PARTE SECONDA
QUI la prima parte
L’attuale Grammichele, insomma, scaturì da un progetto di pianificazione razionale che avrebbe dovuto farne l’antesignana della città antisismica, quantomeno come distribuzione delle vie di fuga, capace di resistere al ripetersi dei terremoti, seppur intesa anche come riproposizione settecentesca della città e ideale.
Peraltro, quando si pensò di realizzare un impianto urbano costituito da sei anelli esagonali concentrici, scaturenti tutti da un’immensa piazza centrale con sei angoli, avente come punto focale una croce meridiana e un nucleo circondato da grandi isole abitative, non venne trascurato il rispetto delle gerarchie sociali. Non era ancora il tempo di pensare ad una città più egualitaria. Queste isole infatti erano destinate al clero e ai gentiluomini, mentre i sei borghi rettangolari periferici affacciati sui lati più lunghi dell’esagono, ciascuno con piazza quadrata, offrivano a tutto il resto della popolazione il terreno per costruirvi una nuova casa sopra un fondo più stabile.
E di fatto questo grande esagono di pietra, “sebbene appaia frutto di una mentalità razionalistica, in realtà volle essere un teatro di santi, se pensiamo che tutta la città fu divisa in sei sestieri e sei borghi intitolati a San Michele, San Carlo, Santa Caterina, SS. Annunziata, San Rocco e Sant’Angelo Custode, che guardavano tutti al grande monumento cruciforme centrale” (Giuseppe Palermo). Delle sei sezioni uguali in cui la città fu ripartita una, la più prestigiosa, fu lasciata al fondatore, il principe Carlo María Carafa, affinché potesse provvedere alla erezione dei suoi palazzi.
A ben vedere, però, esisteva in Italia anche un’altra realtà simile a questa. Palmanova, la cui realizzazione è precedente a Grammichele, presenta una pianta poligonale, ma è a nove punte e ha la forma di una stella, con le sue fortificazioni, perché nacque per esigenze difensive. Anche la città di Avola, nel siracusano, ricostruita anch’essa dopo il terremoto, riprese il disegno di una pianta esagonale, ma a differenza di Grammichele ha una piazza squadrata e l’orditura viaria è ortogonale e mal si concilia con la forma del suo impianto: una scelta urbanistica coeva ma di molto minor apprezzamento.
Oltre a ciò va pure detto che la razionalità geometrica del nuovo abitato era finalizzata nelle intenzioni del Principe Carafa a creare uno spazio urbano ispirato, come lo stesso ebbe a scrivere in una sua opera, al principio della “simmetria sociale”, ovverosia all’idea che tutto il corpo sociale, pur distinto in classi, dovesse trovare una ordinata disposizione dentro il terreno urbano, onde evitare il disordine e il caos, fonte di sedizioni e di anarchia.
Sabato 18 aprile 1693, dopo appena tre mesi dal terremoto, il principe di Butera murò la prima pietra in testa al primo angolo della città che stava dirigendo. Contemporaneamente altre cinque pietre furono sistemate in altri cinque angoli del paese dai notabili, tutti personaggi di rilievo della distrutta Occhiolà nonché superstiti i quali avevano vissuto e attraversato con coraggio i patimenti della distruzione.
Insieme al Principe nello stesso angolo ove oggi sorge la Matrice Chiesa stava don Francesco Micciardo, che quella mattina vedeva gettare la prima pietra non solo della nuova città, ma anche della Chiesa principale, dedicata a San Michele Arcangelo.
Purtroppo, dopo la cerimonia fondativa, il Principe non poté più fare ritorno a Grammichele, poiché morì solo due anni più tardi, nel 1695, presso Mazzarino, sede del suo Palazzo. In ogni caso, nel giro di sette mesi buona parte del territorio era occupato da nuove case. Non mancarono le difficoltà, come un incendio scoppiato il 28 luglio 1693 in cui si distrussero 127 capanne provvisorie, e molti superstiti persero cibo e masserizie. I lavori di costruzione si conclusero in pochi decenni, grazie sempre alla disponibilità postuma del principe, che continuò con i suoi lasciti ad aiutare la popolazione fornendo aiuti in denaro per acquistare il materiale di costruzione e pagare le maestranze.
Le condizioni dei sopravvissuti nei mesi successivi al disastro però furono di estrema precarietà, tra continue scosse, scarsità di viveri e di beni di prima necessità, mancanza di medici necessari per curare i tantissimi feriti, il costante rischio di epidemie. Gli effetti del disastro sismico sul tessuto sociale ed economico dell’intera Val di Noto furono pesantissimi. L’impatto fu aggravato dal fatto che la situazione economica del regno era già duramente provata da una grave recessione che aveva colpito gran parte dell’Italia a più riprese nel corso del XVII secolo.
