Il mio architetto (My Architect) 2003

Mi piace pensare l’arte espressa da mani guidate subliminalmente dal cuore, dallo spirito interiore… generata dal principio ontologico, primo concetto centro spazio tempo da cui tutto l’esperibile si forma.
Ho scoperto che il mio modo di procedere nel progetto assomiglia molto a quello espresso, in lezioni e interviste, dall’architetto statunitense Luis Khan. Non che voglia paragonarmi a lui, assolutamente no, però il metodo è identico, quando desidero costruire qualcosa lo chiedo al mio cuore e la risposta arriva attraverso la mano che disegna automaticamente.
Approfitto di questo articolo per parlare brevemente del mio lavoro, che pochi, pochissimi conoscono. Negli anni ho realizzato più di 140 Tanzen (sculture) e relativi disegni. La denominazione Tanzen ha diversi significati: il primo è danza in tedesco, il secondo è vestito rituale in giapponese — l’abito che indossano i costruttori di catane quando le forgiano — il terzo significato complessivo è La danza di Schiva (dal vestito simbolico giallo arancio che ne rivela la presenza essendo il dio del colore stesso del cielo) che crea e distrugge il tri-mondo (di sonno profondo, di sogno, di veglia) trasformandolo continuamente. Anche se sembra mi contraddica, lontano da me l’idea di ideologizzare l’oggetto ottenuto … la cosa non ha nulla a che vedere con la parapsicologia, lo spiritismo o la New Age.
Il Tanzen, composto di molteplici forme, a prima vista, sembra una maquette di architettura, poi una scultura, poi, approfondendo, un gioco (filmico) di parti in movimento anche se è statico e poi altro. Difficilmente definibile, un racconto enigmatico, anche per me che l’ho fatto. Non so come l’ho realizzato, se ne farò un altro e un’altro ancora… tutto accade all’improvviso, pongo la domanda: “che ne faccio di questi due piccoli inutili oggetti così diversi tra loro, come posso farli stare assieme?” io sono solo maschera attore artigiano senza alcun potere, sono il robot che lo assembla. Alla fine arriva anche un titolo… chissà perché? Il processo è vicino alle teorie espresse nell’articolo Totem Art apparso su il numero 4-5 di DYN (1943) dello scultore pittore surrealista austriaco Wolfgang Paalen (1905-1959) e alla action painting di Franz Kline e Jackson Pollock. Tra il serio e il faceto a chi me ne chiede l’origine, dico — a parte gli evidenti riferimenti agli artisti dada surrealisti pop, Joseph Cornell, Man Rey, Kurt Switters, Claes Oldenburg, gli scrittori poeti Apollinaire, Raymond Roussel, Gerard de Nerval, Thomas Eliot — che è stato Dioniso (il dio dei giocattoli) a donarmeli, a lui mi sono rivolto, nel momento in cui, appena nata mia figlia (1987), avevo la necessità di proteggerla, vedendola molto fragile. Tanzen costruiti su indicazione del dio in funzione apotropaica.

Questa descrizione ai più paradossale, in sostanza sull’uso della maieutica aristotelica a fini artistici progettuali, mi da l’aggancio per parlare di un film molto importante per la storia dell’architettura. Il film di un figlio piccolo che è riuscito a diventare grande e un bravo autore senza alcuna protezione. Nel 2003 il regista statunitense Nathaniel Kahn gira un “documentario” Il mio architetto (My Architect), su uno dei grandi progettisti del XX secolo, Louis Kahn (alla nascita Itze-Leib Schmuilowsky, 1901-1974). Nathaniel è figlio naturale di Luis e nel film dice che lo ha girato per cercare di capire, conoscere “un padre che non ha mai frequentato, non lo ha allevato, praticamente mai visto”, quindi per una ragione personale affettiva, sentimentale molto dolorosa. Infatti parlare di documentario è sbagliato. Se mai è un film dove le architetture con i frammenti della vita di Khan sono le vere interpreti, le uniche diegetiche protagoniste.
Louis Kahn, ha studiato alla Pensilvania Accademy of the Fine Arts, allievo e giovanissimo assistente di Paul Philippe Cret (1876-1945), un raffinato architetto Beaux-Arts (non ornamentale) molto lontano dall’International Style e dall’avanguardie dell’epoca. Kahn è stato professore di architettura alla Yale School of Architecture. Dal 1957 fino alla sua morte alla School of Design dell’Università della Pennsylvania.

