SECONDA PARTE

LA PRIMA PARTE qui

Buzzi è un uomo affermato, ma stretto tra l’attrazione e il fastidio per la vita mondana di cui è protagonista. Non gode però dello stesso apprezzamento presso il mondo accademico e culturale, che finisce per emarginarlo anche per quella sua bizzarra, strana, inconcepibile storia della “Scarzuola”. Ma anche per l’inadeguatezza, rispetto ai tempi, della sua visione dell’architettura, cui guardava con la testa rivolta al passato. Tutto ciò segna una sorta di conversione di Tomaso Buzzi.

Senza rifiutarla del tutto, prende le distanze dalla posizione di rilievo acquisita in seno alla borghesia milanese e romana negli anni a cavallo delle due guerre mondiali. A parere di Aldo Proietti, “Ritiene quegli ambienti pervasi da un’ipocrisia non più accettabile ed è stanco di giornate frenetiche dense di lavoro, appuntamenti ed eventi. Decide quindi di “rinascere a nuova vita”, costruendo non più per gli altri, ma per sé stesso.

Per esprimere ciò che riteneva impossibile rappresentare attraverso le essenziali e costrittive regole dell’architettura urbana, acquista in Umbria un complesso monastico in abbandono, “per dare forma alla sua città ideale, attraverso l’utilizzo delle arti decorative e della scenografia teatrale, immaginando una vera e propria allegoria dell’esistenza”. (Laura Pavan)

Si trova nel Comune di Montegabbione, sul versante di una collina rivolto verso il bosco. L’origine del sito medievale viene fatta risalire al 1218. Qui, probabilmente, Francesco d’Assisi vi avrebbe assemblato una modesta capanna utilizzando la “scarza”, una pianta palustre del luogo. La sua dimora provvisoria, poi, venne trasformata inizialmente in chiesa – edificata per volere di Nerio di Bulgaruccio della famiglia di Marsciano (1282 circa) – e, successivamente, in convento.

Tutta l’opera è stata edificata in tufo ed è estremamente suggestiva. Nell’abside della chiesa, dedicata alla Santissima Annunziata, è conservato un affresco della prima metà del XIII secolo, raffigurante San Francesco in levitazione. Si tratta di una delle prime raffigurazioni del santo, ancora fuori dai canoni dell’iconografia ufficiale.

Dalla fine del Duecento, abbandonato dai frati nel Settecento, il complesso religioso fu oggetto di alterne vicende fino a quando, nel 1956, Tomaso Buzzi lo acquistò dall’Ordine francescano.

Fin da subito affascinato dalla bellezza di quelle terre e dalla possibilità che gli si offre di dare una svolta radicale alla sua vita, dopo qualche anno, Buzzi trasferisce la sua residenza nel convento e, a partire dal giardino dei frati per poi proseguire nel retrostante versante della collina, inizia la realizzazione del progetto coltivato da lungo tempo.

In questo luogo solitario e recondito – ancor oggi difficilmente raggiungibile su una strada sterrata – distante dai clamori dei salotti mondani frequentati nelle principali città italiane ed europee, riesce a far riemergere le aspirazioni sopite nella memoria. Il suo è un vecchio sogno di gioventù: progettare ed edificare una «città ideale» che fosse in grado di dialogare con la tradizione classica e rinascimentale e che sintetizzasse, allo stesso tempo, le suggestioni provate durante il corso di una vita. (Giuseppe Muroni)

Per primo, restaura a poco a poco il convento. Ma lavora soprattutto ai progetti e alla costruzione della sua incredibile abitazione-simbolo per molti anni e alla sua morte, occorsa nel 1981, la lascia incompiuta, insieme a una grande quantità di disegni, appunti e un cantiere da portare a termine.

Nella dimora chiamata Buzziana e ribattezzata Scarzuola soggiorna negli spazi angusti dell’edificio, con le sue stanze piccole e poco illuminate, in una l’evidente commistione tra i motivi di una sobria architettura religiosa e quelli propri della casa d’artista (con i suoi oggetti preziosi, i quadri, i libri).

Dopo il restauro conventuale, nel corso di vent’anni (tra il 1958 e il 1978) trasforma la località nella sua utopica città ideale, concepita come una scenografia in continua evoluzione, come fosse una “Camera delle meraviglie” gigantesca e all’aperto, in cui raccogliere i suoi “oggetti monumentali”. Anche perché il suo atteggiamento di familiarità con il passato, di sospensione del tempo, nei progetti di ristrutturazione, lo induce ad intervenire con una certa disinvoltura nei confronti delle preesistenze.

