(parte prima)

Nel primo dopoguerra due avvenimenti, di diversa natura ma per qualche verso complementari, mettono in luce uno degli aspetti allora meno noti della povertà nel Mezzogiorno.

Innanzitutto la pubblicazione, nel 1945, del romanzo “Cristo si è fermato ad Eboli”, scritto da Carlo Levi dopo aver scontato il confino in Basilicata, che raccontava con grande partecipazione cosa erano i Sassi di Matera. Il testo svela la vita di una popolazione contadina che abita in un contesto drammatico all’interno della regione lucana, in dimore simili a caverne e in mancanza delle più elementari norme igieniche. Una popolazione che nei primi decenni del Novecento aveva raggiunto le ventimila unità.

Nel corso del tempo le caverne, scavate e lavorate dall’uomo lungo i pendii, erano state rese abitabili utilizzando, per suddividerle in locali, gli stessi tufi ottenuti dallo scavo. Un processo lungo e faticoso, iniziato già più 1000 anni prima di Cristo, che aveva consentito di realizzare un sistema abitativo a terrazzi, volto a rompere l’impeto delle acque di caduta e a favorire il consolidamento di terreno fertile. L’intera organizzazione di questo inusuale e straordinario organismo architettonico venne guidata dalla necessità di utilizzare le risorse naturali in maniera appropriata e intelligente, attraverso una gestione economica della terra e dell’acqua e la ricerca del soleggiamento e della ventilazione.

In ogni caso, col passare dei secoli le condizioni di vita che offriva si inasprirono progressivamente. Ulteriori danni furono arrecati con gli interventi di viabilizzazione voluti dal regime fascista, che condussero ad interrare e asfaltare due canali di scolo (detti grabiglioni) dei Sassi, trasformati in due strade di circonvallazione. Si trattò di una vera e propria opera di sventramento che compromise gravemente il sistema insediativo. Matera si modificò in peggio e il suo trogloditico insieme millenario diventò irriconoscibile, trasformandosi in un complesso sempre più malsano e degradato. 

Il segretario del PCI Palmiro Togliatti fece una visita a Matera del 1° aprile 1948, in occasione delle elezioni del 18 aprile. Era giunto per primo nel capoluogo lucano anche per guardare con i propri occhi gli ambienti in cui gli abitanti erano costretti a vivere in compagnia delle bestie “un male da estirpare con la forza bruta per restituire dignità alle persone”. E portò i Sassi come esempio di “vergogna nazionale”. La lettura estremamente negativa che dava della città ebbe ampie ripercussioni politiche, condizionate in quegli anni anche dallo scontro ideologico fra i partiti e dalle attese per la “modernizzazione” del Paese che riguardavano soprattutto il Mezzogiorno e che erano ormai diffuse.

In realtà le condizioni di vita nelle case-grotta dei Sassi potevano essere anche drammaticamente simili a quelle di case rurali in altri luoghi, o agli slum delle città industriali, con pari condizioni di miseria, coabitazione con animali, alta mortalità infantile. A differenziare davvero Matera non erano tali condizioni, che pure potevano essere non peggiori che altrove, ma la circostanza che si trattasse di abitazioni in grotta. (F. Foschino)

Per ovviarvi, già durante il fascismo era stato elaborato un piano di modernizzazione delle aree sottosviluppate, privilegiando due strumenti operativi: la bonifica integrale, fisica e sociale, delle campagne malsane e le opere di risanamento urbano.

Fu in relazione alle domande di decoro urbano e di riqualificazione degli spazi pubblici che, in questo contesto di autopromozione del regime la “questione Sassi” trovò una prima organica sistematizzazione e riconoscimento. Il piano messo a punto prevedeva che il risanamento igienico dei Sassi dovesse necessariamente essere subordinato a una riforma fondiaria e alla colonizzazione delle terre condotte a regime latifondistico. In quegli anni, infatti, la bonifica integrale era il principale oggetto del dibattito nazionale intorno ai temi dello sviluppo agricolo.