Un architetto con un approccio spirituale all’opera, quasi mistico. Opera quale risultato delle domande che l’artista pone a se stesso agli inizi del progetto, risposte che vengono direttamente dal cuore non come elaborazione sistematica e razionale ma intuitiva, essenzialmente attraverso il disegno. Riporto una sua frase letta su Wikipedia: «Amo gli inizi. Gli inizi mi riempiono di meraviglia. Io credo che sia l’inizio a garantire il proseguimento». Cosa intende per inizio? forse quella vibrazione che parte dal cuore e fa muovere la mano e la matita sul foglio di carta? Quell’inizio che ti permette di rimanere sempre bambino e non uscire mai dal gioco?
Kahn ha una visione globalizzante dell’architettura contemporanea risultato di tutte le sue forme apparse in millenni. I suo desiderio è coinvolgere, stupire, meravigliare. In particolare un invito a costruire con lo spirito antico. Superando l’idea che la contemporaneità architettonica deve essere necessariamente frutto evoluzionistico, non solo per materiali e tecnologie ma anche nelle forme.
Si può dire con certezza che le opere di Khan non appartengano al Movimento Moderno, pur realizzate in calcestruzzo armato, ma all’architettura del passato dove la forma non rispecchia obbligatoriamente il contenuto, in continuità con la monumentalità di quelle egiziane greche romane, maya, azteche. Tra i suoi capolavori che meglio esprimono quanto affermo c’è il Salk Institute of California (1965), la Philips Exeter Academy Library (1972), il Jatiya Sangsad Bhaban o National Parliament House (1982).

Jatiya Sangsad Bhaban o National Parliament House, (in bengalese: Jatiyô Sôngsôd Bhôbôn) è la sede del Parlamento del Bangladesh, situata a Sher-e-Bangla Nagar di Dhaka capitale del Bangladesh. Robert McCarter biografo di Khan lo definisce, a ragione, una delle opere più significative del XX sec.
Immerso nell’acqua che lo circonda per tre quarti, a prima vista è proprio un’antico castello medioevale a forma di ottagono a cui si può accedere solamente da due passerelle che attraversano un ingresso costituito da quattro colonne circolari appaiate, sulle quali c’è il quadrato di atterraggio degli elicotteri. Ben otto bastioni a pianta quadrata e due pianta rettangolare alti 33 metri, proteggono l’aula parlamentare al centro di essi; l’aula del Parlamento ha una copertura circolare, a 45 metri di altezza, composta da otto volte a vela che permettono l’illuminazione naturale dall’alto. La diversità con il castello antico è che Khan utilizza sulle facciate delle torri (colonne a detta sua) delle grandi aperture triangolari, rettangolari e circolari che fanno entrare la luce nei portici che mediano il clima tra esterno interno.
Alcuni potrebbero chiedersi: cosa ci fa in Bengala un castello medioevale, molto vicino a Castel del Monte (1250) di Federico II di Svevia (1194-1250)? È semplice rispondere. Non esiste una configurazione architettonica che appartenga soltanto a un determinato tempo, paese o popolo. La tipologia architettonica è universale, proprio perché non è ideologica, ed è frutto di intuizione. La si può utilizzare ove meglio si crede sulla base del brifing dettato dalla committenza, “un eclatante simbolo di democrazia che rappresenti, il Bangladesh, lo stato più povero del mondo; il Parlamento a cui il popolo guardi con orgoglio”. Vedi anche la Piramide del Louvre (1988) di Leho Ming Pei. O l’uso della cultura egizia nello stile Impero in periodo napoleonico. O l’antichissimo obelisco egizio — assemblato, nel ‘500, a quattro leoni bronzei che lo sostengono, opera di Prospero Antichi ( … – 1599) — proveniente da Heliopolis, come è giusto posto al centro di piazza San Pietro a Roma.
Il Bhaban, fulcro di un complesso molto vasto, è diviso in tre parti: Main Plaza, South Plaza e Presidential Plaza. Sul lago artificiale guardano anche le residenze dei membri del Parlamento, anch’esse notevoli per qualità progettuale.

