PARTE PRIMA

Una terra splendida, ricchissima di storia e di cultura, culla delle successive civiltà italiane, la Sicilia. Eppure tremendamente fragile, vittima della sua sismicità che l’ha periodicamente devastata, nel corso dei tempo. Nel solo secondo millennio d.C. si contano almeno sei terremoti devastanti, localizzati soprattutto nel territorio orientale: nel 1169, nel 1542, nel 1693 (il più vasto e disastroso), nel 1908 (a Messina e Reggio Calabria, che causò il maggior numero di vittime), e poi ancora nel 1911 e nel 1968 (il più recente, nella valle del Belice)).

Il terremoto del gennaio 1693, in particolare, colpì in due riprese, a distanza di due giorni, un territorio vastissimo: oltre 14.000 kmq., considerando solo l’area dei danni maggiori, che va dalla Calabria meridionale a Palermo e all’arcipelago maltese. Tutte le città più importanti della Sicilia sud orientale furono sconvolte. Catania fu quasi interamente distrutta, così come Acireale e tutti i piccoli insediamenti sparsi sul versante orientale dell’Etna.

La prima scossa avvenne il 9 gennaio e ne patirono gli effetti soprattutto Augusta, dove crollarono poco meno della metà delle abitazioni e si ebbero 200 morti; Avola, con due quartieri quasi interamente distrutti e Noto, che vide crollare molti edifici e ci furono oltre 200 vittime.

La seconda scossa avvenne l’11 gennaio e fu il più forte evento sismico (magnitudo stimata 7.7) dell’intera area mediterranea. Gli effetti furono catastrofici anche perché si sovrapposero in parte a quelli della scossa precedente.

“… Sembra accertato che fu interessata anche l’estrema parte occidentale della Sicilia (Trapani, Mazara del Vallo, Marsala) e fu avvertita sensibilmente fino alla Calabria settentrionale e sulla costa tunisina, dunque in un’area vastissima … per gravità degli effetti provocati è stato indubbiamente tra i terremoti maggiormente distruttivi. La grande scossa dell’11 gennaio ebbe un forte impatto anche sull’ambiente naturale, producendo effetti d’intensità e dimensioni notevoli su un’area molto vasta. In molte località della Sicilia orientale, sparse tra Messina e l’area iblea, si aprirono fenditure nel terreno dalle quali, in molti casi, furono segnalate fuoriuscite di gas o di acque calde e altri materiali fluidi. Nel territorio ibleo, dove si ebbero i massimi effetti, ci furono frane e smottamenti, che in alcuni casi sbarrarono e ostruirono corsi d’acqua portando alla formazione di nuovi invasi. Tutto il periodo sismico fu, inoltre, accompagnato da un’intensa attività dell’Etna …”. (Claudio d’Angelo)

Altri effetti rilevanti furono quelli di maremoto. La scossa dell’11 gennaio generò ondate di tsunami che danneggiarono le galere dei Cavalieri di Malta ancorate in rada e inondarono la parte della città prospiciente il porto. A Catania il mare dapprima si ritirò dalla spiaggia per alcune decine di metri, trascinando le barche ancorate presso la riva, poi a più riprese si riversò violentemente sulla costa con onde alte oltre 2 metri che entrarono in città.

Il terremoto distrusse molte città dell’isola, tra cui Ragusa, Siracusa, Catania, Caltagirone, Modica e l’intera Val di Noto, modificando tutto il paesaggio della Sicilia orientale. Dall’Etna uscirono strisce di fuoco e una parte della cima della montagna precipitò. In molte località, torrenti e fiumi scomparvero o cambiarono il proprio corso. Molte sorgenti si asciugarono mentre altre divennero ricche di acqua. Molte montagne franarono. Circa il 18% della popolazione censita dell’intera isola perì poiché si ebbero almeno 60.000 morti.

La distruzione fu tanto estesa che per ridare una casa ai sopravvissuti si resero necessari cambiamenti di sito, che richiedevano però l’assenso della popolazione e ii parere favorevole del viceré: fra gli insediamenti ricostruiti in un luogo completamente diverso da quello antico, ci furono Noto, Avola, Occhiolà (l’attuale Grammichele), Giarratana, Sortino, Biscari (Acate), Monterosso, Fenicia Moncata (Belpasso).

Gli effetti disastrosi che si cumularono nella distruzione del paese ebbero diverse cause.