Il regno di Sicilia stava uscendo inoltre da un periodo di recessione economica derivato da una grave crisi dei commerci. Ma, paradossalmente, la ripresa economica risultò incentivata dalla vasta attività edilizia che investì tutta l’area colpita dal terremoto.
Se nei primi tempi dell’emergenza ebbe l’effetto di deprimere ulteriormente la già precaria economia siciliana, nel medio termine, invece, fece da volano per la ripresa economica. La colossale seppur problematica opera di ricostruzione e di riedificazione modificò radicalmente l’intera rete insediativa di un’ampia parte della Sicilia e l’imponenza dei lavori necessari, richiamando molta manodopera, riattivò l’intero ciclo produttivo.
Da questo punto di vista, il terremoto del 1693 rappresenta nella storia italiana uno dei pochi casi in cui un disastro sismico si è rivelato occasione di sviluppo e di rilancio economico per le zone colpite.
Una palese testimonianza di quanto le città nuove possono talvolta rappresentare, in momenti drammatici, occasioni di grande inventiva e sviluppo tecnico, artistico, culturale, storico e identitario.
Visitandola, tuttavia, colpisce una certa modestia diffusa dell’edificato, indipendente dalle trasformazioni che vi possono essere state apportate nei tre secoli della sua esistenza. Ma ciò nasce dall’aspetto e dal ruolo originario del centro abitato che ha sostituito.
Occhiolà infatti era abitata da contadini poveri che vivevano in fabbricati poveri. La cittadina distrutta non possedeva quella bellezza formale che la nuova comunità avrebbe potuto desiderare di imitare. La semplicità organizzativa e le immagini non appariscenti sembrano perciò essere stato un fattore consapevole nella pianificazione di Grammichele. Molto interessanti sono a questo proposito le riflessioni di A. W. Mutin,, autore di un bel saggio sulla nascita e sui principi ispiratori di Grammichele.
Nella città ideale dei suoi ideatori, lo splendore e lo sfarzo non avevano importanza, e non erano perciò applicati nel piano. Gli isolati stretti limitavano la tipologia e l’ingombro dell’architettura residenziale e scoraggiavano altri usi. Piuttosto, Grammichele può essere stata la formalizzazione di idee idealistiche volte a creare una comunità agraria modello. In questo senso, la stessa rappresentazione materiale del piano fa pensare che sia città sia stata progettata per far sentire le persone uguali sotto la protezione del signore.
La straordinarietà di Grammichele è riscontrabile in questo, come in molti altri aspetti.
Innanzitutto nella chiarezza dell’impianto urbano, nell’organizzazione spaziale studiata apposta per aprire la visuale verso il paesaggio esterno e, superando l’uniformità dell’architettura, nel suo rapporto tra le strade e gli spazi aperti.
Qui viene abbandonata “la complessità spaziale a favore della chiarezza assiale”. Un esagono formato da strade e blocchi che si propagano in modo radiale dallo spazio agricolo aperto diventa il nucleo della città, il luogo di ritrovo dei cittadini e di rappresentanza delle autorità. Insieme alla piazza pubblica centrale – equivalente di un’agorà moderna – le piazze residenziali minori e le ampie strade radiali principali hanno facilitato enormemente l’interazione umana, piuttosto che l’isolamento.
Grammichele, inoltre, non ha muri disegnati o eretti successivamente al suo perimetro. In sostanza, sono assenti le fortificazioni militari. Rispetto alla città ideale murata, la cui pianificazione poligonale teorica era associata a difese militari, Grammichele si distingue semmai per l’attenzione rivolta alle esigenze civiche, comunitarie e private della sua popolazione. Del resto, la Sicilia alla fine del 17° secolo era un paese pacifico, non come altre parti d’Europa, e la piccola e remota Grammichele aveva preoccupazioni più immediate.
Notevole poi è la previsione di sviluppo e di espansione che ne ha guidato il concepimento: il piano è stato dimensionato per una comunità più grande e quindi necessitevole di notevole densità interna, per evitare una dispersione incontrollata degli insediamenti.
Quella che l’ha preceduta, Occhiolà, ospitava poco meno di 3.000 persone, una quantità modesta. In considerazione del numero di morti, a Grammichele sarebbero state necessarie abitazioni per i 1.500 sopravvissuti, più altrettante per una prevedibile crescita futura. Ma, osservando attentamente il disegno del piano, si evince che era in grado di ospitarne 9.000 senza dilatarne il perimetro.