Nella serie di costruzioni che affastella nella tenuta Buzzi trasferisce la sua fantasia, la sua bizzarria (in casa non aveva telefono, impianti elettrici e riscaldamento), le sue grandi conoscenze (non solo architettoniche), i suoi ideali. Realizza con il tufo una strana e sconcertante cittadella, in cui pone in relazione il divino e il terreno, la morte e soprattutto la rinascita attraverso una sofisticata alchimia di figure, simbolismi, riferimenti, allusioni, paradossi. (A. Proietti)

Vi incorpora le preesistenze storiche, con un progetto però che di unitario ha ben poco. Anzi, non si può neppure parlare di progetto. Seguendo il suo modo di operare, traccia poche e schematiche planimetrie d’insieme dell’impianto. Da queste e poche altre ricostruzioni è possibile individuare la moltitudine di spunti architettonici e letterari, simbolici e religiosi che hanno guidato la sua mano.

Certamente trascura, nel suo sforzo di immaginazione, qualsiasi ortodossia urbanistica e finalità pratica, come precisa Marco Nicoletti: “appare evidente anche soltanto esaminando i disegni della cittadella; progetti che rimangono allo stato embrionale di schizzi e dai quali l’edificato prende calco come per un atto di magia, senza le faticose elaborazioni di un compiuto progetto architettonico. Il processo ideativo della Buzziana si risolve quindi in una prassi di creazione scenografica teatrale, ove, in genere, tutto l’insieme è costruito senza disegni di tipo tradizionale, come piante, alzate, sezioni, ma solo mediante schizzi e istruzioni orali impartite al momento”.

Fortunatamente, ha provveduto il già citato Alfonso Ippolito a effettuare, con metodi avanzati, un rilevo scientifico dell’intero complesso, restituendocene per la prima volta elaborati accurati e dandoci la possibilità di conoscerlo a fondo.

C’è da chiedersi, però, a quale titolo sia stato concesso a Buzzi di dare corso a tutti gli immensi lavori compiuti, se non si ha traccia di elaborati conformi alle disposizioni che regolano la costruzione, la ristrutturazione od il restauro di edifici. A maggior ragione partendo da un monumento storico, il convento, che certamente avrebbe dovuto godere di una protezione speciale da parte della Sovrintendenza competente.

Alfredo Accatino descrive Buzzi come un bizzarro “architetto antiquario” che rilegge e dà forma e volume al Polifilo di un autore misterioso, che si suppone sia stato Francesco Colonna. Questo testo del 1499 descrive una città vista in sogno, composta da piramidi e obelischi, fontane, templi in rovina. Nella sua fissazione, vuole in qualche modo realizzarla. Sa benissimo però non sarà per abitarci e ciò gli dà ulteriore mano libera. Infatti gli edifici sono solo strutture scenografiche senza scopo, erette nel tempo da una quarantina di operai che gli mandano gli aggiornamenti in foto mentre lui è ancora all’estero a erigere consolati e ville, ordinando per di più per posta la distruzione di manufatti appena terminati o l’erezione di nuovi.

Oltre a un raro elogio di Gio Ponti ante rottura, non viene citato un solo nome, invece, negli scritti di Buzzi, che segnali una qualche affinità con architetti contemporanei. Si rifà soltanto agli antichi maestri, ai loro trattati sui cui si è formato e alle loro opere. Quelli che ha sempre ammirato, anche svolgendo la sua professione nel mondo reale e di cui pare sentirsi una sorta di reincarnazione.

Sono il Serlio (moltissimo), il Vignola, poi lo Scamozzi, il Palladio, il Borromini, poco Vitruvio – d’altra parte come potrebbe giustificare la mancanza di utilitas della sua città ideale – mentre l’Alberti, più “nascosto”, è forse una delle “anime” più affini a Buzzi.

La Scarzuola viene “rinserrata” dentro una cerchia di mura, di là della quale spuntano fuori i suoi tetti e le sue torri.

Ma vista in pianta, ancor prima che dal vero non presenta alcuna somiglianza con i centri abitati. Non è stata affatto progettata per essere abitata: non ci sono case, piazze come luoghi di incontro, botteghe, uffici pubblici. Non ci sono strade tracciate. Piuttosto è una “macchina teatrale” concepita per mettere in scena le visioni e i sogni e le ossessioni del suo autore. Una “fantasia pietrificata”, come è stata definita, in cui l’aspetto esteriore e di conseguenza i materiali usati diventano manifestazione del tempo che scorre.

