Architettura e cronaca
Che nel video “Trump Gaza” l’architettura sia ancora una volta stata chiamata in causa come protagonista della cronaca è ormai constatazione condivisa; meno evidenti sono invece i presupposti e le conseguenze che caratterizzano questo fatto. Osservando le architetture con cui le grandi città contemporanee intendono competere nel panorama globale, abbiamo da tempo constatato come l’attenzione si stia spostando sempre più sul contenitore, sull’involucro, mentre è in atto una sostituzione del contenuto, sempre meno coinvolto nel proporre una organizzazione dello spazio e nel modo di abitarlo e sempre più rivolto ad una comunicazione istantanea ed essenziale. L’architettura diventa promessa di successo sociale, assume i caratteri di bene esclusivo, di attrazione per un turismo elitario, si presenta sulla scena urbana come il prodotto più avanzato del fashion e dell’high tech. Il confine tra architettura come rappresentazione di una società plurale e architettura come celebrazione del principe, diventa sempre più confuso, quanto più la comunicazione diventa generica e imprecisa e il suo obiettivo si sposta: dall’esibire, documentare e mettere a confronto, al sedurre, persuadere e omologare.
Giochi di specchi
E qui si rivela l’aspetto forse più dirompente del video, più minaccioso della formidabile combinazione di megalomania politica e megalomania architettonica: nato, se è vero ciò che si legge nel web, con l’intenzione di sbeffeggiare le velleità demiurgiche di Trump, quelle sue immagini kitch, quegli ambienti grottescamente distopici sono stati immediatamente digeriti dalla stessa macchina propagandistica di Trump e rilanciati, ribaltandone i codici. Si sono rivelati cioè, proprio perché esasperati, perfettamente organici alla bulimica proposta lanciata da Trump, senza che si dovesse modificarne minimamente la narrazione visiva e sonora: rivendicare agli USA il formale possesso della striscia di Gaza, espellere gli abitanti insieme a tutti gli altri fastidiosi intralci del diritto, dell’etica, del buon gusto e delle buone maniere, insieme a ogni possibile riflessione sulle vocazioni di quei territori che possano derivare dalla loro storia o dalle loro risorse, e trasformare una distesa di macerie in una opulenta meta turistica internazionale, direttamente trapiantata dalle iperboliche immagini di Miami o Las Vegas o Dubai.
Tra i fantascientifici grattacieli che fanno da confuso sfondo alla spiaggia, una sagoma richiama esplicitamente quella di Burij al Arab, l’hotel a 7 stelle a forma di “vela” che è oramai indissolubilmente collegato all’immagine di Dubai come epitome di una enclave tanto iperbolica quanto esclusiva. Quella sagoma di vela diventa la cifra da decodificare e rimanda immediatamente ad una categoria che la cultura architettonica “alta” ha finora sdegnosamente snobbato: il repertorio dell’architettura glamour e dei suoi involucri pacchiani, delle luminescenze fiabesche, dei materiali e delle tecnologie più avanzate, apparentemente eterogenei ma tutti egualmente scollegati dal contesto, tanto immediato quanto globale, da ogni preoccupazione per altre funzioni “parassite” (servizi, posteggi, verde, spazi collettivi non producono profitto) e uniti invece da una comune ricerca della componente “libidica”, desiderante, della meraviglia, del sortilegio. Un repertorio che raccoglie direttamente alle radici, senza filtri intellettuali, i fabbisogni e i desideri indotti dal marketing, gli immaginari massificati, i conformismi rassicuranti, a cui attingono operatori economici, immobiliari, politici, per superare di slancio, grazie all’“incantamento” che produce, ogni reticenza, ogni valutazione di reale opportunità, di vincolo o di coerenza. La scelta, ricattatoria, per i destinatari del messaggio, è tra la promessa di entrare a far parte di quel mondo esclusivo e di successo o la condanna a rimanere imprigionati nel mondo dei looser.
