(parte seconda)

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Il borgo La Martella costituì la prima realizzazione dell’idea attorno alla quale si era ragionato tra gli addetti ai lavori sin dagli inizi degli anni Cinquanta, ossia l’avvicinamento della città alla campagna, ma anche un’attuazione urbanistica più aderente alla sintesi tra l’abitato urbano e quello rurale, come sottolineano Silvia Poppi ed Elisa Zani nella loro ben documentata tesi di laurea, da cui sono tratte molte delle successive descrizioni delle caratteristiche progettuali e costruttive del villaggio. 

Questo sviluppo dell’architettura, definito come “neorealismo architettonico”, si afferma in Italia nel momento in cui deludono le teorie che avevano caratterizzato il Movimento Moderno di tendenza funzionalista e i congressi CIAM (Congresso internazionale di architettura moderna). La revisione dei loro principi, sperimentata in esperienze progettuali diverse, indusse a riconsiderare la tradizione architettonica locale, per tentare di rispondere ai bisogni delle comunità locali mediante un linguaggio espressivo che meglio le rappresentasse. Un simile approccio al progetto doveva naturalmente estendersi anche agli spazi di pertinenza degli edifici e comprendere le strutture commerciali e i servizi per la popolazione prevista. 

La località che fu prescelta era in una posizione baricentrica rispetto ai terreni coltivabili destinati ai futuri abitanti e in leggero rilievo, cosicché il borgo fosse ben visibile dalla campagna circostante. Arrivando a La Martella da Matera, l’insieme compatto di costruzioni che si scorge in lontananza è dominato da quella più alta, la chiesa. Il terreno non venne rimodellato e le tre strade principali ne seguirono l’andamento, incurvandosi. 

La sua forma complessiva può essere assimilata a un triangolo equilatero adagiato su una superficie ondulata, con le strade che le si adattano, mentre i fabbricati e la natura circostante si integrano nella definizione dell’ambiente costruito. 

Lo schema planimetrico era volutamente ripetitivo, per fare rassomigliare il nuovo quartiere alla struttura delle “unità di vicinato” dei Sassi. Queste erano una caratteristica del modello di vita nelle abitazioni cavernicole: a gruppi di quattro o cinque erano comunicanti tra loro e si affacciavano su un cortile comune, circoscrivendo ambienti intimi e raccolti e facilitando la socialità. Nonostante la soluzione di progetto sia molto più aperta rispetto a quella di riferimento, le case coloniche furono collocate lungo le curve di livello, in modo che tali unità di vicinato avessero andamento parallelo. 

All’estremità di ciascuna unità venne inserito un forno collettivo, inteso anche come spazio di relazione e ritrovo per gli abitanti, costruito con lo stesso sistema di quello tradizionale, per mantenere una continuità con gli elementi caratteristici dei Sassi. 

Le case erano distanziate rispetto al margine della strada e disallineate tra loro, per consentire di ricavare spazi aperti privati antistanti ogni abitazione, recintati con muretti. E sul retro di ciascuna proprietà era ricavato un piccolo lotto privato, adibito principalmente a orto domestico, mentre altre fasce di orti erano interposte tra le varie unità di vicinato.

Le case erano sempre su due piani e accoppiate tra loro in maniera differente, a volte unite per il lato lungo, altre per il lato corto, in modo che fosse possibile realizzare tetti di forma diversa.

L’abitazione tipo era composta da un soggiorno con cucina, una lavanderia e una stanza da letto a piano terra e, a seconda del tipo, da due o tre stanze con ripostiglio al piano superiore e con il bagno situato nel vano scale. Ad ogni abitazione era poi associata una stalla per gli animali, distinta rispetto alla casa, ma in continuità con il fabbricato, il che permetteva ai contadini di accudire il bestiame anche durante la notte, senza allontanarsi dalla propria abitazione. 