Lo stesso Buzzi immaginava che alla sua morte il luogo avrebbe continuato a trasformarsi, magari in una distesa rovinosa invasa da erbacce, da studiare e riscoprire. Appassionato sostenitore del “ruinismo” – ricorda ancora Accatino  – visione secondo la quale le opere devono essere lasciate in balìa del tempo, per essere plasmate liberamente dalla natura, affermava: “I palazzi cambiano proprietà, vengono modificati o distrutti, le collezioni disperse, dilapidate. Solo le rovine rimangono: Villa Adriana, Villa d’Este, Bomarzo, o le abbazie, come San Galgano”.

La Scarzuola semmai andrebbe vista dall’alto, come sintetica rappresentazione simbolica: allora forse ci sembrerebbe una vera piccola città-residenza. Il risultato, comunque, è una sorta di labirinto spettrale e inquietante. Vi regna il silenzio (e non potrebbe essere diversamente, visto che non è stata pensata per essere vissuta).

C’è chi le trova un corrispettivo nel “Giardino dei tarocchi” dell’artista Niki de Saint Phalle, che però è molto più godibile e rutilante, una sorta di colto parco-gioco. Oppure nel palazzo del postino Cheval. Ma questo stupisce e incanta più per lo sforzo compiuto dal suo unico costruttore e per la fantasia che lo fa assomigliare a un castello di un luna park. E non mette paura.

Forse, ciò con cui – mi pare – presenta una maggior assonanza è il Tempio dell’Umanità del villaggio di Damanhur, per i simbolismi di cui è tappezzato. Una costruzione ipogea, tuttora utilizzata dalla setta, piuttosto misteriosa, che vi ha dato vita, per i suoi esercizi spirituali che abbisognano – come nella Scarzuola – di un’estetica sgargiante, a tratti esagerata, carica di segni in ogni punto della superficie.

Nella Scarzuola si prova una sensazione strana: come in un Cimitero per iniziati, in cui si entra di soppiatto e se ne esce subito, inquieti perché è un luogo proibito. Visitarla significa compiere un percorso di introspezione e di libera interpretazione, non sempre facile. D’altronde lo stesso Buzzi non ha volutamente lasciato spiegazioni sul significato della sua opera, lasciando al visitatore il compito di valutarla liberamente.

Il viaggio comincia dal giardino dietro il convento, che simboleggia le strade alternative che l’uomo può scegliere nel corso della propria esistenza. La Città buzziana, della quale il giardino costituisce l’estrema propaggine, è formata da sette grandi spiazzi, che vengono dall’autore chiamati teatri e che si posizionano in progressione lungo il cammino: il Teatrino delle api, il grande Teatro all’aperto e anfiteatro, il Teatro dell’acqua, il Teatro di Apollo, il Teatrino di Diana, il Teatro del corpo umano, il Teatro della Torre della solitudine. Culmine della rappresentazione appare infine l’Acropoli, montagna di edifici stretti tra loro e sovrapposti. (A. Proietti)

Tutto l’insediamento riprende, come una grande scenografia tridimensionale, le bellezze e le grandi opere del passato, come Villa Adriana, Villa d’Este (Tivoli), i sette edifici-monumento eretti nella “sua” Acropoli (Partenone, Colosseo, Pantheon, Piramide Cestia, Torre dei Venti, Tempio di Vesta, torre dell’orologio di Mantova). E il Parco dei mostri di Bomarzo per l’effetto di gioco e meraviglia, con cui evidente risulta l’accostamento.

Tanti simulacri di edifici di apprezzamento universale (in scala ridotta) che, vuoti all’interno e dotati di tanti scomparti, rivelano molteplici prospettive.

Nella Scarzuola tutto il percorso di Buzzi ha un fine imprecisato e come tale vuol essere percepito: senza alcuna preoccupazione filologica, anche se il disegno generale probabilmente esisteva nella sua mente, e qualche volta forse egli stesso ha pensato di fornircene il significato, che nessuno però riesce razionalmente a motivare.

