(parte seconda)

PARTE PRIMA QUI

Il complesso disegnato da Chappis, chiamato Grand Gorraz, comprendeva oltre 700 appartamenti, insieme a negozi, ristoranti e molto altro ancora e venne perciò definito (e pubblicizzato) come “un’intera città della neve racchiusa in un solo imponente edificio”, in grado di ospitare più di 1.500 persone, ma integrato nel paesaggio circostante.

In effetti, osservandolo dal basso non sembra essere un complesso abitativo “invasivo” che potrebbe andare a deturpare l’immagine naturale dell’ambiente in cui sorge.  E anche da valle non si ha percezione alcuna del condominio Grand Gorraz, se non arrivati in cima agli impianti sciistici di Pila. Con un chiaro riferimento all’architettura organica, poi, il rivestimento delle facciate è costituito da scandole di legno, tipiche delle costruzioni montane. Un altro accorgimento per consentire al complesso di mimetizzarsi, rapportandosi in modo coerente al contesto.

Laurent Chappis, considerato il padre delle stazioni sciistiche moderne, fece in tal modo di Pila una delle prime realizzazioni in Italia dell’idea francese di stazione sciistica integrata. Anche per questo l’insediamento è considerato un simbolo nella storia del boom economico e del benessere diffuso in Italia.

Osserva però Caterina Franco, una studiosa che ha dedicato molte sue ricerche alla storia di Pila (e che è stata la fonte privilegiata di questo scritto), che la sua costruzione, iniziata a metà degli anni ’70, fu presto segnata da numerose difficoltà finanziarie, dovute anche a un contesto economico declinante. 

La società di sviluppo si sfalda e la gestione degli impianti di risalita viene scorporata dal settore immobiliare. Nei decenni successivi la vendita di parte del terreno, effettuata per raccogliere nuovi capitali, consente a promotori diversi di realizzare nuove e dissonanti costruzioni, in deroga al piano regolatore originario, seppur con l’approvazione delle autorità comunali. 

Il risultato fu un aumento incontrollato dei volumi costruiti, che alterò profondamente la corretta proporzione tra posti letto disponibili e servizi offerti. La deregolamentazione e la moltiplicazione dei promotori alterarono il percorso dei progetti intrapresi negli anni 1965-1975 impedendo, a partire da Pila, la completa realizzazione dei “resort di quarta generazione” come erano stati immaginati da Chappis, in tutte Alpi italiane.

Del resto, lo stesso architetto, molto attento a selezionare gli elementi naturali del paesaggio cui ispirarsi (il sole, la neve, il pendio, la vegetazione, i venti), ne trascurò altri, altrettanto necessari per il funzionamento dei nuovi insediamenti. Non tenne conto, per esempio, della capacità del sito di assicurare le risorse idriche, avendo determinato il numero di posti letto soltanto sulla base della dimensione del comprensorio sciistico. In più, la stazione in espansione entrò in conflitto con le attività industriali o agricole, che si rifornivano nello stesso bacino idrografico, o comunque ne beneficiavano a quote inferiori.

In tutti i casi, è un suo grande merito aver immaginato il paesaggio costruito come il riflesso di una montagna “umanista”, secondo la definizione dello stesso Chappis. Fu una posizione coraggiosa, in tempi in cui si considerava anche l’alta montagna come uno spazio fortemente antropizzabile, dove la vocazione turistica restava un obiettivo imprescindibile. 

Si può affermare, quindi, che l’attuale struttura di Pila è il risultato delle diverse visioni e progetti che si sono susseguiti nel corso del Novecento: dal “nevaio” per la città di Aosta (1920-1950) alla “località integrata di soggiorno” (1960-1980). Ma gli anni 1980-1990 porteranno alla cosiddetta “dis-integrazione” del suo grande disegno originario, conseguenza dell’incuria delle amministrazioni e della voracità delle società di sviluppo. Tappe che hanno provocato alterazioni offensive nella scala dei rapporti tra località e territorio, a partire dal superamento della capacità del sistema infrastrutturale (C. Franco, 2018).