Il progetto di modernizzazione, elaborato secondo gli indirizzi programmatici e i modelli di intervento del fascismo, trovò adeguata pubblicizzazione, come era prassi durante il ventennio, ma la lentezza e la scarsezza delle risorse nazionali e soprattutto locali, mobilitabili e disponibili e le coalizioni d’interesse dominanti, che godevano di protezione politica, renderanno, alle soglie degli anni Quaranta, provvisoria ed incompiuta la emergente Matera novecentesca. (A. Pioli)

Fu così che, nonostante nei decenni di vigenza del regime gli strumenti di pianificazione comunali consentissero di individuare, almeno sotto il profilo teorico, una possibile soluzione della questione Sassi, questa, nei fatti, rimase impraticata. Le ragioni vengono spiegate da Antonio Pontraldolfi, già sindaco di Matera “le leggi in vigore sulla bonifica integrale salvaguardavano la proprietà privata; inoltre la possibilità che si potesse giungere a obbligare i proprietari a realizzare la trasformazione mettendo in atto, in alternativa, la colonizzazione attraverso l’esproprio, come volevano le correnti radicali del fascismo, era venuta meno con l’alleanza politica tra fascismo e agrari”. 

Il libro di Levi, venduto in centinaia di migliaia di copie, anche oltre oceano, già nel 1950 fu citato da “Fortune”, la principale rivista per gli uomini di affari americani, che vi intravidero un’occasione di investimento propagandistico. La descrizione di un mondo arcaico e lontano dalla storia non venne però letta dagli USA come una denuncia delle falsità e inadempienze della propaganda fascista. Al contrario, quel mondo primitivo fu visto come un ideale spazio operativo in cui intervenire con il Piano Marshall, cogliendo una molteplicità di obiettivi, specie dal punto di vista promozionale e comunicativo. È questa la lucida interpretazione di Francesco Foschino, che in un recente articolo ha illustrato le contraddizioni con cui fu affrontato il problema dei Sassi ed al quale si devono molti riferimenti di questo scritto.

Il secondo avvenimento, esiziale per il futuro dei Sassi, fu la nascita del Movimento Comunità, promosso nel 1948 a Torino da Adriano Olivetti. Di ispirazione socio-tecnocratico, riuniva una trentina di deputati e intendeva porsi quale strumento di bilanciamento fra il centro (Democrazia Cristiana) e la sinistra (Partito Comunista). Gli obiettivi, qui un po’ genericamente riassunti, erano: socializzare senza statalizzare, sostenere l’economia in modo autonomo, coi propri mezzi e renderla indipendente dall’intervento prevalente dello Stato, coordinare e integrare la pianificazione delle risorse con quella del territorio. Adriano Olivetti, illustre imprenditore, ingegnere e politico italiano del dopoguerra, all’epoca era presidente dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) e commissario dell’UNRRA-Casas (United Nations Relief and Rehabilitation Administration, Comitato Amministrativo Soccorso ai Senzatetto). 

Il processo di ricostruzione materiale post-bellica, affidato a vari enti, stava iniziando a dare i suoi frutti. Numerose tra le principali città martirizzate dalla guerra stavano tornando ad avere una struttura urbana e sociale avvicinabile ai livelli pre-conflitto. Tra i principali protagonisti di questo processo vi fu proprio l’UNRRA-Casas, di cui erano esponenti di primo piano, oltre a Olivetti, Guido Nadzo e l’architetto Ludovico Quaroni. Fu l’UNRRA a riorientare il programma da seguire, indirizzandolo soprattutto ad una ricostruzione del Sud più profondo, dove il malessere economico si accompagnava a condizioni sociali di forte arretramento. 