La città buzziana è proprio piccola una città profana sovraccarica di riferimenti e citazioni, motti, monogrammi, simboli indecifrabili. Marco Nicoletti la definisce “concepita in base a un complesso neo-manierismo”, che presenta forme sconcertanti: vi abbondano scalinate e scalette, forme espressive rusticamente interpretate, bassorilievi di mostri, statuine di figure fitomorfe, ma nessun richiamo all’architettura civile. Il lavoro che porta avanti è affidato a schizzi che disegna compulsivamente – anche decine al giorno – frutto di avanzamenti e ripensamenti. In questi tentativi si ritrova la genesi di uno stupefacente affastellarsi di edifici e monumenti, di strutture circolari come osservatori astronomici arabi, tebaidi e pozzi di meditazione, luoghi di rappresentazione, templi di culti pagani e una torre di cristallo simile al pinnacolo di una cattedrale gotica.

In tutto, si contano ben 31 costruzioni, grandi e piccole, comprese le preesistenze della chiesa e del convento, collocate all’interno del recinto della Scarzuola e minuziosamente elencate e descritte in un interessante e ben documentato articolo di Claudia Lamberti e Silvia Lemmi.

Legata all’idea di continuità nel tempo, nel senso di voler essere al di fuori delle contingenze, come della storia (e dunque in una dimensione antistorica), molti la interpretano come una fiaba (o un sogno) che mette in successione, in una sorta di giardino incantato, tutte queste fantasie.

Oggi, a opere quasi compiute, si può tentare una descrizione dell’insieme, ma è certamente difficile parlarne senza fare comprendere che nessun altro, al di là di un uomo multiforme, geniale seppur controverso, sostanzialmente misantropo e asociale come Tomaso Buzzi, avrebbe potuto idearla e realizzarla.

Buzzi stesso ha anticipato, e in qualche modo superato, l’azione del tempo, lasciando quasi tutta la sua opera allo stato di non-finito, di abbozzo, di frammento: dalle migliaia di appunti sparsi e schizzi conservati senza nesso nel suo archivio, fino a quella che è la sua vera e propria “autobiografia in pietra”.

Qualcuno rammenta però che la Scarzuola, da molti storici e visitatori apprezzata, è stata comunque negli anni variamente interpretata e criticata. Per alcuni studiosi si tratta di un’opera neo-manierista e un raffinato capriccio kitsch (Bisi 1983), per altri una allegoria escatologica (Alighieri e Moncagatta 1997), secondo altri ancora esoterica (Fenzi 2000) e piranesiana (Purini 2008).

È un prototipo non replicabile, afferma Gianni Biondillo, che si chiede se esiste un’opera più inutile. Ma aggiunge “eppure più necessaria?”. De gustibus.

Letture

  • Alberto Giorgio Cassani, “Antichi maestri, anime affini”, in “Tomaso Buzzi. Il principe degli architetti 1900-1981” (a cura di), Electa architettura, Milano 2008
  • Marco Nicoletti, “La Scarzuola di Tomaso Buzzi”, Catalogo del Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione, Ferrara 2009
  • Claudia Lamberti e Silvia Lemmi, “Il giardino-città della Scarzuola di Tomaso Buzzi”, Bollettino degli ingegneri n. 4, 2011
  • Aldo Proietti, “Scarzuola, la città ideale, Dell’umano errare”, 14 maggio 2017
  • Gregorio Froio, “Narrazioni e autobiografie architettoniche. La Scarzuola di Tomaso Buzzi”, FAM n. 45-46, 2018
  • Alfonso Ippolito, “Tomaso Buzzi e il suo tempo”, in “La Scarzuola tra idea e costruzione”, Sapienza Università Editrice, Roma, 2018
  • Alfredo Accatino, “La storia di un architetto che una volta era molto famoso”, Il Post, 6 novembre 2019
  • Laura Pavan, “La Scarzuola, la città ideale di Tommaso Buzzi. Capolavoro nel cuore dell’Umbria”, Harper’s Bazaar, 4 settembre 2021
  • Maria Luisa Ghianda, “Tomaso Buzzi, un archistar del Novecento”, Doppiozero, 30 settembre 2022
  • Giuseppe Muroni, “I luoghi dell’immaginario. La Scarzuola”, Clionet n. 7, 13 giugno 2023
  • Gianni Biondillo, “Tra le colline dell’Umbria, la Scarzuola è il progetto incompiuto più surreale di Tomaso Buzzi”, AD, 9 agosto 2023
  • Paola Tognon (a cura di), “Tomaso Buzzi”, archimagazine.com