Ma perché l’architetto ed urbanista francese Laurent Chappis (1915-2013) è considerato il padre delle stazioni da sci di nuova generazione nell’Europa postbellica? Perché, montanaro ed esperto sciatore, ha partecipato, dal 1945, alla definizione di molti dei più innovativi progetti per la creazione di stazioni sciistiche in Francia, Italia e Svizzera, a partire da «Courchevel 1850», comprensorio sciistico situato nelle Alpi francesi. E poi Meribel, Mottaret, Tignes, La Rosière, Le Revard, Flaine, La Foux d’Allos, Chamrousse Roche-Beranger. 

Fu la sua fama di autorità internazionale a spingere ad affidargli il progetto definitivo di Pila e successivamente, sempre in Italia, di Sansicario, in Piemonte, oltre alle numerose iniziative di ammodernamento di stazioni sciistiche nelle Alpi italiane (Bielmonte, Campitello, Sestrieres, Sampeyre). Anche se, al di qua delle Alpi, gran parte di questi progetti restarono sulla carta o subirono modifiche sostanziali da parte di sconsiderati progettisti locali.

Del resto, le sue posizioni intransigenti sullo sviluppo montano e i conflitti con tecnici e promotori, che spesso lo indussero all’abbandono delle committenze, caratterizzarono la maggior parte delle operazioni in cui Chappis fu coinvolto che nelle Alpi francesi. Non per nulla è stato definito «anarchitetto», perché nei suoi progetti ha posto il rispetto del paesaggio e il contatto con la natura prima della redditività economica. Verso la metà degli anni Sessanta Chappis si scontrò anche con i principi del CIAM, quando tentò di sperimentare modelli alternativi.

È nei massicci alpini che dominano Grenoble, ove compì i suoi studi di architettura negli anni trenta, che scoprì il fascino della montagna e la frequentò in tutte le stagioni, a tutte le altitudini, con o senza la neve.

Nel 1952 fondò con due colleghi l’Atelier Berthe-Chappis-Jomain, che per venticinque anni opererà anche in altri settori: ZUP e lottizzazioni, programmi di edilizia sociale, edifici, ville, attrezzature ed edifici religiosi. 

Ma nel corso della sua vita professionale Chappis non smise mai di elaborare e aggiornare la sua visione “umanista” della montagna, seguendo il suo particolare approccio progettuale sia all’urbanistica che all’architettura. Le sue note e le relazioni, prodotte quasi quotidianamente, costituiscono una fonte primaria per chiarire gli ordini che impartiva alle maestranze e le raccomandazioni dirette ai promotori. Nei progetti e nelle realizzazioni, guardava sempre al modo migliore di integrare uno sviluppo compatibile con l’infrastrutturazione della montagna.  

Secondo lui, l’architetto deve procedere soprattutto attraverso una serie di “ricognizioni”, condotte camminando, in estate, e sciando, in inverno (C. Franco, 2021). E lavorare “da solo”, in modo che il suo giudizio non sia influenzato da altre valutazioni. Si tratta di un impegno gravoso, sul campo, che fa conto sulle percezioni sensibili, più che sullo studio delle mappe. Tant’è vero che si oppose, nel corso di tutta la sua carriera, ai voli in elicottero o in aereo come mezzo di analisi dei siti in alta quota.

Dagli archivi emergono i suoi rapporti su campagne di ricognizione durate a lungo, effettuate prima o parallelamente alla stesura dei masterplan: trascorse 6 mesi di studi a tempo pieno nelle Trois-Vallées (1945-1946), i suoi rilievi nel massiccio di Chamrousse (1958-1959) lo occuparono per 12 mesi, e ci mise un anno e mezzo per elaborare il primo piano di sviluppo di Pila (1963-1964).