Si apriva dinnanzi agli operatori dell’ente un ampio ventaglio di possibilità e di opportunità di intervento. Ma perché, fra tante aree, fu scelto di iniziare proprio da Matera? Perché tra il 1949 ed il 1950, Matera era la città italiana con il più alto tasso di mortalità infantile e con livelli di condizioni igienico sanitarie estremamente precari, in particolar modo nell’abitato dei Sassi. Nella seconda metà del XX sec. Matera si trovò ad essere quindi punto di confluenza di conoscenze, operatori e progettualità diversi collocandosi, nell’incipiente processo di modernizzazione economica e politica italiana, come laboratorio d’urbanistica e di pianificazione, risultandone “il terreno ideale di applicazione”. 

Appena terminato il conflitto, infatti, una mobilitazione di forze locali aveva manifestato per il diritto all’emancipazione dalla miseria sociale e abitativa. Nell’agosto del 1945 i contadini materani avevano assaltato ed incendiato numerosi uffici pubblici. Da quel momento le forze politiche e sindacali di sinistra si impegnarono a tradurre la rabbia sociale in rivendicazioni concrete, da rappresentare a livello locale e soprattutto nazionale.

Nel 1946 il prefetto, in risposta alle sollevazioni contadine, emanò una serie di decreti che, tra l’altro, obbligavano i proprietari di aziende agricole di superficie superiore ai 150 ha. a cederne una quota, compresa tra il 15 ed il 20%, alle cooperative agrarie. I decreti furono, tuttavia, impugnati dai proprietari terrieri che riuscirono ad ottenere l’anno successivo il suo allontanamento e la loro abrogazione. Tutta la vicenda è più ampiamente illustrata da Alberto Prioli nella sua tesi di laurea, ricchissima di informazioni.

Solo nel 1949, i programmi d’assistenza dell’UNRRA-Casas cominciarono ad essere finanziati coi fondi ERP (European Recovery Program) nell’ambito del piano Marshall e, conseguentemente, gestiti dall’ECA (Economie Cooperation Administration), l’ente americano che fra il 1948 e il 1951 ne amministrava le risorse. Furono la conseguenza dell’elaborazione di un primo schema di intervento, sulla base della relazione del prof. Nallo Mazzocchi Alemanni preparata per la missione americana ECA in Italia, nella quale si prospettava per la prima volta la soluzione del problema dei Sassi con la costruzione di nuovi borghi residenziali. Un piano che rappresenta, a parere degli osservatori, l’elemento di congiunzione, dal punto di vista dell’elaborazione delle linee d’intervento, tra i progetti fascisti di bonifica e l’azione che sarà intrapresa sulla base della successiva legge speciale del 1952.

Olivetti fece sue le conclusioni della relazione ECA, pensando che i borghi potessero essere di stimolo alla formazione di comunità locali congiuntamente impegnate, nella prospettiva di avviare il riscatto e la redenzione del sud. Nel 1949 visitò Matera, accompagnato da diversi studiosi tra cui, oltre a Nadzo e Mazzocchi Alemanni, anche lo psicanalista Cesare Musatti. Dopo di che, a seguito del suo incontro con il sociologo Friedrich Georg Friedmann, nacque la Commissione incaricata dello studio della città e del territorio.  Questi, un docente all’Università di Arkansas, giunto in Italia nel 1949 con un incarico del programma Fulbright per gli scambi culturali, si era impegnato a condurre un’indagine completa su una comunità storica del Mezzogiorno; e scelse Macera – secondo quanto riferisce Carlo Aymonino – per le sue contraddizioni estreme di «città contadina» e di «metropoli dei cavernicoli», causa l’incombenza del grave problema dei «Sassi».

Olivetti comprese che in quel luogo, in quella che venne definita da Musatti la “capitale delle città contadine” si sarebbe potuta meglio adattare l’azione concreta della comunità. 

