resta di un elicottero russo di Massud uno dei signori della guerra illuminato pur di raggiungere lo scopo, presenziare il cantiere.

 La generosità di Andrea si materializzava anche in centinaia di studenti visitatori che, riceveva nel suo studio di via Asti a Torino. Visitatori ai quali dedicava del tempo per illustrare discutere i progetti i suoi principi teorici o ancora recentemente viaggi per conferenze in cui raccontava le sue esperienze di progetto, i suoi principi progettuali, conferenze che si concludevano con uno scroscio interminabile di applausi in aule magne gremite di studenti futuri architetti e professori.       

Un suo ultimo contributo a Torino in questo suo rapporto, va detto, travagliato con la città Andrea Bruno lo diede nel 2005 su un numero monografico dedicato a Torino della rivista di Bruno Zevi “L’architettura” con un articolo intitolato “Da rileggersi tra 20 Anni “esattamente oggi nel giorno del suo decesso, quasi un testamento. L’articolo, in cui Andrea Bruno testimonia l’amore e la conoscenza della sua città e del suo impegno civile che lo qualifica ma, sempre con l’eleganza che, lo contraddistingueva non fa sconti sulla banalità e sulla condizione di mezza morte del ricostruito e sul destino di quel che somiglia ma non è. Sollecita i giovani architetti a recuperare e coltivare quel ruolo di motore intellettuale di un agire mai banale, per dare le autentiche risposte, intellettualmente oneste alle dinamiche di trasformazione del territorio e dell’ambiente che materializzano le trasformazioni della società  e della modalità di creazione della ricchezza. 

Per mesi prima di lasciarci Andrea ha sfogliato e risfogliato quelle centinaia di volumetti di schizzi, disegni e scritti che, era uso compilare dall’inizio del suo percorso di architetto. Questo sfogliare riportava alla memoria una vita di avventure intellettuali di sfide ma, anche il cruccio di continuare a dare un contributo all’architettura. I documenti di Andrea sono allo IUAV di Venezia.

Forse Andrea era ancora uno degli ultimi architetti appartenenti a quella straordinaria stagione e tradizione italiana che, ha prodotto architetti che, non hanno dato vita ad una teorizzazione con una produzione letteraria a definizione di una prassi ma, ognuno di loro, dotato di grande cultura ha elaborato una sua personale prassi molto forte articolata e solida, pensando a Roger, Belgioso, Albini, Ponti, Muzio, Gabetti Isola, Gardella, Ridolfi, Caccia Dominioni. In questo senso IN/Arch Piemonte nel 2024 ha conferito ad Andrea Bruno il premio alla carriera, assegnato ad un progettista italiano vivente, le cui opere costituiscono un importante contributo alla storia dell’architettura contemporanea e la cui figura rappresenta con eccellenza la cultura architettonica italiana. 

Foto di Andrea Guermani