La montagna è considerata per l’uomo, tanto come spazio di emozioni, quanto luogo adatto per ricaricare le proprie energie o per ritrovare pace e libertà. Colloca le sue preoccupazioni nella prospettiva dello sviluppo sia di un territorio abitato che di un vasto territorio naturale destinato ad essere esplorato. Per Laurent Chappis la montagna è un territorio in cui vivere” (Fonds de l’architecte Laurent Chapppis). 

Dalla fine degli anni Sessanta, comunque, le politiche di sviluppo montano e il modello di stazione integrata furono sempre più messi in discussione e fatti oggetto di critiche, per il degrado del paesaggio alpino causato dalla spropositata antropizzazione indotta dal turismo e per gli squilibri sociali ed economici indotti su scala locale. In Francia, per prima, si iniziò a considerare la montagna non più come “territorio vergine” da conquistare, ma piuttosto come uno “spazio sensibile” i cui valori sociali, storici e paesaggistici avrebbero dovuto di lì in avanti essere salvaguardati.

Laurent Chappis si fece perciò portatore di un nuovo paradigma per la realizzazione di “stazioni di quarta generazione”. 

Non più finalizzate esclusivamente alla pratica dello sci, ma adattate per la frequentazione sia invernale che estiva, sportiva o contemplativa, e integrate in un piano di sviluppo che accogliesse e affiancasse diverse attività ricreative e sportive: sci di fondo, giardini botanici, piste da discesa sci, palestre per l’escursionismo.

Questa visione dello sviluppo montano si basa sul riconoscimento della complessità umana e territoriale e della diversità delle persone e dei luoghi, contrapponendosi al modello di sviluppo monofunzionale fino ad allora preferito. 

Definendo, con questo approccio di sviluppo, le “località di quarta generazione”, Laurent Chappis propose anche una classificazione personale che riassume le trasformazioni della montagna sotto l’effetto dello sviluppo turistico invernale e che ci è rimasta come eredità intellettuale. 

La “quarta generazione” – secondo lui – avrebbe preso il posto delle tre “generazioni” precedenti di stazioni di sport invernali. La prima generazione è caratterizzata dalla lenta transizione di un villaggio di montagna da un’economia rurale, pastorale e forestale a un’economia turistica; la seconda generazione è la realizzazione, su un sito vergine, di un complesso destinato esclusivamente al turismo invernale, in cui i vari promotori si accaparrano i terreni necessari, ne fanno progettare gli insediamenti, li attrezzano per il comprensorio sciistico, e ne effettuano la manutenzione di base; la terza generazione è il culmine della formula precedente, il promotore iniziale costruisce l’intera stazione – “integrata” perché riunisce in una sola mano tutti i fattori operativi della stazione – e la gestisce. 

Infine, il progetto della stazione di quarta generazione non si limita né a un piano di sviluppo urbano né alla realizzazione di programmi edificatori in situ. Si basa invece su un progetto globale di un’area più vasta, per valorizzare tutte le potenzialità di una catena montuosa disponibile alle diverse scale del territorio. 

Ora è indubbio, però, che all’orizzonte si profila la fine dello sci di massa, causa la debolezza del suo modello economico, sociale e culturale.

Al momento, le grandi strutture possono ancora rivolgersi ai mercati internazionali più ricchi ed emergenti. Ma lo sci alpino sta diventando un divertimento elitario soprattutto per i costi, sempre più alti. Allo stesso tempo, la cultura turistica delle nuove generazioni è cambiata: per loro non esiste più la sola pratica dello sci. E poi bisogna tenere conto che, a causa della crisi climatica, si riducono sempre di più i periodi in cui si può sciare.