Il tentativo di supportare il modello sperimentale partì quindi dall’azione di Olivetti che, dapprima in qualità di Presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, si espresse favorevolmente all’avvio di uno studio sulla città e sull’agro di Matera. Successivamente, l’idea progettuale venne accolta su sua sollecitazione dall’UNRAA-Casas, che stanziò anche l’intera somma per coprire i costi necessari alla stesura. Poi istituì nel 1951 la “Commissione per lo studio della città e dell’Agro di Matera”, affidata a Friedman, assicurando la sua vigile presenza nel procedere dei lavori. Nel dare corso all’indagine sulla comunità materana, Olivetti aveva in mente di sperimentare, in quel particolare ambiente socio-economico-territoriale, la sua concezione politica di piano in funzione del programma di decentramento aziendale in regioni depresse come la Lucania.

Come già accennato, se il Movimento Comunità, l’UNRRA-CASAS e la Commissione di Friedmann ebbero il compito di ideare e pianificare la nascita dei borghi, questi furono realizzati con i fondi USA, tramite l’ECA. A capo della missione ECA in Italia vi era James David Zellerbach, un imprenditore che di lì a poco sarebbe diventato ambasciatore in Italia e che aveva visitato Matera per due volte, nel settembre 1949, in compagnia di Emilio Colombo (lucano e all’epoca sottosegretario democristiano all’Agricoltura), e quindi nel maggio 1950 in compagnia proprio di Adriano Olivetti. Su proposta dell’ECA, nel programma di utilizzo dei fondi ERP all’UNRRA-Casas, il primo intervento per il risanamento dei Sassi previde la creazione di un villaggio nell’agro materano. (C. Aymonino)

Il lavoro di indagine uscì in tal modo dall’ambito della ricerca storico-sociologica e divenne supporto determinante per avviare un processo di riabilitazione, seppure ancora parziale, nell’abitato materano. 

La pianificazione territoriale di Matera è unanimemente considerata una delle più qualificanti iniziative olivettiane nel Mezzogiorno d’Italia. Fece giungere nella città dei Sassi un gruppo di intellettuali, quasi tutti legati al Movimento Comunità che, in collaborazione con alcuni studiosi locali, crearono un fermento culturale tale da far considerare quegli anni fra i migliori della storia moderna di Matera. In questo fervore di contributi, nel 1951 anche il Centro studi per l’edilizia del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) accolse il programma dell’UNRRA-Casas per la edificazione di alloggi in favore di coloro che abbandonavano i Sassi.

Si era stabilito inizialmente di costruire a Matera 200 alloggi per i senzatetto; ma in seguito ai risultati della Commissione di studio, il programma venne modificato prevedendo invece la costruzione di un borgo rurale, composto di case “coloniche” e completo di attrezzature generali e familiari, da realizzarsi in località «La Martella». 

L’elaborazione di una proposta che comprendesse, oltre la sistemazione urbanistica della zona, anche la progettazione degli edifici pubblici e delle case di abitazione, fu affidata al Centro Studi per l’Edilizia del Cnr, che incaricò gli architetti Luigi Agati, Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Ludovico Quaroni e Michele Valori della sua materiale redazione.

Le indagini raccolte dalla «Commissione di Studio» furono essenziali non solo per il dimensionamento del borgo e il relativo censimento delle famiglie che dovevano abitarvi, ma anche per determinare le caratteristiche tecniche, sociali ed economiche dell’intera operazione di sfollamento dei Sassi. Furono rilevate 3.374 case (43 abitabili, 859 da riparare, 2.472 inabitabili) con 3.483 famiglie (109 in coabitazione, 1.653 cittadine e 928 contadine) da ricollocare, per un totale di 15.508 abitanti sui 32.000 di tutta la città. 

Da tali dati sconvolgenti nacque la legge del 19 maggio 1952, n. 619, sul «Risanamento del rione dei Sassi nell’abitato del Comune di Matera», presentata prontamente, su iniziativa di Emilio Colombo, dalla Democrazia Cristiana – stretta fra l’attivismo di Olivetti e una proposta di legge comunista alternativa – e divenuta nota come Legge De Gasperi. 

La legge fissava in sette i borghi ed i quartieri da costruire ex novo per accogliere i contadini e gli artigiani abitanti nelle grotte e case dichiarate inabitabili, per un totale di 2.581 famiglie da sfollare, cui si aggiungeva il riattamento di tutte le case dei Sassi considerate solo in parte abitabili.