La strage di persone dipese dal fatto che, alle prime avvisaglie del sisma tutta la popolazione, in preda al panico, si precipitò dentro le chiese, nella convinzione che occorresse pregare e implorare il Signore. Proprio le chiese finirono invece per imprigionarle. Occhiolà, poi, sorgeva su colline dai fianchi ripidi e franosi, di natura sabbiosa e argillosa, in bilico tra creste e valloni che impedivano la fuga. Infine, l’abitato era cresciuto nel corso dei secoli addossato sui poggi, su cui correvano viuzze strette e cieche e sorgevano povere case costruite con materiale scadente.

La violenza del sisma fece il resto.

Gli abitanti di Occhiolà, abbandonati a sé stessi e ancora perseguitati dalle numerose scosse di assestamento, abbandonarono il territorio devastato divisi in due gruppi: uno, costituito da alcuni proprietari terrieri, trovò alloggio in alcune tenute vicino l’Eremitorio della Madonna del Piano; un altro gruppo, più numeroso, guidato dal parroco Don Francesco Micciardo si diresse verso i terreni di Contrada Giandritto.

La mancanza dei beni di prima necessità indusse i superstiti a chiedere aiuto a don Carlo Maria Carafa, principe di Butera e di Roccella, barone di Occhiolà, che aveva palazzo a Mazzarino. Questi, appresa la dolorosa notizia, fece portare i primi soccorsi alla popolazione terremotata e, successivamente, inviò sul posto un gentiluomo di palazzo, don Giovanni Di Silvestro, con incarico specifico di ricondurre i propri vassalli nel suo feudo chiamato “Gran Miceli”.

Occhiolà – l’antica città sicula di Echetla, risalente al 600 a.C. – situata sui crinali della collina di Terravecchia dove ancora oggi si trovano i resti del castello medioevale, era completamente rasa a suolo e non restava in piedi alcuna costruzione. Aveva allora una popolazione di 2.910 abitanti, di cui 1.516 trovarono la morte tra le rovine del catastrofico sisma. Nel freddo intenso di quel giorno, che aveva visto scomparire intere città dalla faccia della terra, ebbe però inizio una storia nuova per l’intera Val di Noto, che risorse dalle rovine di una incredibile devastazione apocalittica.

La devastazione di Occhiolà fu riconosciuta di tale gravità che la conservazione e la ricostruzione non furono prese in considerazione. La nuova posizione più sicura venne scelta comunque nelle vicinanze della città originale, circa 2 km. a valle dalla collina di Terravecchia dove erano rimaste solo macerie, su un terreno che la topografia consentiva di utilizzare.  Era una zona molto spaziosa, su un altopiano chiamato “Lu Chianu di li Purrazza” dal terreno molto stabile, con un clima mite e con una grande ricchezza di acque potabile.

E qui, dopo la distruzione, i 1.394 scampati dal terremoto accettarono di essere ricollocati nel territorio di dominio del Principe di Butera, don Carlo Maria Carafa, che offrì ai disastrati assistenza e risorse economiche.

Il Principe giunse il 10 aprile nella baraccopoli, dove gli sfollati lo attendevano speranzosi, portando con sé da Mazzarino le maestranze, e soprattutto il frate architetto Michele da Ferla. Si fece allestire un sontuoso padiglione barocco da cui intese dirigere il cantiere della fondazione, mentre attorno a tanto fasto, che destò la meraviglia (ma forse la riprovazione) di chi ne venne a conoscenza, stavano accampati in modesti ricoveri di paglia i superstiti, lungamente provati dagli stenti e dal dolore subìti per la perdita delle case e dei familiari scomparsi sotto le macerie.

Gli Occhiolesi si erano affidati alla guida dell’arciprete don Francesco Micciardo, che, in quanto parroco della chiesa Matrice di San Nicola in Occhiolà, godeva della piena fiducia del nobile Principe, il quale di fatto si serviva del religioso come di suo agente e procuratore, a tal punto che gli affidò la gestione delle risorse da investire a lungo termine nella costruzione della città, una volta che lo stesso Carafa fosse tornato nella sua consueta corte di Mazzarino.

Ma chi erano i due protagonisti della ricostruzione di Occhiolà, che in onore del Principe venne rinominata Grammichele?

Il principe Carlo Maria Carafa (Castelvetere 1651, Mazarino 1695), appartenente a uno dei casati più importanti del patriziato napoletano, costituisce una figura esemplare del tempo per i numerosi suoi interessi culturali, la sua mentalità, le sue azioni politiche, “imbevuto di una cultura che potrebbe esser definita per alcuni tratti ancora rinascimentale” (Silvio Sannino).

Tanti sono stati tali interessi da risultare perfino contraddittori, vagando da concezioni politico-religiose tipicamente controriformiste a passioni naturalistico-scientifiche molto all’avanguardia per la sua epoca.