Viene in mente il memorabile spot di una nota agenzia immobiliare, dove una coppia in visita ad un appartamento, dopo la promessa di non farsi prendere dall’entusiasmo, sviene di fronte al terrazzo e alla cabina armadio…
Intelligenza artificiale
Come giustamente afferma Luca Gibello sul Giornale dell’Architettura è determinante nel video il «tutto e subito» garantito dall’Intelligenza Artificiale, che azzera qualsiasi ponderazione; ma non si tratta a mio parere solo di ponderare su liceità ed etica, quanto sulla generale assuefazione ad una figuratività “usa e getta” che sta riempiendo i media specializzati e generalisti, e che rende sempre più generico e indeterminato il contenuto della comunicazione. Ma non si tratta in questo caso dell’indeterminatezza intenzionale dello schizzo, che esprime intenzionalmente la tensione del divenire, in attesa di completare il proprio percorso verso la realtà. Si tratta, se ho capito bene, di un universo figurativo prodotto, nel caso delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, da un semplice enunciato testuale, il prompt inviato all’applicazione, istantaneamente convertito in un risultato fotorealistico bidimensionale, generato sulla base di un determinato dataset, ossia di una enorme quantità di immagini preesistenti, immagazzinate ed elaborate dall’IA durante la fase di addestramento, a partire dal quale le nuove immagini sono generate. Il grado di attendibilità dell’immagine prodotta è evidentemente determinato su base prevalentemente statistica, in totale assenza di qualsiasi controllo della forma, che assicuri, alla concatenazione di elementi che costituiscono il manufatto e lo vincolano al mondo fisico, un sufficiente grado di coerenza e attendibilità fornito dai dispositivi tecnico/culturali propri del progetto architettonico: la abitabilità, la costruibilità, la rigidità alle deformazioni, la sostenibilità nel tempo, la coerenza con i sistemi insediativi e con i modelli di comportamento… Val la pena riflettere sul fatto che, al momento, la presenza della intelligenza artificiale in architettura è vistosa nel campo delle immagini bidimensionali, dove il patrimonio di immagini da elaborare è smisurato e i vincoli connessi alla plausibilità dal punto di vista geometrico e costruttivo sono estremamente blandi. l’IA, trasformando la percezione che abbiamo del mondo e dell’idea stessa di “fatto avvenuto”, permette non tanto di sfuggire a quanto di deterministico risiede nei dispositivi tecnici, nelle norme, negli stereotipi, quanto di annullare ciò che c’è di mezzo “tra il dire e il fare”.
La questione, per quel poco che capisco, diventa estremamente più complessa quando ci si sposta nel campo 3D dove i vincoli dettati dalla fisica, dalla geometria descrittiva e dalle tecniche costruttive sono assai meno labili; campo dove l’applicazione della IA non ha ancora raggiunto una diffusione e un livello tecnico tale da promettere risultati analoghi alle immagini bidimensionali, ma che sembra piuttosto orientato ad integrarsi con i software di modellazione, rendendoli più duttili e intuitivi, piuttosto che a scavalcarli.
Insomma, per quanto l’IA sia in grado di ridurre notevolmente tempo, energie, abilità necessarie a produrre una rappresentazione realistica di quanto è già stato progettato, non è in grado di sostituire in alcun modo l’elaborazione di un progetto architettonico: l’architettura non è per sua natura metamorfica, non si adatta a qualunque involucro; d’altra parte già Robert Venturi, agli inizi del nuovo millennio, ci aveva segnalato la necessità di disarticolare i diversi livelli semantici dell’architettura per affrontare le ambiguità connesse alla potenza simbolica di edifici a forma di papera o di hot dog; perché non accogliere allora architetture a forma di vela, di macchina da scrivere o di colonna dorica? In effetti, osservando i repertori dell’architettura glamour, ci si chiede quali configurazioni di spazi si aprano dietro quegli affascinanti involucri, frutto di ibridazioni tra il mondo organico e quello inorganico, dalla riproposizione di realtà di riconosciuto successo, da cristallini rigori geometrici, o dalle iconografie della cuteness, cioè da tratti estetici stucchevolmente “ruffiani”, capaci di assicurare un istintivo, compiaciuto, amorevole consenso. Ci si domanda, in definitiva, se il suo elevato grado di indeterminatezza nella relazione forma/contenuto non derivi proprio da un linguaggio visivo spinto verso la rappresentazione esasperata di una ipotetica realtà già compiuta, senza accompagnarla ad una verifica delle leggi fisiche che si ritiene presiedano a quella realtà.
