È nata una stella, 1954.

Dedico questo articolo a un grande regista, lo statunitense di origini ungheresi George Cukor (1899-1983). Straordinario autore di commedie brillanti e drammatiche, soprannominato il “regista delle dive” e aggiungo: dive che mai sfiorò con un dito. Impossibile trovarne una che all’epoca non abbia lavorato con lui: Jean Harlow, Greta Garbo, Vivien Leigh, Joan Crawford, Rosalind Russell, Rita Hayworth, Ingrid Bergman, Judy Garland, Ava Gardner, Marilyn Monroe. Diresse la nostra Anna Magnani (1908-1973) – Oscar per la migliore attrice 1958 – in Selvaggio è il vento (Wild is the wind, 1957) e Audrey Hepburn (1929-1993) nel bellissimo My Fair Lady (1964) col quale vinse l’Oscar come migliore regista nel 1965.

George Cukor è considerato insieme a John Ford (1894-1973), Howard Hawks (1896-1977), Billy Wilder (1906-2002) e Sir Alfred Hitchcock (1899-1980) uno dei più grandi registi degli anni trenta-ottanta. Effettivamente i suoi film, al limite della perfezione – come d’altronde quelli di Wilder e Hitchcock – non mi hanno mai deluso, sempre coinvolto appassionatamente. Prese nel 1982 il Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ci ha lasciato più di cinquanta film.

È nata una stella (A Star is Born, 1954) di Cukor è una commedia musicale drammatica con Judy Garland (1922-1969) e James Mason (1909-1984). Musiche del compositore Raymond John Heindorf (1908-1980). Il capolavoro è un remake di un film omonimo del 1937 con interpreti Janet Gaynor nella parte di una giovane attrice (Vicki Lester) e Frederic March nella parte di un attore di successo (Norman Maine). Di A Star is Born esistono altri due remake musicali, uno del 1976 diretto da Frank Pierson con gli attori cantanti Barbara Streisand, Kris Kristofferson e un altro del 2018 regia di Bradley Cooper con lui attore e Lady Gaga.

Per tornare al film di Cukor. Il celebre attore Norman Maine conosce la giovane principiante attrice ballerina cantante molto dotata Esther Blodgett / Vicki Lester e la porta al successo, al punto di oscurare la propria carriera. Finirà per darsi all’alcool e alla fine si suiciderà. Una storia molto simile alla biografia della stessa Garland, su cui è da vedere il film Judy (id., 2019) di Rupert Goold con Renée Zellweger che si svolge in importanti luoghi di Londra.

È nata una stella di Cukor è stato tagliato selvaggiamente, compreso il negativo originale. Per via della sua lunghezza originaria di 182 minuti (alla prima) fu portato per la distribuzione mondiale a 154 minuti, e soltanto dopo il restauro del 1984 è tornato a 178 minuti. Sicuramente la copia italiana all’epoca fu ulteriormente tagliata, perché in Italia superare le due ore veniva considerato un delitto.

Ma veniamo alle architetture scelte da Gene Allen (2018-2015) lo scenografo che ha avuto un ruolo determinante per il successo del film per il quale ha ricevuto la nomination all’Oscar, che ricevette però (per la scenografia) insieme a Cukor (per la regia) più tardi, nel 1965, per il musical My Fair Lady (1964).

Tutte le location del film sono a Los Angeles tranne una, compresa la villa di Maine e di Blodgett a Malibù progettata dallo stesso Allen:

  1. Il Chinese Theatre (1927) dell’architetto Raymond McCormick Kennedy (1891-1976) con l’ingresso a forma di pagoda cinese, su Hollywood Boulevard.

  2. Lo Shrine Auditorium & Expo Hall (1926) sul West Jefferson Boulevard degli architetti Albert Lansburgh (1876-1969), John C. Austin (1870-1963), Abram Edelman (1863-1941). Un notevole costruzione in stile Moresco da 6.700 posti, che ha ospitato occasionalmente gli Oscar prima del Dolby “Kodak” Theatre (2001) dell’architetto designer scenografo David Rockwell fondatore dello studio di architettura Rockwell Group (1984).

  3. Il Dolby “Kodak” Theatre è stato appositamente costruito per riportare la notte degli Oscar a Hollywood. David Rockwell con il suo staff ha curato tre edizioni della cerimonia degli Oscar 2009/2010 e 2021. Dalla sua ha un lungo curriculum di progetti di architetture, design e scenografie per il cinema.

  4. È nel Cocoanut Grove (1921) — con l’iconico ingresso a torre — locale notturno dell’Ambassador Hotel (1921) in Wilshire Boulevard dell’architetto Myron Hunt (1868-1952), che avviene il primo incontro “dietro le quinte” di Blodgett con Maine ubriaco. Nel film dell’Hotel si vedono gli esterni mentre gli interni sono stati ricreati da Allen negli studios della Warners. Nell’Ambassador — sede delle cerimonie degli Oscar negli anni Trenta e dei Golden Globe tra gli anni cinquanta e settanta — è stato assassinato Bobby Kennedy nel 1968.