Uno dei requisiti fondamentali del progetto era assicurare l’autonomia del villaggio, che quindi avrebbe dovuto essere completato con tutte le attrezzature indispensabili alla comunità: chiesa e canonica, ambulatorio medico, asilo nido, scuola dell’infanzia, scuola elementare, cinema-teatro, ufficio postale, caserma dei carabinieri, campo sportivo. Edifici tutti collocati principalmente nel centro del borgo, a cui si riconnettevano i vari percorsi stradali di servizio delle abitazioni. 

Il borgo non vuole essere un fatto estetico di particolare rilievo”, scriverà Federico Gorio in una successiva autocritica volta a individuare anche gli errori commessi; tutto ciò che è effimero, ogni tentazione retorica, qualsiasi capriccio dovuto al gusto personale viene eliminato in favore di un linguaggio pulito e essenziale, funzionale al suo scopo. 

Forse proprio per tutto questo, La Martella resterà uno dei migliori esempi italiani di neorealismo in architettura.

Il borgo venne inaugurato da Alcide De Gasperi il 17 maggio 1953, poco prima delle elezioni politiche e fu presentato come un successo del Governo. Parteciparono all’evento migliaia di contadini, addirittura pagati per apparire sui giornali, e l’ambasciatrice USA in Italia Clare Boothe Luce tenne un discorso (auto) elogiativo. Tutto fu preparato per sgombrare il campo da una possibile, e temuta, avanzata dei comunitari di Olivetti o “peggio ancora” dei comunisti nel territorio lucano. A tal punto la vicenda assunse valore politico, che ai beneficiari delle assegnazioni venne imposta l’umiliazione dell’abiura: dovevano consegnare la tessera dei partiti di sinistra cui erano iscritti, così come fu richiesto per l’assegnazione dei poderi della riforma fondiaria. 

De Gasperi consegnò le prime case del borgo rurale La Martella, ove  furono alloggiate cinquanta famiglie e pose la prima pietra per gli interventi successivi, che si protrassero fino al 1965, con la realizzazione degli altri tre borghi (Venusio, Picciano e Agna) e dei tre quartieri previsti. La fretta con cui il governo aveva imposto l’inaugurazione però fu eccessiva, non basata sul reale stato di avanzamento dei lavori. L’efficienza e la premura vantate si rivelarono per quello che erano veramente, una forma di propaganda, e costrinsero gli abitanti dei Sassi ad un trasferimento in condizioni assai precarie. 

I servizi non erano stati attivati e, ancora un anno dopo solo l’ufficio postale era stato costruito ma non funzionava, come pure l’asilo nido. Il Genio civile, competente delle opere di urbanizzazione, si limitò solo a tracciare le strade senza lastricarle: c’era solo fango. Il mancato funzionamento dei servizi del villaggio veniva lamentato, oltre che dagli abitanti, anche dal Centro Comunitario materano e da altre associazioni civiche. 

L’amministrazione comunale, evitando di intervenire per sistemare la situazione, lasciava intendere di voler portare al fallimento il progetto olivettiano comunitario. “Si voleva in tal modo smontare quella serie di successi e di connessioni positive con il tessuto sociale materano che il Movimento Comunità ed i suoi esponenti o simpatizzanti, che a vario titolo avevano preso parte alla progettazione e alla costruzione di La Martella, avevano oramai da tempo stabilito”. La citazione è ancora tratta da Giuseppe Iglieri.

L’on. Colombo (nel frattempo diventato ministro dell’Agricoltura), astioso rappresentante in loco del partito maggioritario in Italia, non poteva consentire che l’avanzata di Comunità erodesse il suo consenso, soprattutto in considerazione della quantità di risorse pubbliche che aveva fatto aveva investire nell’iniziativa dall’ente di riforma agraria. Nonostante la sezione materana della DC avesse espresso parere favorevole rispetto all’operato dell’UNRRA-Casas e al progetto “La Martella”, nel maggio del 1955 le sue pressioni riuscirono a far chiudere il distretto UNRRA di Matera. Per La Martella significò l’abbandono dell’impresa e l’inizio di un lungo declino, che avrebbe infranto le speranze di Olivetti, dei comunitari e, soprattutto, dei tanti lucani che avevano accolto con entusiasmo l’esperienza materana. 