La regolamentazione dell’involucro edilizio è stata inoltre una preoccupazione apprezzabile. L’architettura residenziale a due piani ha avuto un impatto inaspettato sull’estetica della città. Le strutture basse, oltre a essere più sicure in caso di sisma, hanno conferito importanza ai pochi edifici pubblici permettendo loro di distinguersi ed essere visti da lontano.
In questo modo si è posta in essere una gerarchia di usi chiaramente definita e percepibile, in cui le attività pubbliche risiedono nel cuore della città, e rendono i movimenti in città chiari e comprensibili.
Se si può dare una definizione sintetica di Grammichele, è che si tratta di una delle più sorprendenti città nuove del ‘700, un esperimento assolutamente innovativo di ricostruzione urbanistica e insieme sociale.
Chi meglio conosce la storia della città esprime un ulteriore rammarico.
Nel piano del principe il borgo nobiliare è posto a capo della composizione. E il previsto palazzo principesco del Butera, in asse, ne avrebbe sottolineato il suo ruolo formale. I restanti distretti, trattati in modo identico, erano definiti semplicemente residenziali. L’eleganza di questo piano simmetrico nasceva perciò da una gerarchia di usi chiaramente definita, in cui le attività pubbliche dovevano risiedere nel cuore della città. Ma il principe di Butera morì due anni dopo il terremoto e queste, insieme al palazzo, non furono mai costruite. Se invece fosse stato realizzato e se il principe fosse venuto a risiedere in questa città, anche temporaneamente, Grammichele si sarebbe probabilmente sviluppata – si dice – diversamente e meglio.
Ma gli anni della costruzione di Grammichele erano anche quelli in cui si assistette a un grande riposizionamento della nobiltà siciliana. Per almeno tutto il Seicento, in molti casi, era il feudo al centro del potere e della vita dei baroni, il luogo dove concentrare il programma architettonicamente più impegnativo e dove condurre una buona parte della propria esistenza, soddisfatti di essere piccoli monarchi di piccoli stati contadini. Lo fa osservare Stefano Piazza, autore di una ampia ricerca sulle dimore della nobiltà siciliana cui si rimanda.
Insomma, è a partire dalla prima metà del Seicento che il gruppo di élite del baronaggio parlamentare intraprese nei propri feudi, e non nelle città, i programmi costruttivi più “moderni” e di maggior respiro.
Quest’ultimo aspetto può essere messo in relazione alla crescente consapevolezza di essere comunque marginali, in una lontana provincia di un regno straniero. Al di là di una consolidata alleanza tra monarchia spagnola e aristocrazia locale, il Seicento è stato in realtà un secolo in cui si avvertono i segni di un malessere diffuso, che portò a sfiducia e disinteresse per l’impegno politico da parte della classe dirigente siciliana.
Sul finire del secolo, però, la generalizzata convinzione di assistere a radicali rivolgimenti dovette suggerire la decisione della nobiltà di stabilirsi in città, postazione privilegiata da cui guardare o partecipare ai cambiamenti.
Il grandioso progetto del palazzo-reggia a Grammichele di Carlo Maria Carafa, principe di Butera, primo titolato del regno, residente stabilmente nella vicina Mazarino, perciò, non si sarebbe mai realizzato (come infatti avvenne anche con i suoi eredi) neppure se la morte non lo avesse colto mentre era in corso la realizzazione della sua città-modello.
Letture
- ⁃Regione Sicilia. Note storiche, Alcuni dei terremoti più distruttivi nell’ultimo millennio, INGV, 1992
- ⁃Stefano Piazza, Tra città e feudo: dinamiche abitative della nobiltà terriera siciliana nel XVII e XVIII secolo, in Dimore feudali in Sicilia tra seicento e settecento, Edizioni Caracol, Palermo 2005
- ⁃W. Mutin, Urban heritage of Grammichele and lessons for modern cities, International Journal of Design & Nature and Ecodynamics. Vol. 8, 2013
- ⁃Claudio D’Angelo, La Storia dei Siculi fin dalle loro origini, Editore EBS Print, Lesmo 2018
- ⁃Silvio Sannino, Carlo Maria Carafa principe della Roccella, Storie di Napoli, 22 gennaio 2022
- ⁃Giuseppe Palermo, La storia della fondazione di Grammichele, Grammichele.eu, 18 aprile 2022
- ⁃Giuseppe Palermo, Grammichele: la città perfetta, autopubblicato, 2023
Photo by Lello Fargione on Flickr