  5. La casa di Maine è l’“Oleander ArmsCrescent su Heights Boulevard angolo con Fountain Avenue, West Hollywood. Demolito nel 1984, oltre alle immagini del film rimangono solamente delle foto.

  6. Il circolare Roberts Drive-in (1948) di Wayne McAllister (1907-2000) con l’importante pilone pubblicitario si trovava sull’angolo tra Sunset Boulevard e Cahuenga (oggi demolito). McAlister è stato tra i maggiori interpreti dell’architettura Googie; stile che caratterizza ancora oggi molti dei locali pubblici della California meridionale. Nigth club, drive-in, restaurant, pub di forme particolari, con grandi insegne e luci al neon personalizzano grandemente l’immagine di Hollywood. Frank Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr. devono molto al glamour del Copa Room (1952) e del Sands Hotel (1952) oggi entrambi abbattuti. Doveroso elencare alcuni capolavori di MacAllister non soltanto a L.A. come: l’Agua Caliente Casino Hotel (1928) a Tijuana, Mexico, El Rancho Vegas Hotel (1941) a Las Vegas nel Nevada, il Bob’s Big Boy (1949) a Burbank in California, il Desert Inn (1950) a Las Vegas in Nevada, il Fremont Hotel & Casino (1956) ancora a Las Vegas in Nevada.

  7. Il New Santa Anita Park (1934) centro di corse ippiche e allevamento di cavalli è sorto sull’antico Rancho Santa Anita (1845-1875), già colonia dei missionari spagnoli di San Gabriele (1771). Il progetto del complesso urbanistico è dell’architetto inglese Gordon Kaufmann (1888-1949). Suoi sono i vari edifici del centro, una combinazione di differenti stili: Colonial Revival e un particolare tipo di Art Déco noto come Streamline Moderne. Tutte le costruzioni sono decorate nei colori distintivi di Santa Anita, il “Persian” Green e lo “Chiffon” Yellow. Kaufmann in California è autore di quindici palazzi monumentali, tra questi il Los Angeles Times Building (1935) sede del quotidiano di L.A. e lHollywood Palladium (1940). Durante la seconda guerra mondiale il Santa Anita Park ospitò il campo di concentramento degli immigrati giapponesi negli USA.

Ancora a Los Angeles compaiono nel film la Schwab’s Pharmacy (1932) dell’architetto, designer, scenografo accademico afro-americano Ralph A. Vaughn (1907-2000). Era una farmacia (demolita nel 1988) di proprietà dei sei fratelli Schwab situata all’8024 di Sunset Boulevard a Hollywood, diventata, dagli anni ’30 agli anni ’50, un popolare ritrovo per attori e operatori dell’industria cinematografica.

Ultima delle architetture in ordine di apparizione la Chiesa del Buon Pastore (1924) progettata dall’architetto James J. Donnellan (1861-1924), in stile Mission Revival. È la chiesa più antica di Beverly Hills.

Qui colgo l’occasione per ricordare due architetture e otto capolavori equestri affacciatisi sulle piazze di Torino nel tempo. Tanti così non li ha nessuna città al mondo. Ai cancelli del cortile d’ingresso di Palazzo Reale i Dioscuri equestri (1847) di Abbondio Sangiorgio (1798-1879), Castore domatore di cavalli e Polluce; in piazza Castello il monumento ai Cavalieri d’Italia (1923) di Pietro Canonica (1869-1959); di poi quello di Emanuele Filiberto di Savoia (1838) e Carlo Alberto di Savoia (1861), entrambi di Carlo Marochetti (1805-1867), rispettivamente in piazza San Carlo e in pazza Carlo Alberto; il monumento a Ferdinando di Savoia duca di Genova (1866) di Alfonso Balzico (1825-1901) in piazza Solferino, quello del generale Alfonso Ferrero della Marmora (1891) di Stanislao Grimaldi (1825-1903) in piazza Bodoni e per finire quello di Amedeo di Savoia duca d’Aosta (1902) di Davide Calandra (1856-1915) nel parco del Valentino (1630).

Tra le architetture legate ai cavalli a Torino ne sono state costruite due molto importanti la Società ippica torinese (1937) di Carlo Mollino (1905-1973) in corso Dante (colpevolmente demolita nel 1960) di cui rimangono foto, collage e disegni del maestro torinese.

Altra opera è la stupenda monumentale Cavallerizza Reale (1742) del Primo architetto regio Benedetto Alfieri (1699-1767), completata nel 1840 da Ernesto Mellano (1692-867) e costruita per svolgere esercizi equestri. Sembra, se ne parla da cinquant’anni, che sia finalmente in via di restauro e recupero. Purtroppo è stato dato incarico ad un conosciuto architetto milanese, Cino Zucchi, che, pur bravo, non ha dato oggi prova di rispetto del lavoro del collega torinese Amedeo Albertini (1916-1982), visto il suo intervento sul Museo dell’Automobile (1960), di cui ha distrutto irrimediabilmente, senza una ragione plausibile, il bellissimo ingresso carraio. Speriamo che con l’opera dell’Alfieri, patrimonio mondiale dell’UNESCO, sia più responsabile.

Foto di Joshua Case su Unsplash