Nelle parole dell’architetto Louis Kahn entra sempre il discorso sull’universalità dell’oggetto architettonico: «Sto lavorando per sviluppare l’elemento a tal punto che diventi un’entità poetica che ha la sua bellezza vada al di là del luogo e del tempo in cui è stato eretto».

Anche nel quasi cubo della Phillips Exeter Academy Library, Khan, sviluppa la concezione della monumentalità classica che si percepisce molto bene all’esterno, un edificio isolato nella natura da possibili contaminazioni architettoniche, un Colosseo, le facciate sono costruite in mattoni portanti, in modo tradizionale, mentre immediatamente all’interno la struttura è in calcestruzzo armato. In pianta l’edificio è composto da tre aree, lettura/uffici/servizi, libri, atrio. Nelle parole di Robert McCarter, autore della biografia di Louis I. Kahn, “Fin dall’inizio del processo di progettazione, Kahn ha concepito i tre tipi di spazi come se fossero tre edifici costruiti con materiali diversi e di scale diverse – edifici-entro-edifici” La struttura interna in cemento armato si compone di quattro enormi cerchi e grandi travi incrociate al soffitto con un tetto a lucernario. Una cultura che non disdegna il razionalismo degli edifici romani dell’E42. Nel 1997 la biblioteca ricevette il Twenty-five Year Award dall’American Institute of Architects, premio, quale riconoscimento di un’architettura di importanza storica.

Luis Khan dubbioso su cosa fare dello spazio tra i due edifici del Salk Institute trovò la soluzione — dopo diversi anni dall’inaugurazione dell’istituto nel 1976 — ad una mostra dedicata all’architetto ingegnere messicano Luis Ramiro Barragan (1902-1988) dal Museum of Modern Art di New York; invitando Baragan stesso a collaborare con lui. Barragan disse a Kahn che “… non avrebbe dovuto aggiungere una foglia, né una pianta, né un fiore, né terra… ” invece, doveva farne una piazza con una fontana che dava sull’oceano. Un risultato stupefacente, oggi considerato l’elemento più spettacolare dell’intero progetto. L’acqua parte da una fonte quadrata posta sul lato est della piazza, al centro tra i due edifici, e come un fiume sotterraneo che si vede tramite una stretta sottile fessura, sfocia in una grande fontana posta tra due scale che scendono verso il mare. La piazza è lastricata di travertino romano. È di nuovo la monumentalità classica che fa del Salk Institute un progetto unico e inimitabile.
Originariamente il Salk Institute doveva essere un campus, composto da tre gruppi di edifici: aree per riunioni e conferenze, alloggi e laboratori. È stato realizzato solo il polo dei laboratori, costituito da due blocchi paralleli alla piazza. I due blocchi di laboratori incorniciano una lunga veduta dell’Oceano Pacifico. Il progetto strutturale è dell’estone August Komendant (1906-1992) collaboratore di Khan e pioniere del cemento armato precompresso. La copertura è a capriate in cemento Vierendeel sostenute da colonne precompresse. Oltre al Salk, Komendant, ha partecipato alla costruzione di altri edifici di Khan: il Richard Medical Research Laboratories (1965), la First Unitarian Church of Rochester (1969), gli uffici della Olivetti-Underwood Factory (1970) e il Kimbell Art Museum (1972). Tutti capolavori da visitare. Khan ha realizzato nel mondo più di trenta opere.