Certo, l’industria dello sci ha assicurato per decenni la vitalità di molte realtà montane, ha generato benessere e permesso a molti luoghi di infrastrutturarsi. Oggi però, e a maggior ragione domani, non sarà più possibile riprodurre il tipo di economia che ha generato, un modello che permetteva a tanti di arricchirsi, anche grazie alle crescenti sovvenzioni pubbliche erogate per sopperire alla mancanza di neve. Ma che ha anche portato ad aggredire il territorio con un’urbanizzazione sconsiderata, cui neppure Pila a saputo sottrarsi, nonostante Chappis.

Oggi il cambiamento delle condizioni ambientali ha tempi velocissimi: le nevicate, se ci sono, sono ormai eccezionali. E considerando la chiusura estiva degli impianti di risalita sui ghiacciai nella stagione estiva, bisogna prendere atto del probabile dissolversi dell’intero indotto dello sci alpino.

Il climatologo Luca Mercalli afferma che alle stazioni sciistiche ad alta quota rimangono circa 40 anni di vita. Ma forse tra quaranta anni non ci sarà più neppure la neve sui monti, altro che evoluzione concettuale. Forse occorre pensare subito a modelli diversi di sviluppo, posto che ce ne siano ancora.

Letture

  • Come era Pila ieri, storia della stazione di sci https://www.theflintstones.it/montagna/pilaonline/pilacomera.htm
  • Pila: un balcone sulla Vallée, a cura dell’Ufficio stampa Pila Spa, Environnement ambiente e territorio in Valle d’Aosta n. 49, 2010
  • Itinéraire professionnel de Laurent Chappis architecte et urbaniste de la montagne (1946-2013), Répertoire numérique détaillé du fonds 30J, Assemblée des pays de Savoie, Archives départementales de la Savoie 2013
  • ⁃Laurent Chappis (1915-2013), architecte en montagne, Le Monde, Publié le 16 janvier 2014 
  • ⁃Addio al francese Chappis, «urbanista della neve» autore di Pila e Sansicario, Il Sole 24Ore Edilizia e Territorio, 6 gennaio 2014
  • Fonds de l’architecte Laurent Chapppis, Conseil général de la Savoie, Archives départementales, Chambéry 24 aprile 2014
  • ⁃Caterina Franco, Catherine Maumi, La costruzione di un territorio nelle Alpi. Infrastrutture per il turismo di massa, Casa editrice Firenze University Press, 2016
  • ⁃Claudio Bermond, La conquista delle nevi. Un secolo di sviluppo delle stazioni sciistiche delle Alpi occidentali, EyesReg, vol. 8, n. 1, gennaio 2018
  • ⁃Caterina Franco, Structures territoriales en évolution. Une lecture comparée des systèmes de connexion haut-bas pour les stations touristiques de Pila et Chamrousse, ENSAG, Université Grenoble Alpes (Laboratoire MHAevt), Politecnico di Milano (Departement ABC), Italie, in F. Cholat, L. Gwiazdzinski, C. Tritz, J. Tuppen, Tourisme(s) et adaptation(s), Elya Éditions, décembre 2018
  • ⁃Caterina Franco, Dans le lieu et dans le temp: pour une histoire environnementale des infrastructures touristiques des Alpes franco-italiennes (1945-1975). Art et histoire de l’art. Université Grenoble Alpes, Politecnico di Milano, 2019
  • ⁃Caterina Franco, The history of tourism in the mountains and the construction of new knowledge: a study of the architecture of winter sports resorts in the french-italian Alps, Journal of Alpine Research n. 109-41, 2021 
  • ⁃Caterina Franco, La produzione di un paesaggio attraverso e per lo sci, Progetti Paesaggio [Online] n. 25, 2021 
  • ⁃Legambiente, Sci a rischio estinzione, ecco i dati, comunicato stampa, 17 marzo 2021
  • ⁃Redazione CAI, La fine dello sci di massa, Lo scarpone, 7 dicembre 2022
  • ⁃Protect Our Winters Italia, Come sono evolute nel tempo le località sciistiche alpine? Un viaggio alla scoperta della loro storia, tra passato, presente e futuro, L’altra montagna, 16 marzo 2024