Per coprire la verità – ricorda Pasquale Doria – la giustificazione prevalente fu che l’esperienza del borgo era stata una prova “mal riuscita”, un’utopia troppo costosa e irrealizzabile. Nello scambio di accuse che ne seguì il confronto si fece aspro. Si giunse perfino all’invio di una circolare della Confindustria di allora con l’invito a non comprare macchine da scrivere Olivetti. 

La piccola “città ideale” che si tentò di realizzare in quegli anni mostrò però tutti i propri limiti ben prima del volgere del decennio, al di là di alcune debolezze teoriche e progettuali – ascrivibili ai suoi pur rinomati autori – e degli ostacoli frapposti dalle forze politiche locali: chi ha vissuto o studiato quell’esperienza ritiene che il modello urbano perseguito fallì a causa del mancato compimento del suo obiettivo principale, l’integrazione della trasformazione fondiaria del territorio con la progettazione di nuovi insediamenti urbani. Era sbagliato inoltre pensare a una comunità per soli contadini, quando l’Italia stava industrializzandosi e il villaggio avrebbe dovuto prestarsi a insediare anche ceti sociali diversi occupati in settori diversi.

La resa sembrò quasi inevitabile, al punto tale che Ludovico Quaroni, uno dei padri fondatori del villaggio, affermò che l’eccellente lavoro svolto dal gruppo operativo era stato irrimediabilmente screditato. Questa una sua amara e ironica dichiarazione “Quando il parroco ha fatto costruire una copia della grotta di Lourdes in cemento armato all’ingresso della canonica, non ho più voluto metter piede nel nostro borgo: è stata la definitiva, insopportabile demolizione morale del nostro lavoro, di quanto ci eravamo proposti di fare”.

In ultimo, l’indicazione dell’autosufficienza economica valutata nella misura di tre ettari di terreno da assegnare a ciascuna famiglia risultò assolutamente inadeguata e in contraddizione con il modello di appoderamento suggerito dell’Ente di Riforma, che prevedeva di assegnare unità poderali di circa dieci ettari.

Il trasferimento – forzato – proseguì comunque per un ventennio, riscontrando non poche opposizioni da parte degli abitanti (soprattutto i più anziani), in qualche modo affezionati alle grotte ed ai vicinati, nonostante la povertà e l’abitudine a vivere nel sacrificio cui erano stati costretti in passato. I Sassi furono praticamente svuotati, divenendo una città fantasma a margine della città che si rinnovava. Gli abitanti ottennero case nuove e la promessa di un appezzamento di terra da coltivare (promessa non per tutti mantenuta), pagando canoni di affitto più alti di quanto atteso (come già all’epoca sottolineò polemicamente l’urbanista Carlo Aymonino nel rileggere quell’esperienza) in cambio della cessione delle loro vecchie abitazioni al demanio. 

Non tutti i nuovi abitanti martellesi fecero la scelta di prendere quanto venne loro offerto, in aggiunta alla casa – due reti metalliche per letti, un tavolo, 4 sedie, 2 sgabelli, un aratro, una carriola, un erpice, 10 quintali di legna da ardere – ma soprattutto non si trattò di un regalo. Nel corso degli anni successivi, tutto quanto ricevuto dall’Ente Riforma Fondiaria, dovette essere pagato. 

In sostanza, i borghi rurali vennero a poco a poco abbandonati dagli assegnatari che non avevano ricevuto, insieme all’abitazione, anche terre e mezzi di lavoro sufficienti a mantenere il nucleo familiare. Nel 1954, quando si trattò di trasferire altre 33 famiglie nel borgo La Martella, ne furono interpellate 58: di queste 10 accettarono e le rimanenti rifiutarono ritenendo insufficienti le quote di terreno che si voleva loro assegnare. 

