Il 24 novembre si è spento a Milano Emilio Battisti, architetto, pittore, docente, intellettuale. È stato professore di ruolo al Politecnico di Milano, ma per un breve periodo ha insegnato anche al Politecnico di Torino, e l’appassionato impegno che ha dedicato per molti anni all’insegnamento del progetto, si è poi tradotto in un risoluto e intransigente impegno civile, che lo ha portato a diventare un instancabile animatore del dibattito architettonico (e non solo) a Milano. 

Il suo studio è diventato un frequentato spazio di incontro per discussioni, presentazioni di libri, mostre d’arte, concerti dove, pur gravitando intorno ai temi della città e dell’architettura, non rinunciava ad accogliere iniziative legate alle incalzanti emergenze della contemporaneità e a rendere tributo ai personaggi che ne hanno offerto la più viva testimonianza. Non solo per produrre cultura critica, scandagliando la città e il pianeta alla ricerca dei nodi del loro divenire,  ma per mobilitare e per metterci la faccia.

Da quell’osservatorio ha aperto la riflessione su uno sterminato repertorio di temi, dallo Stadio di San Siro all’Expo, dai navigli alle periferie, dalla Triennale ai piani urbanistici, alla pandemia, alle diseguaglianze, alla transizione ecologica, alle iniziative umanitarie e agli appelli per la pace. Da polemista intransigente qual era, Emilio Battisti non ha concesso sconti a nessuno, né alle archistar più celebrate, né agli autorevoli rappresentanti delle istituzioni, e neppure ai protagonisti delle sue vicende familiari, fino a dedicare un breve e asciutto memoir allo zio paterno, suo omonimo, ex generale, medaglia d’argento al valor militare, veterano di mille guerre, fervente fascista prima ed esponente del MSI poi.

Come lui, la sua architettura era rigida e spigolosa, apparentemente alla ricerca di una compiutezza riconducibile ad un ordine immanente; ma, a ripensarci ora, quella architettura – che nasceva principalmente dall’urgenza di misurarsi nei concorsi di progettazione – non era concepita per affermare una dottrina, ma per aprirsi ogni volta al confronto intellettuale. E, a differenza dei più ostinati difensori della autonomia disciplinare, Battisti non esitava a innestare su quella apparente compiutezza i portati tecnici e linguistici delle nuove parole d’ordine della contemporaneità. Ambiente e sostenibilità diventano così questioni attinenti alla concezione stessa del progetto, alla origine della definizione di forma, funzione, tecnica, in diretta continuità con il principio della responsabilità politica e sociale degli architetti e nella piena consapevolezza dei  gravi conflitti che l’abbandono dei paradigmi del nostro tempo potrà generare, a partire dalla indisponibilità dei privilegiati a rinunciare ai propri privilegi.

Tra le molte iniziative da lui condotte, una in particolare ci pare rappresentare al meglio il vasto intreccio di legami politici, sociali culturali, anche di rapporti umani e di appartenenza, che rappresentava per Emilio Battisti la ragione del suo impegno: il ciclo di incontri su “Milano Nuove Architetture a confronto. Opere realizzate negli ultimi vent’anni da alcuni dei più grandi protagonisti dell’architettura milanese.”

Se non si fosse conosciuta la spigolosa austerità di Emilio, qualche osservatore frettoloso lo avrebbe potuto interpretare come uno specchio tra il compiaciuto e l’intrigante, rivolto ad alcune delle architetture più Cool realizzate negli ultimi anni in una Milano che cresce impetuosamente e impone il proprio Lifestyle.  Si è trattato invece di un approccio originale, lontano dagli schemi accademici che, più che la dimensione del contesto urbano, per accostare architetture e architetti privilegiano la dimensione della storia, delle stagioni e delle correnti culturali. Un approccio dettato da una grande, appassionata curiosità nei confronti dei meccanismi profondi dell’architettura, nella urgenza di capire come, di volta in volta, le diverse opere hanno dato forma allo spazio, all’interno e all’esterno del proprio involucro, calandosi nelle stratificazioni del tessuto urbano, confrontandosi con gli altri edifici al contorno, trasferendo nella concretezza di un involucro fisico i concetti enunciati nel proprio programma funzionale, tecnico, economico, espressivo e simbolico. Come le nuove architetture si confrontino e a volte si scontrino con una matrice identitaria che la città incorpora nella sedimentazione dei propri tessuti e come invece questi nuovi tasselli contribuiscano a rigenerare una identità in continuo divenire.

Emilio Battisti era amico di IN/Arch Piemonte, oltre che amico personale di molti di noi. Con lui abbiamo tenuto aperto un continuo canale di comunicazione, di confronto, di collaborazione e i molti suoi testi comparsi sulla nostra newsletter restano a testimoniare il valore del suo contributo.