Ritorniamo per un attimo all’espressione organizzare lo spazio utilizzata nel primo paragrafo e mutuata da Fernando Távora, che ha un significato differente da quello attribuito all’espressione occupare lo spazio. Nel termine “organizzare” si riconosce una manifestazione di volontà, una processualità qualitativa che il termine “occupare” non ha, limitandosi a informazioni descrittive. L’architettura glamour sembra aver dimenticato il compito di organizzare lo spazio a partire dalla interpretazione del contesto e, omettendolo, si trasforma in una rivelazione fugace e istantanea, prigioniera di un eterno presente, la cui genericità è dissimulata solamente dalla presenza di valori simbolici destinati a soddisfare la vanità progettuale del creatore, a persuadere i consumatori e/o assicurarsi il consenso del committente.
La necessità dell’ironia
Un’ultima considerazione sulla parabola paradossale del video su Gaza. Se, fino a ieri, ci sentivamo relativamente sicuri nel nostro angolino di una Europa decadente, diffidente e pigra, confidando che il sano distacco dell’ironia, come sostiene Amos Oz (Contro il fanatismo, Feltrinelli 2004), avrebbe costituito un antidoto efficace contro la ottusa arroganza del fanatismo e dell’autoritarismo, dobbiamo riconoscere che con quel video è stato travolta anche questa ultima trincea. «La fine della satira» annuncia infatti Massimo Gramellini (Corriere della Sera, 7 marzo 2025) e la dipartita risale al giorno prima, quando il regista Solo Avital ha rivelato di essere stato lui l’autore del video, con l’intenzione satirica di portare a galla quanto sia meschina e ridicola la tracotanza autocelebrativa di Trump.
Come si è spotuto ribaltare semanticamente un messaggio satirico in uno propagandistico? Suppongo che in parte la riconversione sia stata resa possibile proprio dal fatto che il contenuto del messaggio si appoggiava a una figuratività generica, ad un immaginario glamour acquisito affrettatamente e altrettanto affrettatamente interpretato da chi lo ha ricevuto per poi rilanciarlo, talmente offuscato dal narcisismo da non coglierne la reale intenzione. Ma neppure le statue dorate ed i palloncini, sfacciatamente allusive alla loro natura idolatrica, sono stati avvertiti come irriverente sberleffo?
Verrebbe da pensare allora che la arroganza del tycoon sia stata tale da ritenere di poter neutralizzare la capacità di “disvelamento”, la dimensione trasgressiva dell’ironia, attraverso un abile gioco di specchi in cui le immagini restano identiche ma simmetricamente ribaltate nella loro intenzione comunicativa.
Ora, è vero che l’architettura è rappresentata da una tradizione disciplinare che, con il peso morale delle sue responsabilità e con quello materiale delle risorse e della permanenza nel tempo, lascia poco spazio all’ironia, intesa come forma espressiva vocata a demolire più che a costruire. Ma l’ironia muove, proprio come il progetto, dalla capacità di interrogare, anche a partire da punti di vista sghembi e irriverenti, lontani da quelli convenzionali, liberandosi in questo modo dagli stereotipi ripetitivi e dalle verità prestabilite una volta per tutte. Senza uno sguardo ironico sul mondo non avremmo avuto architetti come Giulio Romano, Alvar Aalto, Plečnik, Venturi e Scott Brown, Gehry, Isozaki, Tigerman, Eisenman, Koolhaas, Stirling, il filone dell’Architettura Radicale, il Neoliberty e chissà quanti altri.
La capacità di guardare il mondo anche attraverso la lente dell’ironia è una condizione indispensabile, per accogliere esperienze, incontri, accidenti, incertezze che aprono a soluzioni inattese, per affrontare quella che Pietro Derossi ha chiamato “L’Avventura del progetto”(ed. Angeli, 2012).
L’ironia è davvero il punto di partenza per affermare la “libertà di giudizio”, per attivare il bisogno vitale di smascherare ciò che rivela la propria natura idolatrica, per resistere alla pervasività dell’aggressione tecno-millenarista, per accettare il nostro pieno appartenere al mondo che abitiamo, pur senza poterlo totalmente e definitivamente dominare.
Ridateci l’ironia!