Già a metà degli anni cinquanta, quindi, emerse con sufficiente chiarezza che lo sviluppo di La Martella e della stessa Matera stava diventando più una questione urbana che agricola. (A. Prioli)

Nel 1957-1958 si era arrivati all’apice massimo del numero di abitanti: 1.100. Negli anni successivi, con lo sviluppo industriale, La Martella conobbe l’emigrazione di ritorno verso Matera e la popolazione diminuì, fino ad arrivare ad un minimo di 400 abitanti nel 1987. All’epoca si presentava come una zona depressa per via della crisi economica e molti proprietari abbandonarono tutto vendendo i propri terreni. 

E così anche nel borgo della Martella, ideato e costruito per i contadini, nel giro di pochi anni finirono per insediarsi persone dedite ad altri mestieri. Francesco Foschini dà una interpretazione molto sottile delle ragioni dell’ostilità che si creò su una iniziativa che era partita con grande entusiasmo e partecipazione. Da ammirato esperimento di rigenerazione urbana ante litteram Matera diventò semmai una frontiera della “guerra fredda”. Perché sostenere il progresso e lo sviluppo dell’Italia non aveva, per l’America, solo scopi filantropici. Più che altro serviva a legarla organicamente all’occidente, inducendola, per non perdere i benefici degli aiuti, ad una definitiva resistenza al comunismo.

Ne è una chiara prova l’oblio che ricadde su Carlo Levi, proprio colui che aveva sollevato il velo sulle iniziali misere condizioni di vita dei Sassi. Troppo impegnato politicamente, e soprattutto troppo a sinistra, non per caso non venne mai citato negli articoli che avevano come principale scopo giustificare ed esaltare l’interventismo americano nel Sud Italia. Lo stesso Friedmann, che pur ammetterà di essere arrivato a Matera su indicazione di Carlo Levi, non lo nominò mai nell’articolo che scrisse nel 1950 sull’Arkansas Gazette per descrivere la sua esperienza. 

Solo negli anni ‘90 La Martella vedrà un nuovo sviluppo con l’insediamento della nuova zona residenziale di “Ecopolis”, che ne ha, in parte, cambiato volto. Questo villaggio addizionale, un aggregato urbano autonomo composto di 312 unità abitative – che sorge su un’area di 13 ettari all’incirca, di cui circa l’80% destinato alle residenze e il 10% al commercio – ambiva ad inserirsi e integrarsi nel preesistente borgo. 

L’ex parroco Don Egidio Casarola (oltre trent’anni di servizio pastorale a La Martella) sostiene, in una recente intervista, che in realtà Ecopolis è nata con tante idee che poi si sono rivelate illusioni, perché i nuovi insediati non hanno saputo aprirsi nei rapporti, facendolo diventare un quartiere dormitorio ed individualista. Nella borgata allargata si sono creati tre gruppi sociali: abitanti anziani che vivono nel ricordo dell’abbandono degli anni ‘60, e spesso si mostrano diffidenti; il nuovo complesso, in cui si vive volutamente in isolamento completo; le case popolari con tanti problemi sociali. “C’è un agglomerato di abitazioni, ma non c’è vita di comunità”.

Oggi La Martella, in cui risiedono in tutto 1.888 abitanti (dei quali 941 maschi e 947 femmine) compresa Ecopolis, ha perso quasi totalmente l’origine di centro rurale diventando un vero e proprio quartiere periferico e di supporto abitativo alla città. Inoltre 600 sono stranieri: 500 extracomunitari e 100 facenti parte dell’Ue. Dalla sua fondazione i problemi non sono mai mancati: lacerazioni e individualismi, difficoltà urbanistiche e logistiche. “Perché non aprirsi?” –  si chiede ancora con amarezza l’ex parroco – “… se chi ci abita cominciasse ad aprirsi, si scorgerebbe tanta ricchezza. La Martella può avere uno sviluppo molto florido”.