In particolare nelle sue opere etico-politiche espresse la visione di un buongoverno di stampo aristocratico, gestito dall’alto e fortemente gerarchizzato e anche in campo giuridico la sua opera in tal senso riflette, sotto molti punti di vista, questo pensiero.

Di particolare interesse sono inoltre quegli scritti, con cui stabilisce una connessione tra l’ordine civile e quello matematico: una società la cui comunità urbana è costruita e sviluppata secondo dettami scientifici e matematici erediterebbe l’ordine e la perfezione di tali concetti, facendoli propri. Si rinnova qui l’aspirazione a una regolatezza e compostezza nella compagine sociale che venne sempre ricercata dal Carafa.

Questa visione etico-urbanistica trovò modo di divenire realtà negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del testo che la esemplificava. Il devastante terremoto del 1693 che rase al suolo gran parte della Sicilia orientale fu occasione per praticare una innovazione nella progettazione a scala urbana alla quale proprio il Principe diede il suo apprezzatissimo contributo.

Quando si dedicò all’elaborazione piano del nuovo insediamento, si avvalse della collaborazione tecnica di Michele da Ferla, chiamato dal principe il 10 aprile, il quale iniziò subito a progettare le strade e gli isolati su disegno eseguito dal principe stesso. Insieme idearono una pianta esagonale rifacendosi ai modelli rinascimentali della Città ideale, caratterizzati da lay-out poligonali ordinati.

Michele Da Ferla era un frate dei Minori dell’Osservanza di San Francesco, descritto “alto e magro, silenzioso e assorto nella preghiera … il suo tempo trascorreva tutto nella Bibbia e nella geometria”. Era un architetto molto colto, già attivo a Sciacca e in diversi altri centri della Sicilia orientale. “… era sempre pronto a confortare tutti come un padre. Nel suo pagliaio teneva sempre il rosario e il compasso …”. Venuto per guidare i lavori di fondazione della nuova città, fu lui stesso a iniziare i lavori tracciando sul terreno la pianta della città.

Dal rapporto tra questi due uomini di grande cultura, che si ispiravano ai grandi modelli urbanistici del Cinquecento, senza mai dimenticare lo spirito della Controriforma, nacque il progetto della nuova città.

La pensarono e disegnarono con la pianta perfettamente poligonale, che Fra’ da Ferla scolpì su una lavagna di ardesia, che venne pubblicamente esposta affinché tutti potessero prenderne visione.

La pianta era imperniata su una vasta piazza centrale esagonale da cui partivano sei larghe strade radiali che conducevano fino ai limiti cittadini, intersecanti altrettanti isolati rettangolari, chiamati borghi, posti alla periferia della città. La circondavano 5 arterie anulari poste a distanza progressivamente crescente dal centro. E le 6 arterie radiali, perpendicolari alle prime, si immettevano in altrettante piazze rettangolari ad angoli chiusi con accesso al centro dei lati. Queste piazze, a loro volta, generavano altrettanti quartieri rettangolari periferici con una rete viaria ortogonale, disposta tutt’intorno alla zona centrale esagonale.

La piazza principale di Grammichele (di oltre 8 mila metri quadrati, la più grande di questo tipo in Europa), era concepita come luogo di concentrazione all’aperto della popolazione in caso di raduni, manifestazioni ma anche di sfollamento. Le altre piazze più piccole potevano essere utilizzate come ulteriori punti di raccolta in caso di emergenza.

I sei assi viari principali, intersecandosi con le altre strade secondarie, generavano un reticolato urbano ordinato con ampie vie e ampi spazi, che avevano il pregio, già alla fine del secolo XVII, di tenere conto di esigenze antisismiche e di porsi come luoghi accessibili d’emergenza nel caso di nuovi terremoti. Nei fatti la pianta di Grammichele racchiude e compendia in sé le esigenze degli abitanti di vivere e muoversi in un ambito urbano dilatato, semplice e funzionale, per porre rimedio ai difetti all’insediamento devastato l’11 gennaio 1693.

Il piano aderiva in linea di principio alle teorie rinascimentali della Città Ideale, caratterizzate da layout poligonali ordinati. Grammichele, tuttavia, era concettualmente inedito, sviluppando tali principi in soluzioni innovative ma realistiche. La nuova città aderì alle esigenze funzionali di una economia agraria e di una popolazione contadina, ed era perciò semplice nell’aspetto. L’estensione e la forma della piazza, come pure la sua pianta anch’essa esagonale, l’ordinata trama viaria, le dimensioni prefissate dei fabbricati, resero questo nuovo centro abitato tra i più originali, se non unico del genere, in Italia.

Photo by Andry Mix on Flickr