Ma vi erano altri aspetti, altrettanto allarmanti, del problema: le condizioni di spaventosa arretratezza dell’hinterland materano, la scarsezza di attrezzature pubbliche (Matera era l’unico capoluogo di provincia senza il servizio delle Ferrovie dello Stato) e di impianti industriali, la necessità di una imponente trasformazione agricola come premessa per la rinascita del centro abitato, il che non fu. Ciononostante, La Martella nacque come un villaggio modello per contadini, con case coloniche autonome dotate di orto, stalla e fienile, inserite in un gradevolissimo borgo da dotare di servizi, vicino ai campi da coltivare (anche questi assegnati ad ogni abitante), non troppo lontano dalla città e con uno spazio di socialità collettiva. Il centro civico si defini[va] attraverso tre piazze: la piazza civica … la piazza-sagrato della Chiesa, la piazzetta degli artigiani. (Federico Gorio).

In dialetto materano, “la marted” (la Mortella) è il nome di un mirto, arbusto aromatico della flora mediterranea utilizzato per la preparazione delle olive in salamoia. E il “Villaggio La Martella” prese il nome dalla denominazione di una delle frazioni di Matera ed era collocato nella zona delle Matinelle, a circa 7 km. dalla città, nelle vicinanze di terreni condotti dai contadini dei Sassi, in un comprensorio interessato dalla Riforma Fondiaria. 

Il progetto messo a punto dagli architetti provenienti dalla cosiddetta “scuola romana” (sotto la guida di Ludovico Quaroni e Federico Gorio, già membri della Commissione di studio della città e dell’agro di Matera) si rifaceva ad un’ipotesi socio-economica – vero supporto alla ideazione del borgo, precisa Lorenzo Rota, autore di “Matera, storia di una città” (2011) – molto ambiziosa:

  • fare del contadino dei Sassi un imprenditore agricolo autonomo, dotato di casa, stalla, orto e terreni da coltivare;
  • organizzare in cooperativa i produttori ed assicurare assistenza tecnica alla produzione e commercializzazione dei prodotti;
  • far crescere la capacità d’autogestione della comunità contadina del Borgo attraverso i servizi formativi, culturali e sociali.

Dal punto di vista progettuale, gli autori operarono una sintesi tra ben quattro impostazioni teoriche: 

  • la concezione del villaggio-comunità di A. Olivetti;
  • il modello di vita del mondo contadino fondato sulla solidarietà e sulla natura comunitaria di F. Friedman; 
  • il rapporto con l’ambiente (rivalutazione dei materiali locali e attenzione alle esigenze psicologiche) proprio dell’empirismo scandinavo di S. Backström e L. Reinius;
  • l’esigenza di un’architettura ed un’urbanistica democratica espressa dal movimento del neorealismo e fatta propria dalla scuola di architettura romana, che nella seconda metà del novecento era affiancata al più generale movimento artistico della capitale e all’APAO di cui fu ispiratore Bruno Zevi.

I progettisti intesero proporre architetture e spazi che non fossero percepiti dagli abitanti come estranei e coercitivi, bensì adeguati alle loro esigenze. Al centro ideale del progetto ponevano la felicità umana, dal punto di vista materiale, spirituale e psicologico. Ritenevano di doversi ispirare alle architetture vernacolari perché queste presentavano un rapporto di reciprocità ed armonia con le esigenze sociali dei loro utilizzatori. In sintesi, si può definire il progetto La Martella come un tentativo di razionalizzazione moderna della tradizione o di modernizzazione della città vernacolare dei Sassi. (A. Prioli)

La progettazione dei nuovi complessi abitativi fu sviluppata in funzione di quella che era in precedenza la vita dei materani, certamente superando i disagi della povertà, ma allo stesso tempo riproponendo socializzazione e solidarietà tra famiglie appartenenti allo stesso vicinato.