E i Sassi? Prima abbandonati, poi parzialmente trasformati, sui cambiamenti che li hanno coinvolti ci sono pareri discordanti. La grande spinta che ha accelerato la ripresa del processo di risanamento e riqualificazione della parte vecchia di Matera è stata impressa dall’UNESCO, che ha dichiarato i Sassi Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 1993, consentendole di diventare “Capitale europea della cultura” nel 2019.

Da allora, sostengono coloro che osservano con favore gli esiti del riconoscimento “la città cresce, esce dal guscio, non guarda più al proprio passato con disprezzo ma con rispetto e consapevolezza delle potenzialità che il territorio può e deve offrire. I Sassi si ripopolano e diventano terreno fertile per musei, “case grotta”, ristoranti, b&b, alberghi di lusso, terme e tantissime botteghe di artigiani che qui trovano ispirazione”. Tanto si legge nella “Guida di Matera”.

Ma c’è anche chi si domanda polemicamente: “Chi sa che cosa avrebbero detto sia Adriano Olivetti sia gli urbanisti e architetti e sociologi di fama nazionale e internazionale che hanno studiato i Rioni Sassi e Matera, a fronte della trasformazione, dal 1980 ad oggi, del capoluogo materano”. I Sassi, patrimonio Unesco – osserva Nino Sangerardi – risultano stravolti dal caravanserraglio di pizzerie, ristoranti, bracerie, hotel, paninoteche, bed and breakfast, pub, rosticcerie, ascensori in vetro e acciaio, superfetazioni edilizie, automobili parcheggiate sopra i marciapiedi, guide turistiche caserecce, prezzi al consumo esagerati. 

Dalla povertà all’intrattenimento consumistico, dalla vita comunitaria al ritrovo di folla anonima in piazza. Chi l’avrebbe mai detto.

Letture

  • Carlo Aymonino, Matera: mito e realtà, Casabella Continuità n. 231, 1959
  • Pasquale Doria, Matera, borgo La Martella un gioiello dimenticato, La gazzetta del Mezzogiorno, 19 gennaio 2009
  • Mariavaleria Mininni, Cristina Dicillo, Riforma fondiaria e ricostruzione urbana. La vicenda materana riletta alla luce di una strategia agrourbana, Atti della XV Conferenza Nazionale SIU, Pescara 2012
  • Alberto Prioli, La città storico-turistica dei Sassi di Matera, Tesi di laurea, Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, 2014-2015
  • Nino Sangerardi, Adriano Olivetti, Matera e l’eredità perduta, Stato quotidiano, 26 novembre 2015
  • Federico Bilò, Ettore Vadini, Matera e Adriano Olivetti. Testimonianze su un’idea per il riscatto del Mezzogiorno, Edizioni di comunità, 2016 Roma-Ivrea
  • Giuseppe Iglieri, Il Movimento Comunità. Il partito di Adriano Olivetti, Tesi di laurea, Università degli studi del Molise, 2016-2017
  • WikiMatera, Guida di Matera, Da vergogna nazionale a patrimonio Unesco a Capitale Europea della Cultura 2019, 7 giugno 2019
  • Francesco Foschino, Cronache atlantiche dalla Matera degli anni Cinquanta, Mathera n. 12, giugno 2020
  • Silvia Poppi, Elisa Zani, Il borgo La Martella tra memoria, identità e futuro, Tesi di laurea, Politecnico di Milano, 2021
  • Redazione, Nino Vinciguerra ricorda il 68° anniversario del borgo La Martella, Sassi live, 17 maggio 2021
  • Don Egidio Casarola, La Martella, il grande progetto di Olivetti, Materalife, 10 luglio 2024

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